Slavenka Drakulić, “L’accusata”

Io ti ho dato la vita, io te la posso togliere.

cover-drakulicL’accusata di Slavenka Drakulić è un vero pugno allo stomaco. Potrei finire qui la recensione, perché fa male solo rammentare alcune parti di questo bellissimo, dolorosissimo romanzo.

La scrittrice croata, molto stimata nel suo paese, mette al centro di questo romanzo un argomento ancora tabù, ovvero la violenza familiare, in particolare quella sui figli.
Ma il tema non viene trattato con paternalismo o particolari effetti drammatici, bensì in modo crudo, diretto, vero, come una gelida telecronaca. Come questi eventi accadono nella realtà.

Il libro si apre con la figura dell’accusata: ha appena ucciso sua madre, ora è imputata del delitto ma non vuole difendersi. Giudici, magistrati e periti allora cercano di indagare le cause del gesto prima di giungere a una condanna già scritta.

Lei non può raccontare apertamente perché ha compiuto quel gesto, altrimenti tutti verrebbero a sapere… A sapere del passato suo, di quello di sua madre, di cosa è accaduto tra l’ignoranza e l’indifferenza altrui per vent’anni. Non dirà nulla, perché così è stata addestrata, a non lasciar trapelare niente, che sia una parola, un’emozione, nessuna traccia di sé.

Però lei dentro sa cosa è accaduto. Ricorda vividamente quei vent’anni, cosa ha passato, cosa la hanno costretta a diventare – e perché ha sparato a sua madre.

Sua madre era una bellissima donna che viveva in una famiglia chiusa, oppressiva, anaffettiva, alla quale importavano solo le apparenze con i vicini e gli estranei.
Appena maggiorenne, conosce suo padre, un bel ragazzo un po’ sbandato, se ne innamora follemente e rimane incinta.
Arriva lei e tutto cambia. Già la sua sola nascita deturpa la madre, con quella cicatrice bianca sul ventre. Non è soltanto quello, però, perché lei è la colpevole per antonomasia, di tutto. Continua a leggere “Slavenka Drakulić, “L’accusata””

Annunci

Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi

La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento. (Henri Cartier-Bresson)

La presentazione del libro Photo Generation di Michele Neri è stata un’occasione per riflettere sul ruolo e il significato della fotografia ai nostri giorni, epoca in cui chiunque con il proprio cellulare può immortalare attimi, scene, immagini di qualsiasi tipologia.

Uno dei primi punti toccati dal giornalista e fotografo è che il declino della fotografia tradizionale è coinciso proprio con il diffondersi degli smartphone dotati di fotocamera.
Questa non è affatto una critica all’evoluzione di uno strumento e di un mezzo di comunicazione, anzi, ma vuole sottolineare come si sia messo in mano a troppe persone, ignare di tecnica, creatività ed etica artistica, un mezzo estremamente potente, senza alcuna educazione.
Questo è stato sottolineato più volte nell’incontro: manca un’educazione alla fotografia, all’utilizzo dell’espressione artistica, volto a spiegare che uno scatto non è un gioco, ma un momento di riflessione, una verità da cogliere, un rapporto privilegiato che si instaura col soggetto.
Tale ignoranza si riflette anche nella mancanza di ricerca della verità: gli scatti sono modificabili facilmente, vengono a mancare didascalie e spiegazioni, si perde quindi sia il contesto in cui è carpita un’immagine, sia lo spirito critico con il quale guardarla.

Questo è un male che affligge tutto il diffondersi della comunicazione tramite web, come più volte ho sottolineato: invece di entusiasmarsi per avere una conoscenza sterminata a portata di mouse, si è perso il pensiero critico, la ricerca, vince la superficialità di credere tutto vero o tutto falso con la medesima leggerezza – e noncuranza, oltretutto. Continua a leggere “Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi”

Martin Amis, “Money”

Auster_Invenzione_Cop2011.qxpMoney di Martin Adams, uscito nel 1984, entra appieno, per temi e stile, tra i classici romanzi contemporanei, una satira tra il grottesco e la commedia sul potere del denaro, come possa sedurre e altrettanto distruggere.

La storia ha per protagonista le vicende del trentacinquenne John Self, un regista britannico di spot pubblicitari televisivi, abbastanza ipocondriaco, mangiatore di junk food, forte bevitore, amante del sesso e della pornografia, ma, sopra ogni cosa, devoto al dio denaro.
Self viaggia tra Londra e New York perché sta per realizzare il suo sogno, realizzare un film, intitolato Good Money, grazie alla partnership stretta col produttore Fielding Goodney.

La prima parte del libro trascina subito il lettore nell’incalzante stile di Amis, una mescolanza tra flusso di coscienza, momenti descrittivi e paragrafi in cui lo stesso protagonista pare rivolgersi al lettore – o a un “tu” indeterminato che lo osserva.

Self si presenta immediatamente come l’eroe del capitalismo, del consumismo, figlio prediletto del suo tempo – degli anni ’80, che vivevano tra boom economico, deregolamentazione finanziaria, nuovi contesti sociali ove tutto diviene mercificabile e si amplia il divario con le classi sociali più povere. Continua a leggere “Martin Amis, “Money””

Bill Viola: Rinascimento Elettronico (mostra presso Palazzo Strozzi, Firenze)

billviola2
The Crossing

La mostra fiorentina dedicata a Bill Viola vale la pena davvero di essere vista, tuttavia porrei di base due condizioni per apprezzarla a fondo: apprezzare questo tipo di arte (a prescindere che si conosca più o meno approfonditamente) ed essere disposti a dedicarle tutto il tempo che serve.
E’ un’esposizione impegnativa, infatti, non solo perché la visita occupa ore, ma anche poiché mette fa addentrare in uno stato di realtà altra in modo totalizzante, mette alla prova e spinge al limite vista, udito, emozioni e testa.

A me è piaciuta moltissimo, ha permesso di conoscere meglio questo artista e di sperimentare qualcosa di davvero intenso.

Bill Viola è ampiamente riconosciuto come uno dei principali e più importanti video artisti della scena internazionale.
Da oltre 30 anni crea video di ogni genere, installazioni, video architetture, ambienti sonori, performance musicali elettroniche e alcuni prodotti per trasmissioni televisive, e in tal modo ha contribuito a rendere questa forma espressiva uno dei filoni vitali dell’arte contemporanea, a mostrare come l’espressione artistica possa essere complementare alla tecnologia, trascendendola (o, in un certo senso, rendendola trascendente).
Le sue videocassette a canale singolo (opere degli anni ’70) sono state trasmesse e presentate in tutto il mondo, mentre i suoi scritti sono stati pubblicati e ampiamente studiati. Oggi, le sue opere impiegano tecnologie all’avanguardia e si distinguono per la loro precisione e semplicità diretta nell’immagine, ma profondità di significato. Continua a leggere “Bill Viola: Rinascimento Elettronico (mostra presso Palazzo Strozzi, Firenze)”

Arno Camenisch, “La cura”

9788899911041-mainAscoltare un autore parlare dei propri romanzi e di sé è spesso un’esperienza rivelatoria: è possibile scrutarne brandelli d’anima attraverso sguardi o movenze, carpire tra le parole e i silenzi quanto di autentico oppure di accademico venga riversato nella parola scritta, intuirne passione, ideali oppure soppesati artifici e affettazione.

La presentazione dell’ultimo romanzo di Arno Camenisch, La cura, uscito in italiano per Keller, è stata un’esperienza memorabile, tanto semplice, quanto intensa e coinvolgente.
Camenisch trabocca di passione per la scrittura, per ciò che scrive, per la vita percepita come qualcosa da osservare, intensamente ma anche con un sorriso, di cui meravigliarsi, su cui riflettere e, non da ultimo, che vale la pena narrare.

Tutto questo si riflette perfettamente in ciò che scrive: sotto un’apparente semplicità, leggerezza e ironia, si cela una lettura stratificata che affronta i temi fondanti della vita, i sentimenti e le pulsioni dell’animo umano.

Quando ho preso in mano La cura e letto la quarta di copertina mi aspettavo una cosina scorrevole, un gradevole passatempo, invece mi sono trovata rapita da un libro che nonostante la brevità, ha una forza incredibile, è di una bellezza che ammalia, avvolge, ma anche graffia e fa riflettere – e questo in maniera così discreta che se non si ha voglia di soppesare ogni scena o parola, si può leggere la storia anche solo per la sua piacevolezza superficiale. Continua a leggere “Arno Camenisch, “La cura””

Delphine De Vigan, “Le ore sotterranee”

9788804608592_0_0_311_80A sera inoltrata, ascoltando le eteree e mistiche musiche di Eivør, cerco le parole per descrivere il mio primo romanzo di Delphine De Vigan, Le ore sotterranee.
Scoperto per caso, ovviamente il titolo è stato una calamita, la quarta di copertina ancor di più.

E sì, saper scolpire il senso di solitudine e la disperazione con classe e incisività è un dono di tanti scrittori francesi, tra i quali anche appunto la De Vigan.

Il romanzo si svolge nel corso di un solo giorno (come in un’opera teatrale classicamente aristotelica), il 20 maggio, giorno che una sensitiva ha predetto a Mathilde, madre, vedova e lavoratrice, sarebbe stato di svolta e durante il quale avrebbe incontrato un uomo speciale.
Mathilde si accinge ad affrontare almeno quella giornata con rinnovata curiosità, sperando in un cambiamento durante un periodo difficilissimo, in particolare sul posto di lavoro, ove da mesi sta subendo un atroce mobbing da parte del suo superiore, Jacques, che la esautora, mette in disparte, umilia pubblicamente.
Prima di uscire di casa, il ricordo di quando sapeva ancora sorridere con la famiglia – scena atroce, momento struggente che fa collidere memoria del passato, l’aspettativa di una speranza forse assurda e il susseguirsi di giornate presenti che cadono via a via a pezzi. Continua a leggere “Delphine De Vigan, “Le ore sotterranee””

Kent Haruf, “Canto della pianura”

haruf_canto_webNegli ultimi tempi ho sentito nominare Kent Haruf un po’ ovunque, quindi ho ritenuto il caso ritentare a leggere uno dei suoi romanzi, Canto della Pianura (dopo il primo che lessi di suo, Our Souls at Night, ero rimasta un po’ incerta).

Canto della Pianura è ambientato nella cittadina americana di Holt, tipicamente provinciale, ove tutti pressoché si conoscono. Le persone che vi abitano sono sostanzialmente semplici, nel bene e nel male, ovvero nel fatto di essere di buon cuore, generosi, oppure bigotti e malvagi.
La storia è un intreccio di quattro linee trame, che seguono un’adolescente incinta, due ragazzi che cercano di far fronte alle circostanze complicate e sfortunate dei loro genitori che stanno divorziando, il padre dei ragazzi stessi, insegnante, e, infine, due anziani allevatori.
Apparentemente non collegate, le storie sono strettamente intrecciate e si combinano non solo per lo scenario, ma soprattutto per la potenza dei rapporti e la necessità di ogni uomo di sentire e vivere sentimenti sinceri e profondi. Continua a leggere “Kent Haruf, “Canto della pianura””