Giovanni Boldini, “Il Piacere” (MART, Rovereto)

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Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco. (Gabriele D’Annunzio, “Il Piacere”)

Caffè mondani, gli abiti appariscenti ed eleganti, i chiacchierati salotti mondani: in 170 opere provenienti da collezioni pubbliche e private si snoda il racconto del grande pittore Giovanni Boldini.

Al MART di Rovereto la mostra a lui dedicata, denominata “Il Piacere”, chiaro rimando dannunziano, è un dedalo di sale in cui si cammina con passo ovattato, accompagnati da una sonorizzazione site-specific realizzata dal pianista e compositore Cesare Picco e dal violinista Luca Giardini, smemorandosi tra quadri che rimandano volti, sguardi, sfarzo, bellezza, in un tripudio di sensualità visiva che fa comprendere appieno il titolo dell’esposizione. L’accostamento al famosissimo romanzo di Gabriele D’Annunzio non è certo casuale, infatti, se Benedetto Croce in lui identificò “nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente” – parole che appunto si possono ben accostare anche a questa rassegna.

Passando per la sua esperienza italiana ed europea, Boldini visse diverse realtà, soprattutto quella dei macchiaioli e quella francese, non aderendo passivamente a nessuna, ma sviluppando un suo stile peculiare. Continua a leggere

Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci”

la20donna20venuta20dai20ghiacci20beatCi sono pagine della storia sbiadite alla memoria dei più e spesso un buon romanzo è capace anche di far ricordare eventi meno noti o caduti nell’oblio.
È il caso de La donna venuta dai ghiacci di Sally Magnusson che prende spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero il rapimento di oltre quattrocento cittadini islandesi dalle loro case nel 1627 da parte dei pirati del Marocco e dell’Algeria. Questi uomini e donne furono deportati nella comunità musulmana di Algeri e per lo più venduti come schiavi, mentre per un esiguo numero di loro fu pagato un riscatto, ma soltanto diversi anni dopo, allorché molti erano ormai dispersi, rivenduti altrove o morti.

La storia inizia in Islanda, in un villaggio delle isole Vestmann, dove vive Ásta, alla quale l’autrice affida il compito di voce narrante. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli e un quarto è in arrivo. Nella cornice di una terra difficile, di una cruda bellezza evocata in toni intensi, si inserisce la vita degli abitanti, indaffarati nella loro quotidianità e nella lotta per la sopravvivenza. Un giorno però vele straniere si stagliano all’orizzonte, i galeoni algerini attraccano alle coste e inizia un periodo scioccante per questa piccola comunità cristiana, fatto di razzia, uccisioni e rapimenti. Continua a leggere

Kiran Millwood Hargrave, “Vardø. Dopo la tempesta”

Ricordo i tempi in cui le rune ti davano conforto, quando i marinai venivano da mio padre perché lanciasse le ossa per prevedere quanto tempo avevano ancora da vivere. È una lingua, Maren. Il fatto che tu non la sappia parlare non la rende demoniaca».
Maren annuisce, vergognosa. Vorrebbe scusarsi ma sa che le sue scuse sarebbero fiacche. Allora si limita a ripetere: «Tu non sei una strega».
«Cosa sono non ha importanza, conta solo cosa credono che sia».

54225872._SY475_Se la trama di questo romanzo mi aveva conquistata subito, la sua lettura è stata ancora meglio.

Romanzo per me eccellente, nel suo andamento ponderato ma coinvolgente, che evoca paesaggi e situazioni in modo realistico, vivido, tanto da sentirsi immersi in quei villaggi dalle notti interminabili, l’odore di salsedine pregnante, il costante rumore del mare, vita e minaccia, il silenzio o i sussurri appena accennati delle donne che si aggrappano alla vita nella paura di quegli uomini venuti da fuori, che non capiscono il loro mondo, le loro tradizioni. E nemmeno la loro forza.

La storia è ispirata a eventi realmente accaduti nel 1617 in un villaggio di pescatori situato su una delle minuscole isole della Norvegia, quando un’improvvisa terribile tempesta fece ribaltare i pescherecci con a bordo la maggior parte degli uomini del villaggio, uccidendo la maggior parte in pochi minuti.
Ridotta drasticamente la popolazione, solo pochi uomini, ma soprattutto donne e qualche anziano e ragazzo si trovano a dover sopravvivere in quel luogo dal clima spietato.
Era l’epoca in cui la politica del re e dei reggenti mirava a sradicare le tradizioni e il residuo di credenze popolari precedenti, volendo instaurare un forte cristianesimo e un potere che fosse strettamente legato a quello centrale. Continua a leggere

Han Kang, “The vegetarian”

the_vegetarian_-_han_kangHo letto The Vegetarian, romanzo di debutto di Han Kang, in inglese, dopo alcuni mesi dall’uscita e quando già iniziava a far parlare di sé, mentre in Italia era ancora pressoché sconosciuto.
Ora, già da un po’, è disponibile anche in italiano per la sempre sia lodata Adelphi.

Innanzitutto, sgomberiamo ogni dubbio possibile: questo non si tratta di un libro animalista o sul vegetarianismo comunemente inteso (quale scelta – coscienziosa o modaiola che sia – di alimentazione), anzi, non ha minimamente a che fare con questi aspetti. Pertanto, se siete scettici a prenderlo in considerazione per questi motivi, non vi sono più scuse.

La vegetariana è la storia di due sorelle e di due famiglie (moglie e marito), suddiviso in tre parti, tre novelle in parte indipendenti, in quanto ognuna parla da un punto di osservazione differente, ma altrettanto legate dai personaggi principali, dalla storia di base, ma soprattutto da uno dei temi fondanti della storia, qui reso in modo a dir poco doloroso: la sopravvivenza in un mondo che esige conformità. Sì, questo è ineccepibile: questo libro trasmette un dolore palpabile, sia fisico che interiore. Continua a leggere

Sara Taylor, “Tutto il nostro sangue”

00004Opera di debutto di Sara Taylor, Tutto il nostro sangue si compone di tredici capitoli, corrispondenti ad altrettante storie che coprono circa 300 anni di storia, il cui legame è l’albero genealogico che si trova in apertura del libro e raggruppa il lignaggio di due linee familiari distanti tra loro, ma tutte vissute nello stesso luogo – un tratto remoto della costa orientale della Virginia e il suo piccolo arcipelago circostante, noto per il paesaggio, affascinante quanto impervio e i cavalli selvaggi.

Così vibrante, intenso, anche sottilmente inquietante nella sua primordialità è questo luogo quanto la prosa della Taylor, che sembra sfruttare la durezza del paesaggio, contraddistinto da quello scontro imperterrito e continuo tra oceano e costa, per esplorare altri terreni, quelli interiori, e spesso lesi, dei personaggi che vi abitano.

Le storie, alcune più approfondite, altre più veloci, non si trovano in ordine, ma l’inizio, cronologicamente, risale al 1876 e a Medora, una giovane di etnia mista, figlia illegittima che cerca di fuggire dalla sua quotidianità di abusi e violenza.
All’estremo opposto, si arriva al 2143, in uno scenario post apocalittico dopo una terribile epidemia, ove troviamo Simian, metà uomo e metà mutante, storpio, che scopre Jillet, figlia del custode dell’isola. Continua a leggere

Delphine De Vigan, “Le ore sotterranee”

9788804608592_0_0_311_80A sera inoltrata, ascoltando le eteree e mistiche musiche di Eivør, cerco le parole per descrivere il mio primo romanzo di Delphine De Vigan, Le ore sotterranee.
Scoperto per caso, ovviamente il titolo è stato una calamita, la quarta di copertina ancor di più.

E sì, saper scolpire il senso di solitudine e la disperazione con classe e incisività è un dono di tanti scrittori francesi, tra i quali anche appunto la De Vigan.

Il romanzo si svolge nel corso di un solo giorno (come in un’opera teatrale classicamente aristotelica), il 20 maggio, giorno che una sensitiva ha predetto a Mathilde, madre, vedova e lavoratrice, sarebbe stato di svolta e durante il quale avrebbe incontrato un uomo speciale.
Mathilde si accinge ad affrontare almeno quella giornata con rinnovata curiosità, sperando in un cambiamento durante un periodo difficilissimo, in particolare sul posto di lavoro, ove da mesi sta subendo un atroce mobbing da parte del suo superiore, Jacques, che la esautora, mette in disparte, umilia pubblicamente.
Prima di uscire di casa, il ricordo di quando sapeva ancora sorridere con la famiglia – scena atroce, momento struggente che fa collidere memoria del passato, l’aspettativa di una speranza forse assurda e il susseguirsi di giornate presenti che cadono via a via a pezzi. Continua a leggere

Beth Underwood, “The Witchfinder’s Sister”

img_8861The Witchfinder’s Sister è il romanzo d’esordio di Beth Underwood.
Ambientato nel XVII secolo, nel periodo della cosiddetta “caccia alle streghe”, la storia ha come protagonista un’immaginaria Alice Hopkins, che torna alla casa di famiglia, dal fratello Matthew Hopkins, famigerato cacciatore di streghe, dopo la morte del marito.

Quando Alice scopre la vera natura del fratello, le sue idee e azioni, scopre non c’è nulla che possa fare per fermarlo il fratello e non ha altra scelta che stare a guardare mentre l’uomo distrugge la vita di alcuni dei loro conoscenti più care e datate. La donna cerca in ogni modo di capire le radice di tale comportamento e cosa può fare, ma la situazione rischia di diventare molto pericolosa per lei stessa.

La storia è raccontata dal punto di vista di Alice, ma si allarga spesso a divenire uno sguardo sulle condizioni di vita della donna a quel tempo, come essere completamente soggette agli uomini e come alcune conoscenze e inclinazioni, prima tra tutte l’empatia e il desiderio di aiutare il prossimo, vennero additate quali arti malefiche. Continua a leggere