Matsuo Bashō, “Lo stretto sentiero del profondo Nord”

Ha inizio la poesia
del profondo Nord
canto di risaia.

978885843858higLo stretto sentiero del profondo Nord è un breve libro che raccoglie parte delle impressioni del viaggio che Bashō intraprese nel 1688, verso la fine della sua vita, in un territorio all’epoca quasi selvaggio, comunque pericoloso.

La bellezza e la storia dei luoghi forniscono grande ispirazione alla sua penna, così troviamo non solo prosa, ma anche bellissimi versi a intervallare i resoconti. Tuttavia, non sono solo le bellezze della natura che egli nota. Attraverso montagne, campi e templi in rovina, Bashō lamenta il passare del tempo e in una miscela di prosa e poesia, il poeta riesce a cogliere il carattere distintivo dei luoghi che attraversa, il vero spirito del luogo, ma accanto alla varietà anche ciò che è temporaneo e mutevole – temi a lui sempre cari.

L’autore ha una eccezionale capacità di rendere distintamente ogni luogo visitato, ad esempio le rovine del castello, gli alberi contorti, i villaggi sconosciuti e le famose isole di pini, lasciando sempre trasparire il suo stato d’animo e le sue riflessioni.

Le rovine della tenuta della famiglia Fujiwara, ad esempio, non sono solo un momento di mestizia, ma anche una riflessione sulla storia, altro tema importante nel libro, della transitorietà del tutto, compresi i sogni e le ambizioni di antichi guerrieri. Continua a leggere

Ameya Gabriella Canovi, “Di troppo amore”

978882007328hig-666x1024-1Sarebbe semplice commentare oggettivamente questo saggio come un libro di psicologia, basterebbe riportare qualche citazione, argomentare quanto sia scritto bene e in modo chiaro e accessibile a tutti.

No, io non ci riesco.

Ieri sera l’ho terminato, e ho pianto. Ho pianto a lungo.
Ho pianto per la bambina che ho dentro che nel mondo spesso ancora si sente inadeguata, sbagliata e smarrita, per tutto il male che le ho fatto, per aver messo a tacere le sue pulsioni vitali. Ho pianto per il mio cuore infranto, per la mia solitudine.
Ho pianto per i miei genitori, ormai anziani, che mi hanno amato a modo loro, cercando di districarsi nella loro stessa selva di problemi irrisolti e sofferenza e paure.
Ho pianto per le tante persone che ho incontrato, presenti o passate che vivranno per sempre in me, per le occasioni perdute, per i giorni scivolati via nel grigio torpore.

Ma ho pianto anche di gratitudine perché ogni passo, che fosse nella bellezza o in un abisso infernale, mi ha portato a essere oggi quella che sono – un essere imperfetto, con ancora una lunga strada per sciogliere dei nodi interiori irrisolti, ma con la consapevolezza che ho avuto la preziosa occasione di vivere, vivere per capirlo e capirmi. E tra le lacrime è nato un sorriso, forse un po’ amaro, ma anche lieve.
Perché la vita, questo monstrum sacro, così bello e terribile, è lì che ci osserva, ci aspetta, e noi a volte siamo così accecati, anche inconsapevolmente, da una miriade di illusioni, auto inganni, ansie da accettazione, che le voltiamo le spalle sperperandola. Continua a leggere

Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”

Ci sono alcune storie che, man mano che riemergono e ci si riflette dopo la lettura, sembrano diventare9788807902055_0_536_0_75 incredibilmente più profonde, lasciando quesiti irrisolti. Bartleby lo scrivano di Herman Melville è una di queste.

Tanto la trama appare facilmente comprensibile e lineare, quanto i significati profondi si aggrovigliano e appaiono addirittura sfuggenti.

Il narratore è un avvocato di New York, senza nome, a cui gli affari vanno particolarmente bene. Nel suo studio lavorano già due impiegati e un ragazzo tuttofare, ma decide di mettere un annuncio per assumere un nuovo copista.
Ecco allora che arriva Bartleby, dalla “figura: pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida”.

Assegnato al nuovo arrivato un angolino non troppo illuminato, con una finestra che “non si affacciava più su nulla”, in un primo momento lo scrivano, “così singolarmente mite”, sorprende positivamente l’avvocato per la straordinaria mole di lavoro che l’uomo, in assoluto e ritirato silenzio, porta a termine.
Tuttavia, il terzo giorno di lavoro gli viene chiesto di esaminare un documento e Bartleby risponde – ed è quasi l’unica frase che ripete nell’intera storia: “Preferirei di no“.

Da qui la totale costernazione dell’avvocato, ma anche dei colleghi che pure lo minacciano, alla reiterata medesima risposta.

Non è mai un “no”, un netto rifiuto. Non è mai detto in modo aggressivo o impertinente. Bartleby è sempre presente durante l’orario lavorativo, anzi si ferma anche oltre, tanto che il narratore arriva a chiedersi se Bartleby non stia effettivamente vivendo negli uffici stessi. Continua a leggere

Yasmina Reza, “Il dio del massacro”

cover_9788845926235__id10678_w1200_t1642158555Il dio del massacro è il mio primo libro di Yasmina Reza e davvero mi chiedo perché non l’abbia letta prima, autrice ferente e geniale.

Questo breve testo è una pièce teatrale che mira a indagare il confine sottile tra civiltà e barbarie, riuscendo a trasmettere, con arguzia pungente, come la civiltà e le buone intenzioni, soprattutto se di facciata, vadano sgretolandosi di fronte alla legge brutale del più forte, della prevaricazione, della rabbia taciuta.

In
Un salotto.
Nessun realismo.
Nessun elemento inutile.
si ritrovano due coppie per discutere della lite avvenuta tra i loro figli a scuola. Il figlio di Annette e Alain, Ferdinand, ha picchiato il figlio di Véronique e Michel, Bruno, dopo che il ragazzo si era rifiutato di farlo entrare nella sua banda. Le due coppie decidono di incontrarsi nell’appartamento dei Vallon per dirimere il conflitto in modo civile e fare in modo che i ragazzi risolvano le loro divergenze.

Véronique è una storica dell’arte che scrive un libro sulle atrocità del Darfur; suo marito, Michel, gestisce un negozio di ferramenta. Annette è una casalinga con una fiducia in se stessa molto bassa, schiacciata dalle pressioni della maternità e della famiglia; suo marito, Alain, è un avvocato di successo che lavora per un’azienda farmaceutica che sta per essere citata in giudizio perché uno dei loro prodotti ha causato gravi controindicazioni.

All’inizio, Véronique sta leggendo un accordo che tutti dovrebbero firmare sul danno arrecato a suo figlio. Tutto sembra molto perbene e programmato, ma fin dalle prime battute si percepisce una sorta di reciproca camuffata antipatia, allorché lette le prime righe del presunto accordo iniziano le disquisizioni sui termini utilizzati.
Se i primi scambi fanno notare una tensione nascosta, ma avvengono secondo rigide apparenze di controllo, ben presto i toni e i sentimenti cambiano.

Non solo infatti cominciano le reciproche accuse sull’educazione dei rispettivi figli, sempre più ardite e sfrontate, ma emergono attriti e malumori di lungo corso anche all’interno delle coppie stesse. Continua a leggere

Piero Scanziani, “Entronauti”

“Il cammino per l’Eden è sempre lo stesso: solo il vocabolario cambia. L’Eden, luogo senza tempo e senza dove, luogo elusivo. Ma occorre mantenere il ponte con la gioia, se l’uomo non vuol perire. È la funzione degli entronauti.”

scanziani-entronauti-copertina-768x1195-1Ci sono dei casi in cui incroci un libro che ti ispira per titolo, sinossi, ma mai ti aspetteresti di trovarti di fronte a qualcosa di così profondo, impattante, denso, intenso da diventare uno dei miei libri top dell’anno e non solo.

Già il titolo è programmatico: Entronauti, un vocabolo coniato dallo stesso autore, Piero Scanziani, per significare chi ardisce a esplorare i mondi interiori dell’animo umano, senza pregiudizi o ogni sorta di confine.

Il protagonista, l’autore stesso, è un giornalista, a cui il suo caporedattore chiede con insistenza un pezzo sull’India, che viene accordato a patto di poter andare a New York – meta che è solo la prima tappa di un premeditato, lungo viaggio di ricerca.

L’itinerario si snoda tra Occidente e Oriente, passando per Stati Uniti, Francia, Grecia, India, Londra, Cina, Giappone, India e infine verso il Monte Athos: lunghe ore di volo, decine di personaggi incrociati, tutti che come il tassello di un imponente mosaico, lo accompagna verso la meta, la ricerca di una risposta sulla vita e sulla morte. Continua a leggere

Willy Valutin, “Motel Life”

cover-motel-life-scaled-1I romanzi di Willy Vlautin sono uno scandagliare il peggiore inferno dell’animo umano, quei meandri eternamente irrisolti che portano i protagonisti a un’evitabile spirale di autodistruzione.

Motel Life non fa affatto eccezione, è un’ode spietata e disperata all’autolesionismo, al succedersi di cataclismi impassibili in cui due fratelli, Frank e Jerry Lee, infrangono la legge in Nevada e ne subiscono le conseguenze. Frank giace svenuto nella sua stanza di un motel a Reno quando suo fratello irrompe nella camera, mezzo nudo e in lacrime, per dirgli che ha appena investito e ucciso un adolescente con la sua auto. Anche Jerry Lee è ubriaco, ancora più ubriaco di Frank, quindi di chiamare la polizia non se ne parla. I due decidono allora di spostare il corpo e abbandonarlo.

Inizia a questo punto il girovagare disperato e parossistico dei due fratelli, sia insieme che soli, nel disperato tentativo di non venire individuati come colpevoli. Tuttavia, ciò che l’evento scatena davvero in loro, è tumulto emotivo che fa sgorgare tutto il loro mal di vivere, il passato, l’infanzia perduta, il mancato raggiungimento degli obiettivi e l’incapacità di ricostruire a questo punto una vita, ma di lasciarsi andare allo sbando. Continua a leggere

Leo Perutz, “Di notte sotto il ponte di pietra”

cover_9788866328261__id1877_w480_t1478604272__1x“Nell’autunno dell’anno 1589, quando nel ghetto di Praga imperversava la grande moria di bambini, due miseri buffoni ingrigiti, che vivacchiavano divertendo gli ospiti ai matrimoni, se ne andavano per Belelesgasse, che da Nicolasplatz porta al cimitero ebraico. […]
Era immerso nella luce lunare, silenzioso e immobile come il misterioso fiume Sambation, le cui onde si fermano nel giorno del Signore. Le pietre bianche e grigie si appoggiavano l’una all’altra, come se non potessero portare da sole il peso degli anni. Gli alberi innalzavano i loro spogli rami verso le nuvole del cielo come in un lamento folle.”

Era da tanto che mi ripromettevo di leggere Leo Perutz e, complice aver visto un piccolo borgo con un suggestivo ponte di pietra, mi è sovvenuto il titolo di questo libro e ho capito che era il momento di conoscere il grande scrittore ceco.

Magia.
Fin dall’incipit sono rimasta incantata dalle parole, dalla vividezza di immagini e sensazioni, dal fantastico che si insinua nel reale con quotidianità e naturalezza. Continua a leggere