Matsuo Bashō, “Lo stretto sentiero del profondo Nord”

Ha inizio la poesia
del profondo Nord
canto di risaia.

978885843858higLo stretto sentiero del profondo Nord è un breve libro che raccoglie parte delle impressioni del viaggio che Bashō intraprese nel 1688, verso la fine della sua vita, in un territorio all’epoca quasi selvaggio, comunque pericoloso.

La bellezza e la storia dei luoghi forniscono grande ispirazione alla sua penna, così troviamo non solo prosa, ma anche bellissimi versi a intervallare i resoconti. Tuttavia, non sono solo le bellezze della natura che egli nota. Attraverso montagne, campi e templi in rovina, Bashō lamenta il passare del tempo e in una miscela di prosa e poesia, il poeta riesce a cogliere il carattere distintivo dei luoghi che attraversa, il vero spirito del luogo, ma accanto alla varietà anche ciò che è temporaneo e mutevole – temi a lui sempre cari.

L’autore ha una eccezionale capacità di rendere distintamente ogni luogo visitato, ad esempio le rovine del castello, gli alberi contorti, i villaggi sconosciuti e le famose isole di pini, lasciando sempre trasparire il suo stato d’animo e le sue riflessioni.

Le rovine della tenuta della famiglia Fujiwara, ad esempio, non sono solo un momento di mestizia, ma anche una riflessione sulla storia, altro tema importante nel libro, della transitorietà del tutto, compresi i sogni e le ambizioni di antichi guerrieri. Continua a leggere

Silvia Moreno-Garcia, “Mexican Gothic”

È possibile, oggi, scrivere un romanzo gotico che sia accattivante senza scadere solo in banalità?

Ebbene, Silvia Moreno-Garcia, col suo Mexican Gothic, ha dato risposta a questa domanda in modo assolutamente positivo.

Nel romanzo ci imbattiamo infatti in tutti i classici elementi del genere – una famiglia che nasconde oscuri segreti, antenati violenti e misteriosi, la cugina malata, una casa tetra infestata da presenze… Ma nella storia c’è molto di più, a partire dall’inedita cornice, il Messico dei primi anni ’50, alla protagonista affatto originale.

Personaggio principale è Noemí Taboada, una giovane donna bella, facoltosa, estroversa e intraprendente, appassionata di antropologia tanto da voler studiare questa materia all’università. Continua a leggere

Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci”

la20donna20venuta20dai20ghiacci20beatCi sono pagine della storia sbiadite alla memoria dei più e spesso un buon romanzo è capace anche di far ricordare eventi meno noti o caduti nell’oblio.
È il caso de La donna venuta dai ghiacci di Sally Magnusson che prende spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero il rapimento di oltre quattrocento cittadini islandesi dalle loro case nel 1627 da parte dei pirati del Marocco e dell’Algeria. Questi uomini e donne furono deportati nella comunità musulmana di Algeri e per lo più venduti come schiavi, mentre per un esiguo numero di loro fu pagato un riscatto, ma soltanto diversi anni dopo, allorché molti erano ormai dispersi, rivenduti altrove o morti.

La storia inizia in Islanda, in un villaggio delle isole Vestmann, dove vive Ásta, alla quale l’autrice affida il compito di voce narrante. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli e un quarto è in arrivo. Nella cornice di una terra difficile, di una cruda bellezza evocata in toni intensi, si inserisce la vita degli abitanti, indaffarati nella loro quotidianità e nella lotta per la sopravvivenza. Un giorno però vele straniere si stagliano all’orizzonte, i galeoni algerini attraccano alle coste e inizia un periodo scioccante per questa piccola comunità cristiana, fatto di razzia, uccisioni e rapimenti. Continua a leggere

László Darvasi, “La leggenda dei giocolieri di lacrime”

«E camminiamo a lungo, attraversiamo molti luoghi. Il turbinio della nebbia, le sentinelle a guardia degli accampamenti, le paludi piene di sanguisughe, i corpi di giovinette, nulla di tutto ciò può sbarrarci la strada. Civettiamo con la carne, alitiamo sopra l’anima. Ci illudiamo di cogliere le parole degli uomini. Guardiamo attraverso la finestra del cuore umano, osserviamo. Siamo in tanti, siamo abbastanza. Eppure non desideriamo molto. Al massimo che le cose siano come non sono mai state. Non permettiamo però alla fantasia di volare. La lasciamo giusto libera, come il battito cardiaco. Che dolga pure ciò che può dolere. Raccontare non causa dolore. Sentiamo per converso il miele amaro della malinconia umana spandersi sulla nostra lingua mentre le parole vi sbocciano. E tale forma di turbamento molto assomiglia alla natura smoderata del tempo. Piove, non piove. Fremono le fronde, non fremono. Risplende il cielo, non risplende più. Solo gli alberi, solo le erbe segnalano il vento. Non sappiamo perché voli la tristezza. Viaggiamo nel deserto delle parole e delle frasi. E non sarà la strada, e nemmeno il nostro desiderio, a determinare la fine di questo viaggio. Forse lo farà un semplice nonnulla, una lacrima appena.»

coverUngheria, tra XVI e XVII secolo: principale terreno di scontro tra l’Impero asburgico e quello ottomano, continue guerre, conflitti di religione, scorrerie di briganti, carestie, povertà, villaggi devastati dalle fiamme, città scenario di esecuzioni pubbliche. Attraverso queste terre dolenti e tetre passa un carro misterioso, sul cui telo nero è dipinta una lacrima blu cielo. A bordo viaggiano i giocolieri di lacrime, cinque incarnazioni tra l’umano, il soprannaturale e il demoniaco, di diversa provenienza (uno di loro è croato, un altro ungherese, uno serbo, uno ebraico e uno turco) e che piangono non lacrime, bensì sangue, ghiaccio, sassolini neri, miele e fiamme.

Questo lo scenario de La leggenda dei giocolieri di lacrime di László Darvasi, considerato tra i più importanti autori ungheresi contemporanei. Un romanzo complesso ma incantevole (nel vero senso del termine, che sa incantare), in cui l’autore attinge dalle radici non solo nella storia, ma soprattutto nelle tradizioni e nelle credenze millenarie, creando qualcosa di unico.
Non si tratta infatti della semplice cronaca di questi strani giocolieri che percorrono una Ungheria fatta di terra e sangue, la trama è una concatenazione continua di storie, vite, guerre, dolore, preghiere, apparentemente disgiunte, in un gioco narrativo ad intreccio spinto all’eccesso, al paradosso, ove la logica lascia il passo allo stupore, al prodigioso, all’arcano. Continua a leggere

Kiran Millwood Hargrave, “Vardø. Dopo la tempesta”

Ricordo i tempi in cui le rune ti davano conforto, quando i marinai venivano da mio padre perché lanciasse le ossa per prevedere quanto tempo avevano ancora da vivere. È una lingua, Maren. Il fatto che tu non la sappia parlare non la rende demoniaca».
Maren annuisce, vergognosa. Vorrebbe scusarsi ma sa che le sue scuse sarebbero fiacche. Allora si limita a ripetere: «Tu non sei una strega».
«Cosa sono non ha importanza, conta solo cosa credono che sia».

54225872._SY475_Se la trama di questo romanzo mi aveva conquistata subito, la sua lettura è stata ancora meglio.

Romanzo per me eccellente, nel suo andamento ponderato ma coinvolgente, che evoca paesaggi e situazioni in modo realistico, vivido, tanto da sentirsi immersi in quei villaggi dalle notti interminabili, l’odore di salsedine pregnante, il costante rumore del mare, vita e minaccia, il silenzio o i sussurri appena accennati delle donne che si aggrappano alla vita nella paura di quegli uomini venuti da fuori, che non capiscono il loro mondo, le loro tradizioni. E nemmeno la loro forza.

La storia è ispirata a eventi realmente accaduti nel 1617 in un villaggio di pescatori situato su una delle minuscole isole della Norvegia, quando un’improvvisa terribile tempesta fece ribaltare i pescherecci con a bordo la maggior parte degli uomini del villaggio, uccidendo la maggior parte in pochi minuti.
Ridotta drasticamente la popolazione, solo pochi uomini, ma soprattutto donne e qualche anziano e ragazzo si trovano a dover sopravvivere in quel luogo dal clima spietato.
Era l’epoca in cui la politica del re e dei reggenti mirava a sradicare le tradizioni e il residuo di credenze popolari precedenti, volendo instaurare un forte cristianesimo e un potere che fosse strettamente legato a quello centrale. Continua a leggere

Marco Corrias, “Canto Barbarico”

48381465._SY475_Alpi rocciose di Langobardia. Italia dei secoli bui. Titani a guardia di valichi impervi. Clangore metallico al di là del fiume. Una sagoma si apre un varco tra liane e agrifogli. Indossa una ringha di ferro brunito: maglia metallica ad anelli scuri. Un guerriero. Antico ceppo germanico. Nuova stirpe di conquistatori, temprata da inverni infiniti.

È indubbio che, mentre avanziamo verso la terza decade del XXI secolo, il romanzo storico stia vivendo un momento di particolare fioritura e interesse.
Se fino ad alcuni anni fa era la distopia al centro dell’attenzione, attualmente infatti si assiste al recupero della Storia. Siamo di fronte, tuttavia, a un nuovo tipo di narrativa storica che non è solo mera rivisitazione del passato, ma vuol parlare del nostro senso di identità e appartenenza, delle origini dalle quali proveniamo e di cui siamo eredi (dimentichi eredi, spesso), e mostrare il filo conduttore che ci ha portato all’oggi. La finzione storica nasce così dal desiderio di vedere il percorso umano inserito in un continuum, dalla convinzione che è possibile raccontare storie su un passato che impatta ancora sul presente immediato, nonché dal desiderio di una riscoperta delle radici individuali e dei valori che possono riportare grandezza e dignità al tempo odierno.

Il romanzo storico di Marco Corrìas, ambientato dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente ormai invaso dai barbari, si inserisce perfettamente in questo contesto e ne è particolarmente esemplificativo.

La prima caratteristica che emerge è la verisimiglianza storica, lo studio approfondito delle fonti e l’attenzione al dettaglio: nulla è lasciato al caso, quanto viene narrato e descritto nasce in quel limen privilegiato e prodigioso, il luogo ove terminano gli archivi e inizia l’immaginazione.
Se la conoscenza della documentazione si evince dalla credibilità dei luoghi, usi e costumi, nonché dall’uso di termini in lingua originale, l’abilità dell’autore sta nel far vivere in modo vivido e plausibile l’accaduto e i personaggi, rendendo loro pensieri, sentimenti, azioni, umanità e grandezza. Il lettore si trova catapultato in un’altra epoca, riesce a respirare davvero l’aria di quei luoghi e di quel tempo distante, in un connubio di storia, mito e immaginativa. Continua a leggere

Colson Whitehead, “La ferrovia sotterranea”

bigsur22_whitehead_laferroviasotterranea_cover-409x637La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead è stato uno dei titoli più acclamati dello scorso anno. Se inizialmente non mi aveva attirato, in seguito tutto il plauso proveniente da ogni parte mi ha effettivamente incuriosito.

Il romanzo è di certo ben scritto e abbastanza scorrevole, eccetto per alcune parti che mi sono sembrate troppo lente. E, cosa fondamentale, si percepisce essere basato su un’attenta ricerca e ricostruzione storica, cosa che lo rende testimonianza di assoluto interesse per il tema trattato.

Ammetto, tuttavia, che sull’argomento schiavismo negli Stai Uniti ho letto romanzi che mi hanno coinvolto molto di più – forse saranno stati “inferiori” sul piano tecnico-narrativo o di ricerca, ma su quello della costruzione dei personaggi e delle emozioni li ho preferiti. Penso, ad esempio, subito a Faulkner, ma anche a qualcosa di più recente, come The Kitchen House e Glory over Everything di Kathleen Grissom, ad esempio.

Il libro non manca di frasi bellissime, alcune scelte strutturali ben calibrate e grandi idee. In effetti, la re-immaginazione stessa della storia della ferrovia sotterranea è ottima.

Ciò che essenzialmente mi ha lasciato perplessa è che per me il pacchetto completo manca di vera, palpabile emozione. È un romanzo freddo, distante, impersonale. Continua a leggere