Kent Haruf, “Canto della pianura”

haruf_canto_webNegli ultimi tempi ho sentito nominare Kent Haruf un po’ ovunque, quindi ho ritenuto il caso ritentare a leggere uno dei suoi romanzi, Canto della Pianura (dopo il primo che lessi di suo, Our Souls at Night, ero rimasta un po’ incerta).

Canto della Pianura è ambientato nella cittadina americana di Holt, tipicamente provinciale, ove tutti pressoché si conoscono. Le persone che vi abitano sono sostanzialmente semplici, nel bene e nel male, ovvero nel fatto di essere di buon cuore, generosi, oppure bigotti e malvagi.
La storia è un intreccio di quattro linee trame, che seguono un’adolescente incinta, due ragazzi che cercano di far fronte alle circostanze complicate e sfortunate dei loro genitori che stanno divorziando, il padre dei ragazzi stessi, insegnante, e, infine, due anziani allevatori.
Apparentemente non collegate, le storie sono strettamente intrecciate e si combinano non solo per lo scenario, ma soprattutto per la potenza dei rapporti e la necessità di ogni uomo di sentire e vivere sentimenti sinceri e profondi. Continua a leggere “Kent Haruf, “Canto della pianura””

Paul Auster, “4 3 2 1”

9781627794466Dopo anni di attesa, è in uscita il nuovo romanzo di Paul Auster, 4 3 2 1, che si presenta come qualcosa di significativo fin dalla mole, di quasi 900 pagine.

Il libro racconta “semplicemente” la storia della vita di Archie Ferguson, nato il 3 marzo 1947.
Auster chiama sempre il suo personaggio con il suo cognome, Ferguson – cosa che in qualche modo sembra quasi uno sberleffo, dato che, come ci è stato detto nelle pagine di apertura, il nome è un incidente causato da un burocrate impaziente, che l’assegnato a suo nonno appena sbarcato a Ellis Island.

Ferguson non ha alcun potere particolarmente rilevante o tratti del carattere stupefacenti. In un certo senso, è una persona qualunque, benché la sua vita sia piena, abbia vaghe ambizioni di diventare uno scrittore, faccia molto sesso e ami viaggiare.
La trama, pur snodandosi come un romanzo di formazione, non narra grandi accadimenti, bensì accumula piccoli incidenti e avvenimenti, anche ordinari – i particolari traboccano e sono catalogati in modo esaustivo, ma anche arrivano ad annoiare quando diventano del tutto pedissequi e addirittura ripetitivi. Continua a leggere “Paul Auster, “4 3 2 1””

Jack London, “La Peste Scarlatta”

Zdzislaw Beksinski

Nella produzione di Jack London, spicca un breve romanzo post-apocalittico, pubblicato nel 1912, che precorre temi oggi in primo piano: La peste scarlatta. Visionario, lacerante nel suo realismo e nel linguaggio potente, è il racconto dei pochi scampati alla letale epidemia che sterminò l’umanità nel 2013.

Nei dintorni di quella che fu San Francisco, sessant’anni dopo la pandemia, vagano un anziano malconcio e un giovane dodicenne, Edwin. Sono due dei pochissimi superstiti, che insieme a un manipolo di ragazzi selvaggi, nipoti di altri sopravvissuti, si raccolgono intorno al fuoco dopo la caccia, occasione per il vecchio di narrare la rovina della civiltà, allorché l’umanità, sfasciata dal morbo incontrollabile, precipitò a livelli inconcepibili di crudeltà e arretratezza (“La civiltà crollava e ognuno doveva pensare a se stesso”, “Imperavano l’assassinio, la rapina, l’ubriachezza”).
London, reduce dall’esperienza di reporter del conflitto russo-giapponese e alle soglie della Grande Guerra, ravvisava il mondo slittare verso uno sfacelo ineludibile. Sensazione che si ripercuote nel cupo pessimismo del racconto, che riconosce all’essere umano la capacità solo di moltiplicarsi, edificare, distruggere, in un ricorrente eterno ritorno, suggellato dalla sentenza “La stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. […] Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova”. Continua a leggere “Jack London, “La Peste Scarlatta””

Paul Auster, “Romanzi (Trilogia di New York – Nel paese delle ultime cose – Moon Palace)”

Solo le tenebre possono persuadere un uomo ad aprire il proprio cuore al mondo.

Accostarsi ad Auster significa mettersi in viaggio.
Un itinerario nei ricordi, nel valore delle cose che ci circondano, nel senso della memoria, nell’indecifrabile aggrovigliarsi delle congiunture della vita (caso, destino, sincronicità?), nel cuore dell’umano.
Con una raffinata semplicità questo autore è capace di narrare la Vita in un senso così pregnante che non si può non immedesimarsi – almeno un po’ – in quanto scrive. E spesso è spiazzante quanto ci si ritrovi in quelle parole…
Senza assemblare giudizi o sentenze, Auster trattiene il cuore dell’uomo tra le mani, per scrutarlo in tutti i suoi abissi e tendercelo come uno specchio (temibile e dolce). Le storie sono una elegante veste ordita magistralmente, ma luoghi, cose e persone ad un certo punto tendono a sfumare in un’aura di irrealtà, senza intenti fantastici, anzi: il mondo si fa tutt’uno con gli occhi dei protagonisti e con il loro sentire, pensare, il confine tra l’oggettivo e il soggettivo diviene labile e pressoché indistinguibile, fino a trovarsi ad indossare la carne e l’anima dei personaggi stessi. Tutto nella scrittura di Auster pulsa vita, ogni oggetto che per caso si incrocia per strada, ogni stanza, ogni luogo, in ogni sfumatura possibile, dalla più delicata e serena alla più atroce e disperata.

Questo soprattutto mi ha conquistato di Auster: è un Narratore nel senso più pieno, pregnante e denso del termine. Di rado ho incontrato autori che sanno cogliere anche la più insignificante delle cose e saperla raccontare e far vivere in tal modo, il tutto teso quasi a sussurrare che è inutile arrancare verso l’imperscrutabile senso ultimo dell’esistere, che mai ci è dato, l’importante è essere e vivere i due aspetti più profondi della vita stessa: tragicità e bellezza.

Paul Auster
Romanzi (Trilogia di New York – Nel paese delle ultime cose – Moon Palace)
(traduzione di M. Bocchiola, M. Sperandini, M. Biondi)
Ed. Einaudi

John Dos Passos, “Manhattan Transfer”

Il crepuscolo arrotonda delicatamente gli angoli bruschi delle strade. L’oscurità incombe sulla fumigante città di asfalto; ottunde le inquadrature delle finestre, i manifesti, i camini, i serbatoi, i ventilatori, le scale di salvataggio, le modanature, le decorazioni, le scanalature, gli occhi, le mani, le cravatte; li riduce a masse blu, a blocchi neri. Sotto il rullo che comprime più forte, sempre più forte, sprizza dalle finestre la luce. La pressione della notte strizza latte luminoso dai lampioni ad arco, spreme blocchi scuri dalle case fino a farne sfilare luce rossa gialla verde giù nella strada rimbombante di passi. Tutto l’asfalto secerne luce. Dalle insegne luminose sui tetti erompe luce, luce turbina vertiginosamente per le vie, luce colora tonnellate rullanti di cielo.

John Dos Passos, questo scrittore fondamentale e controverso della letteratura americana, in questo romanzo, forse il suo più famoso, riesca a raccontare con uno stile lirico e visionario cronache di vita drammatiche, di personaggi che si innalzano, agitano e perdono nell’era in cui New York ai suoi albori di metropoli futuristica, ammaliante e stordente, ma anche inquietante e minacciosa.
Ed è proprio la città la vera protagonista del libro e la sua “la magia di una città-mondo che da oltre un secolo attrae e respinge, incanta e impaura” – come scrive Pietro Gelli nell’introduzione.

Avendo avuto la fortuna di visitare New York, percepisco alla perfezione come ogni pagina di questo libro riveli ancor oggi gli splendori e miserie di una città così multiforme e straordinaria che non si può non venerare, ma nemmeno non rimanerne inorriditi.
La straodinaria capacita e varità stilistica di Dos Passos riesce a trasformare le parole in odori, calore, luce, vetro, rumori…, trascinando con sé le esistenze umane più disparate, accomunate dall’accalcarsi febbrile nella “città che sale” (per dirla con Boccioni).
New York è l’inferno e il paradiso, è la terra promessa e l’infrangersi dell’ultima speranza, è madre e amante. E Manhattan, il suo cuore steampunk, ogni giorno e ogni notte pulsa all’unisono della vita e della morte, dell’amore e dell’odio di tutti i suoi concittadini, di tutti i suoi devoti.
Tutto questo vale tanto oggi quanto un secolo fa, e Dos Passos sa graffiarne un’immagine perfetta, affascinante e terribile.

My rating: 4/5

John Dos Passos
Manhattan Transfer
(traduzione di A. Scalero)
Ed. Dalai

Elizabeth Strout, “Olive Kitteridge”

La prima cosa che colpisce di questo libro di Elizabeth Strout è la struttura: infatti, è concepito come una serie di tredici racconti legati insieme da due elementi fondamentali, la protagonista, Olive Kitteridge, che compare con almeno un cammeo in ogni storia, e l’ambientazione, la piccola città di Crosby, nel Maine.
Siamo di fronte, pertanto, a una serie di narrazioni diverse, ma tra loro strettamente connesse, che in maniera inedita coprono buona parte della vita di Olive Kitteridge.

Fulcro e forza gravitazionale di tutto il libro è proprio lei, la protagonista, che a volte si erge al centro della scena, altre volte gioca un ruolo marginale – ma non è un caso che i racconti più deboli siano proprio quelli nei quali lei viene appena menzionata: senza di lei, il libro va alla deriva, come se avesse perso il suo nucleo centrale dal quale trarre vigore.

Olive non è un personaggio “gradevole” nel classico senso del termine.
Insegnante di matematica, e moglie di un farmacista, è un personaggio abrasivo, brusco, ostico, dall’umore estremamente mutevole, peculiarità che sono messe subito in risalto nel primo racconto, Farmacia, in contrasto al carattere tranquillo, dolce e un po’ sognatore del marito Henry.
Eppure la donna non è un personaggio negativo o cattivo, anzi. Dietro l’apparenza severa e granitica, si nasconde una grande amarezza e altrettanta solitudine, che hanno reso quella scorza esteriore più coriacea come un’estrema autodifesa verso la vita. Continua a leggere “Elizabeth Strout, “Olive Kitteridge””

William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!”

Monumentale.
Questo solo epiteto basterebbe a racchiudere questo capolavoro faulkneriano.
È tale nel linguaggio, nell’intreccio, nei personaggi.
Non è una lettura facile né scorrevole, a mio avviso non è nemmeno il libro ideale per approcciare questo grande scrittore americano da parte di chi non ha ancora letto nulla di suo.
Personalmente, dopo averlo scoperto e amato (ormai diversi anni fa) con Mentre morivo, ancora più prediletto con L’urlo e il furore, dopo l’acuta delusione di Luce d’agosto e Sanctuary, nelle pagine di Assalonne, Assalonne! ho ritrovato il Faulkner che prediligo.
Il linguaggio si fa ardito, complesso, spigoloso e ruvido quanto aulico e lirico, in una narrazione che si snoda spesso in periodi lunghi, articolati, frammisti di pensieri e ricordi, sensazioni e voci differenti.
Un romanzo così doviziosamente curato come potrebbe essere la più soave elegia, invece al centro vi è l’epos terribile di una famiglia, che si spiana tortuosamente al lettore attraverso la voce e i ricordi di diversi personaggi. Continua a leggere “William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!””