Jenny Offill, “Le cose che restano”

Questo libro è per chi tiene un diario con la storia della propria felicità, per chi usa la scienza per mettere in pratica la magia, per chi fa il bagno di notte e dimentica i vestiti sulla riva, e per chi accetta di essere un po’ folle per mostrare l’anima al mondo, come luce di stelle che non esistono più.

jenny-offill-le-cose-che-restanoRomanzo d’esordio di Jenny Offill, Le cose che restano (Last things) è arrivato da noi solo lo scorso anno.

Sono rimasta davvero stupita da questo romanzo, che inizialmente sembra una semplice storia abbastanza curiosa dell’infanzia di Grace, invece diventa qualcosa di molto più coinvolgente, profondo, commovente, un continuo innestarsi di realtà e immaginazione sotto cui sta una verità toccante, cruda, triste.

Innanzitutto, è narrato dal punto di vista di Grace adulta – scelta importante, che dà un taglio al romanzo da literary fiction, ma soprattutto una prospettiva da cui guardare la vita nel suo insieme, insinuando domande su cosa sia la felicità, la magia, cosa sopravviva in noi dell’infanzia che, nel bene e nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo.

A metà degli anni ’80, Grace Davitt è una bambina di otto anni che vive in una piccola città del Vermont, insieme al padre, insegnante di chimica presso la scuola superiore, e alla madre Anna, ornitologa.
I genitori sono eccezionali ma altrettanto agli antipodi: mentre il padre è uno scienziato rigoroso, pragmatico, la madre è una sognatrice, che vive in un mondo suo tra realtà e fantasia.
Anna educa la figlia a casa, raccontandole leggende africane e insegnandole la storia del mondo in una stanza che ha dipinto di nero e decorato di stelle incandescenti (il calendario cosmico).
L’educazione di Grace è tutt’altro che razionale, e se in un primo momento può sembrare affascinante questo connubio di scienza e fantastico, Anna non fa altro che trascinare nella propria claustrofobica follia la figlia, in una spirale discendente che ha il suo punto massimo nella parte centrale del romanzo. Continua a leggere “Jenny Offill, “Le cose che restano””

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Ann Beattie, “Gelide scene d’inverno”

9788875212254_0_0_1113_80Il titolo del romanzo di Ann Beattie, Gelide scene d’inverno, è il perno centrale attorno al quale si svolge la storia: un rigido inverno che sembra non lasciare tregua, in una cittadina del New England del 1976.
In questo scenario vagano i personaggi principali, tutti all’incirca sui trent’anni, Charles, Sam, Laura, Betty, eredi dell’entusiasmo e della spensieratezza degli anni ’60, che invece si trovano a fare i conti con una vita ben diversa, rigorosa e disillusa, specchio di un Paese ripiegato, depresso, solitario.

Charles è il protagonista, che si strugge di amore per Laura, la quale lo ha lasciato per tornare al proprio matrimonio insoddisfacente.
Egli ha una sorella minore, Susan, che studia al college, mentre loro madre, Clara, sempre più problematica a causa della sua follia, tanto che dovrà essere ricoverata in una casa di cura.
L’unico amico di Charles è Sam, licenziato da un negozio in cui vendeva giacche, che si rifugia in casa dell’amico. Dopo un certo tempo compaiono Pamela, disturbata psichicamente in seguito ad una serie di disastrose esperienze, e Betty, goffa segretaria di Charles, che tuttavia esce rapidamente dal gruppo poiché capisce di non essere accettata.

Si infilano il cappotto ed escono di casa, lasciando i piatti sul tavolo. Charles rientra un attimo a controllare i fornelli. Li ha spenti. Esce di nuovo. Fa molto freddo, e in tutto l’isolato non c’è quasi nessuna luce accesa. Mentre vanno, Charles guarda meravigliato le case buie. Come fa la gente ad andare a dormire così presto? Dev’essere l’abitudine, anni e anni di addestramento. Bisogna alzarsi presto per andare al lavoro, bisogna andare a letto presto. E lo fanno davvero. Una volta ha chiesto a Laura a che ora andava a letto, per poter pensare a lei in quel momento. Lei non gliel’ha voluto dire. «Va a finire che ti deprimi» ha detto.

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Slavenka Drakulić, “L’accusata”

Io ti ho dato la vita, io te la posso togliere.

cover-drakulicL’accusata di Slavenka Drakulić è un vero pugno allo stomaco. Potrei finire qui la recensione, perché fa male solo rammentare alcune parti di questo bellissimo, dolorosissimo romanzo.

La scrittrice croata, molto stimata nel suo paese, mette al centro di questo romanzo un argomento ancora tabù, ovvero la violenza familiare, in particolare quella sui figli.
Ma il tema non viene trattato con paternalismo o particolari effetti drammatici, bensì in modo crudo, diretto, vero, come una gelida telecronaca. Come questi eventi accadono nella realtà.

Il libro si apre con la figura dell’accusata: ha appena ucciso sua madre, ora è imputata del delitto ma non vuole difendersi. Giudici, magistrati e periti allora cercano di indagare le cause del gesto prima di giungere a una condanna già scritta.

Lei non può raccontare apertamente perché ha compiuto quel gesto, altrimenti tutti verrebbero a sapere… A sapere del passato suo, di quello di sua madre, di cosa è accaduto tra l’ignoranza e l’indifferenza altrui per vent’anni. Non dirà nulla, perché così è stata addestrata, a non lasciar trapelare niente, che sia una parola, un’emozione, nessuna traccia di sé.

Però lei dentro sa cosa è accaduto. Ricorda vividamente quei vent’anni, cosa ha passato, cosa la hanno costretta a diventare – e perché ha sparato a sua madre.

Sua madre era una bellissima donna che viveva in una famiglia chiusa, oppressiva, anaffettiva, alla quale importavano solo le apparenze con i vicini e gli estranei.
Appena maggiorenne, conosce suo padre, un bel ragazzo un po’ sbandato, se ne innamora follemente e rimane incinta.
Arriva lei e tutto cambia. Già la sua sola nascita deturpa la madre, con quella cicatrice bianca sul ventre. Non è soltanto quello, però, perché lei è la colpevole per antonomasia, di tutto. Continua a leggere “Slavenka Drakulić, “L’accusata””

Viktor Shklovskij, “Der Zoo, o lettere non d’amore, oppure la terza Eloisa”

Al mondo ci sono tante bestie diverse e tutte a loro modo glorificano e bestemmiano Dio. Senza parole ti tuffi in fondo al mare e riporti solo sabbia, che scorre come fango. Io possiedo molte parole e ho la forza, ma colei a cui dico tutte le parole è straniera.

sklovskij_derzooDer Zoo, o lettere non d’amore, oppure la terza Eloisa è un breve romanzo in forma epistolare e autobiografica del formalista russo Viktor Shklovskij.

Shklovskij fu esiliato dalla propria patria, la Russia, e si rifugiò a Berlino ove si trovavano tanti altri suoi connazionali in situazioni simili.
In queste lettere egli, lontano dalla donna amata dalla quale non è ricambiato, le promette di non scrivere d’amore, ma di raccontarle delle sue giornate.

Il libello è estremamente interessante, di una curiosità incantevole, perché coniuga espressione artistica (Shklovskij era un formalista pertanto nulla lascia al caso nemmeno in questa scrittura), resoconto sociale e storico, idee sulla letteratura, pensieri sull’esilio, descrizioni di persone che conosce.

Il complesso è intrigante, ne emerge un quadro del periodo ben preciso, ove Berlino era un porto franco e di salvezza per i rifugiati, ma tuttavia non garantiva vita facile, tutt’altro.
Non per nulla, gli esiliati vengono con sottile metafore accostati alle bestie del celeberrimo zoo, il loro vagare nelle aree spoglie e “per la via sotto i dodici ponti di ferro”. Continua a leggere “Viktor Shklovskij, “Der Zoo, o lettere non d’amore, oppure la terza Eloisa””

Tom Drury, “La fine dei vandalismi”

9788899253554_0_0_0_80NN Editore prosegue a dilettarci con la pubblicazione di significativi romanzi americani, come La fine dei vandalismi di Tom Drury, originariamente edito con successo ancora nel 1994 ma fino a poco fa sconosciuto in Italia.

Drury si inserisce nel solco della narrativa americana che mette in scena la vita apparentemente comune e ordinaria di piccole o medie comunità, e più che una trama ci troviamo dinanzi una visione panoramica della fittizia contea di Grouse, una rete di piccole cittadine nel Midwest, e tanti personaggi che entrano e escono di scena, parecchi di minor rilievo, tre i protagonisti principali, lo sceriffo Dan Norman, l’assistente fotografa Louise Darling e suo marito, Tiny.

Quando Louise, esasperata dal comportamento del marito Tiny, piccolo delinquente di provincia, lo butta fuori di casa, per una serie di circostanze si avvicina sempre più a Dan e i due iniziano una relazione.
Mentre Tiny si dirige con vicende alterne verso il Colorado, mai dimentico dell’ex moglie, Dan e Louise vanno a vivere insieme e poi si sposano.
Dan, che fino ad allora aveva vissuto sempre abbastanza serenamente, comincia tuttavia a soffrire di una grave forma di insonnia e nemmeno Louise sembra davvero serena e avrà un vero tracollo psico-emotivo quando sarà toccata da un grave evento.
Questo porterà Louise a trascorrere un lungo periodo lontana, nella casa di una zia in Minnesota e Dan a concentrarsi sulla propria carriera politica. Continua a leggere “Tom Drury, “La fine dei vandalismi””

Cees Nooteboom, “Il canto dell’essere e dell’apparire”

022can_72pTutto l’esistente è un simbolo.

Un titolo che è un intento, dal gusto così filosofico e che si traduce in uno squisito testo – e gioco – metaletterario. Grande Cees Noteboom, che conosco grazie a questo libro, e me ne innamoro.

La storia si svolge su due piani: nel 1979 uno scrittore è alle prese con il suo libro e riflette da solo o discutendo con un altro scrittore di cosa significhi fare letteratura e scrivere. Dall’altra parte, siamo nella storia dello scrittore, appunto: nel 1879 in Bulgaria, con tre personaggi: il colonnello Ljuben Georgiev, eroe della guerra contro i Turchi, un medico e la sua bella moglie, l’enigmatica ed evanescente Laura Fičev.

Narrativamente, questo breve libro alterna capitoli ora dell’una, ora dell’altra parte, in una rotazione che finisce per far quasi dimenticare dove sia il confine tra cosa sia frutto dell’invenzione e cosa sia realtà.

Su questo senso di straniamento gioca Noteboom, ora con riflessioni filosofiche, ora con sottile sagacia, su cosa sia l’immaginario, quanto potere abbia uno scrittore sulla sua opera.

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Ismet Prcic, “Schegge”

schegge_825_1100Il romanzo di debutto, Schegge, di Ismet Prcic non è una semplice storia, ma è una sorta di resoconto, talora allucinatorio, ma sempre brutale e straziante, della sua esperienza attraverso la guerra della (ex) Jugoslavia: e Prcic, musulmano bosniaco, nato nel 1977 a Tuzla, attraverso la scrittura cerca di dare senso, se mai uno possa esservene, a quel trauma, di oggettivarlo per tentare di superarlo.

Schegge, già il titolo avverte, non è una storia lineare, benché non prepari per quanto verrà descritto nelle successive pagine.
Durante tutto il libro, siamo nella mente del protagonista Ismet Prcic, che spesso sembra essere sdoppiato in due persone: una è Ismet, conosciuto negli Stati Uniti come Izzy, che forse ha commesso suicidio o forse potrebbe essere ancora vivo nella persona di un secondo personaggio, il suo alter ego, Mustafa Nalic.
Non è mai chiaro se i personaggi siano effettivamente due, uno solo, o altri – forse sono tutte le vittime di quella tregenda, ciascuna con la propria storia, etnia, religione, ma tutti altrettanto e ugualmente umani. Continua a leggere “Ismet Prcic, “Schegge””