Aoi Ink Nymphs Los Angeles

9780764347856Come posso resistere a un libro fotografico dedicato ai tatuaggi?
Appena ho visto questa arc, mi sono fiondata a richiedermela e non smetto di ammirare alcune pagine.

Il libro contiene più di 200 foto artistiche di Nelson Blanton di modelle tatuate del sud della California, un gruppo variegato noto come Ink Nymph.
L’iniziativa ha preso spunto dall’annuale festival “Angels of Ink”, ove si radunano amanti del tatuaggi, di motori, di musica rock e sono presenti piccole imprese locali che supportano la filosofia del biolgico ed eco-friendly.

Le foto presentano un mix tra la bellezza delle modelle, i loro tatuaggi, su uno sfondo di scorci di vita quotidiana di Los Angeles, cosa che dona gli scatti una prospettiva emotiva, più coinvolgente, così da diventare un viaggio nella Los Angeles della cultura alternativa.

Non è un semplice testi dedicato a una raccolta di immagini di tatuaggi, benché se ne vedano di diversi tipi (old e new school, neri o a colori, piccoli ed estesi, ad acquerello, tribali o sfumati, ecc.), ma una celebrazione della bellezza nell’arte: in questo caso la bellezza della donna che è resa qualcosa di unico, una tela che dà valore e al contempo è resa incantevole dall’arte del tatuaggio.

My rating: 5/5

“AOI Ink Nymphs Los Angeles”
Ed. Schiffer Publishing

*Ringrazio l’editore e Netgalley per avermi dato una copia dell’opera necessaria alla stesura di questa recensione*

AntiVJ: video mapping multisensoriale

All’inizio del 2008, un gruppo di eterogenei artisti europei ha dato vita ad AntiVJ, con l’obiettivo di sviluppare, produrre e promuovere nuove contaminazioni tra arti visive e musica. Il progetto si focalizza su un utilizzo peculiare delle proiezioni e della luce e su come questi due elementi influenzino le nostre percezioni. Combinando strumenti, una solida preparazione tecnica e forme artistiche differenti, i risultati che questi artisti ottengono, di solito durante performance live o attraverso installazioni, sono una vera esperienza artistica neurotonica.

Tra le loro prime realizzazioni si annoverano le performance di mapping, tecnica di cui sono stati tra i pionieri nel campo delle proiezioni su grande scala e per la quale hanno sviluppato un software specifico. Tecnicamente il tutto è reso possibile dalla generazione e riproduzione di proiezioni stereoscopiche su superfici piane, grazie a potenti videoproiettori e processi di mappatura digitale che danno allo spettatore l’illusione della profondità tridimensionale creando enormi schermi virtuali ad alta precisione. Memorabili sono state le proiezioni in una cattedrale in Olanda, su un futuristico edificio in Corea (esperimento che mirava a rappresentare lo sviluppo urbano di una città-modello e come esso può organizzare le persone in reti controllate ed interconnesse) e su una nave-cisterna in Canada.

Questa tecnica di mapping sta attirando negli ultimi tempi diversi video designer, come testimoniano le segnalazioni fioccate in rete (un esempio italiano è il progetto La Torre Riflette di Elisa Seravalli). E si configura come un intento di «ricodifica» dell’esistente secondo parametri sensoriali alternativi.

Sfogliando gli altri progetti di AntiVJ, un ulteriore risultato degno di attenzione è Principles of Geometry. Utilizzando la stereoscopia (la tecnologia adottata nel cinema 3D) è stato prodotto un viaggio nello spazio della terza dimensione, della durata di ben 50 minuti, attraverso paesaggi wireframe e sottili linee lattescenti intersecanti prospettive infinite, con una colonna sonora realizzata grazie a sintetizzatori d’epoca.

I componenti di AntiVJ sono attivi anche nello studio e nell’applicazione della luce a strutture interattive, tipologia di installazioni che di recente ha avuto parecchia risonanza grazie all’allestimento presso l’autorevole Centro Artistico 104 di Parigi di una collettiva incentrata sull’interazione tra luce, piani spaziali e immagini, che coinvolgeva inoltre gli stessi spettatori. Antivj aveva presentato qualcosa di analogo con il progetto 3Destruct, che in versione completamente rinnovata è stato da poco riproposto a San Pietroburgo e in Francia. 3Destruct è costituito da un grande cubo di fogli semitrasparenti, a cui sono collegati quattro proiettori che ne mappano le superfici, generando luci, flash e suoni: immergendosi totalmente in questa installazione, lo spettatore perde ogni punto di riferimento razionale e coerenza spaziale, coinvolto in una suggestione che va oltre la logica dell’universo lineare.

Questo tipo di sperimentazione ha radici ricollegabili alle realizzazioni di Lucio Fontana, che già attorno agli anni Cinquanta iniziò a impiegare nelle sue opere la luce in senso spaziale, ossia come elemento in grado di rivelare plasticità inedite e creare nuovi ambienti spaziali attraverso proiezioni di immagini luminose e l’alternanza di zone in chiaro ed altre oscure. L’utilizzo di tubi al neon o del sofisticato effetto della luce di Wood diede vita ad alcune delle prime installazioni della storia dell’arte (si pensi ad Ambiente spaziale a luce nera presentato presso la Galleria del Naviglio di Milano nel 1948), caratterizzate da una sensibilità nuova, rivolta a una spazialità dai labili confini e dalle mille suggestioni recondite, tesa tanto verso l’infinito, il mistero, quanto al nulla, al di là dei confini dell’opera stessa, di cui lo spettatore è parte attiva e integrante. Non a caso, la prima silloge di poesie connettiviste porta un titolo deliberatamente ispirato proprio a Fontana, Concetti Spaziali, oltre.

La nuova frontiera artistica proposta da AntiVJ, quindi, riesce a stimolare un’esperienza di percezioni plurime altamente condensate, nella simulazione della realtà aumentata o del multiverso. E chissà quali altri obiettivi e commistioni sensoriali, grazie a un sempre più avanzato impiego della tecnologia (ad oggi si dicono impegnati nella ricerca di nuove soluzioni che fruiscano della scansione 3D, di un nuovo tipo di motion tracking, delle più avanzate interfacce uomo-computer), sapranno ancora testare in futuro questi pionieri della contaminazione artistica.

La poesia goliardica dei “Carmina Burana”

A seguito degli editti napoleonici, nel 1803 in Baviera l’intero patrimonio librario ed archivistico dell’abbazia benedettina di St. Benediktbeuern venne trasferito a Monaco, alla Staatsbibliotek, dove con la sigla d’inventario C.l.m. 4660 (C.l.m. stava per Codex Latinus Monacensis) fu classificato un codice membranaceo, risalente al XIII secolo, contenente testi poetici.
Riemerso dall’oblio dei secoli, il codice suscitò subito l’interesse degli studiosi, soprattutto di Johannes Andreas Schmeller, che nel 1847 ne curò la prima edizione, strutturando i canti per argomenti e coniando quel titolo, “Carmina Burana”, con il quale lo conosciamo oggi, in ricordo della provenienza dall’abbazia di St. Benediktbeuern, l’antica Bura Sancti Benedicti del Medioevo.La poesia dei Carmina Burana è legata alla tipica produzione goliardica medievale.

Quando sorsero le prime Universitates come luogo di studio alternativo alle scuole ecclesiastiche, giovani di varia estrazione sociale girovagavano da un’università all’altra in cerca di prestigiosi insegnanti. Tra codesti clerici sive scolare o clerici vagantes, spiccò un gruppo in particolare, quello dei cosiddetti vagantes oppure “goliardi”, una fazione anticonvenzionale, vistosa e ribelle, in aperta polemica contro la Curia romana, accusata di corruzione, e contro il soffocante integralismo monastico, nemico della nuova cultura.
Dalla penna di questi personaggi del tutto anonimi, che vagavano e si guadagnavano da vivere proprio grazie al canto di simili testi, scaturì la poesia dei Carmina Burana, commistione di cultura classica e di spunti di tradizione popolaresca, tramandata in un primo momento naturalmente sotto forma orale.
In ambito ecclesiastico essi vennero qualificati con l’epiteto fortemente diffamatorio di goliart o guliart (capaci di gola, voraci). In linea con lo spirito che li contraddistingueva, questi stessi poeti fecero proprio il nome di Golia quale loro patrono, riallacciandosi alla definizione di “nuovo Golia” (ovvero “nemico di Dio” alla maniera di S. Agostino) che Bernardo da Chiaravalle aveva usato nell’invettiva contro Abelardo, e si dichiarano apertamente “pueri et discipuli Goliae” (divenendo così Golia l’episcopus, il pontifex della loro numerosa, variopinta e sradicata familia).
Con l’avvento del XIII secolo, questo mondo volse inesorabilmente al tramonto. Col riconoscimento giuridico di alcune grandi università (come quella di Parigi), sotto la tutela sia dell’impero che della Chiesa, nonché la nascita degli ordini predicatori francescani e domenicani e l’ascesa dei frati alle cattedre di teologia, la Chiesa s’impose nuovamente. La conseguente serie di interdizioni e di divieti, emessi dall’apparato ecclesiastico, decretarono la fine definitiva della Goliardia. Continua a leggere “La poesia goliardica dei “Carmina Burana””

L’empatia fiabesca di Shaun Tan

Articolo originale pubblicato su HyperNext

Vincitore agli Oscar 2011 dell’Academy Award for Animated Short Film, The Lost Thing è un cortometraggio d’animazione della durata di quindici minuti, diretto da Andrew Ruhemann e Shaun Tan, narrato dalla voce di Tim Minchin.

Shaun Tan, già noto e pluripremiato a livello internazionale, è un narratore sorprendente, capace di catturare l’attenzione grazie al suo variegato immaginario e al lirismo delle sue storie. Protagonista del cortometraggio è un ragazzo solitario e introverso, instancabile collezionista di tappi di bottiglia. Un giorno, mentre si sta dedicando a questo hobby sulla spiaggia, si imbatte in una creatura singolare, una specie di teiera-granchio. Resosi conto che essa si è perduta, abbandonata tra l’indifferenza di tutti, cerca di scoprire a chi appartenga e di ritrovare la sua casa.

L’ambientazione ricreata da Tan è volutamente inquietante: decadenti edifici di cemento sui quali si arrampicano tubi arrugginiti, una città statica e sprofondata, come in alcuni dipinti di Edward Hopper, in una sorta di apatia, di noia post-industriale. Anche i suoi abitanti sono affini al mondo autistico che popolano, completamente assorbiti in se stessi, nelle proprie abitudini rituali e in una vita desolata e incolore, tanto che nemmeno notano la creatura e non vogliono a nessun costo interrompere la routine per aiutarla. Nel disinteresse generale e ostacolato da una burocrazia kafkiana, solo il giovane, commosso dall’infelicità di questo curioso essere, se ne prende cura.

A tratti struggente, a tratti gioioso, questo corto seduce con una grafica fiabesca ed è sorretto da un solido costrutto di progettazione, animazione, suono e musica. Contraddistinguendosi per eleganza e semplicità, dipinge un mondo surreale che fonde il quotidiano, l’insolito e il bizzarro. La storia è speciale non solo per l’impianto grafico-narrativo, ma poiché invita a guardare il mondo con occhi diversi, per accorgerci di quanto ci circonda e recuperare la fiducia nel valore della bontà. Il concetto di cosa perduta, inoltre, ha una sottile venatura filosofica: può essere simbolo della natura, dell’innocenza, oppure il dilemma di aver smarrito se stessi o la propria parte più umana; sono molte le interpretazioni possibili.

Abile a governare l’incantesimo che lega immagine e parola (“io uso il testo come malta tra le piastrelle delle figure: il testo è un tessuto connettivo tra le immagini che raccontano la storia”), la visione di Shaun Tan è peculiare e vuole trasmette significati profondi soprattutto tramite l’emozione e l’empatia. In tal senso, rammentando una citazione di Neil Gaiman (“He had gone beyond the world of metaphor and simile into the place of things that are, and it was changing him”) e leggendo un’intervista congiunta pubblicata tempo fa sul Guardian, ho ravvisato che le analogie tra questi due autori e la loro poetica non sono poche.

In The Lost Thing, così come in alcuni testi gaimaniani (si pensi a Neverwhere e Stardust, solo per citarne un paio), l’impianto fantastico è strumento ed espediente fondamentale per veicolare un messaggio di valenza universale. Altri punti di contatto sono, ad esempio, la staticità e grettezza in cui sprofonda il quotidiano, l’attenzione ai particolari apparentemente insignificanti ma dietro ai quali si celano meraviglie e altre dimensioni, il superamento dell’egoismo, del disinteresse, delle proprie ristrette vedute, l’emozione e l’empatia che risvegliano l’io. Fattore fondamentale è, in primis, la curiosità, quale capacità di gettare uno sguardo profondo e diverso sul mondo, vederne e valutarne le sfaccettature. Solo grazie alla curiosità, cui è strettamente legato il desiderio di arricchimento interiore, è possibile superare l’indifferenza e riuscire finalmente a vedere davvero. In secondo luogo, centrale è il ruolo dell’emozione, che, intesa anche in senso etimologico (e-moveo) si ricollega direttamente all’empatia. Essere in grado di provare empatia spinge a mettersi in gioco, ad andare oltre il sé: se l’individualismo è fondamentale per coltivare se stessi, rendersi individui e non massa, l’empatia è la summa in cui convergono curiosità ed emozione, nonché uno degli strumenti fondamentali concessi all’essere umano per salvare se stesso e compiere un salto evolutivo di consapevolezza.

Questo assunto non è soltanto mera speculazione. La teoria dei neuroni specchio, di recente tornata in voga a seguito dell’uscita del film L’alba del pianeta delle scimmie, il cui lancio è stato accompagnato anche da approfondimenti (questo ne è un esempio interessante) a cura di uno dei maggiori studiosi odierni, il primatolgo Frans De Waal, consente un nuovo approccio agli schemi relazionali tra esseri umani, punto fondamentale dei quali sarebbe proprio l’empatia (ben diversa dall’altruismo), pur legata al restante complesso sistema emozionale umano. Un nuovo metodo di studio per una gamma eterogenea di discipline, quindi, che beneficia dell’apporto delle tesi della fisica quantistica e delle teorie delle complessità, le quali si sono rivelate particolarmente proficue nello studio dell’interazione dinamica degli organismi viventi. L’empatia, anche scientificamente, corrisponderebbe all’accettazione della sfida diretta a superare i limiti del singolo, a sviluppare conoscenze innovative e creative non solo per i propri fini. A lungo termine essa potrebbe incentivare il rinnovamento dalla declinante società meccanicistica e iper-capitalistica verso una società ventura empaticamente partecipata.

E, sotto forma di fiaba immaginifica e affascinante, congiuntamente all’aforisma “today is the tomorrow you expected yesterday”, Shaun Tan ci indica l’inizio di un simile percorso.

Dall’era degli automi, i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura

Articolo originariamente pubblicato su HyperNext

Automaton

Da un’indeterminata età delle macchine, solenni e scultorei nella loro immutabilità imperitura, emergono i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura. Ibridi surreali tra uomo e macchina, questi testimoni di “un difficile matrimonio tra carne e metallo”, dalle linee fluide e nitide, le cromie bronzee e i chiaroscuri decisi, schiudono il loro carapace metallico per rivelare una miriade di dettagli modellati con precisione fiamminga.

Nakamura è un novello Arcimboldo dell’era post-industriale, un redivivo alchimista che plasma il suo Golem meccanico, e replicando “la trasformazione e lo sviluppo della muta degli insetti” foggia ritratti di automi che dell’umano serbano solo un simulacro esteriore. Dalla scatola dei ricordi del passato, che ostinatamente l’artista cerca di recuperare e rielaborare – ricerca che egli stesso definisce simile “alla passione degli amnesiaci nell’inseguire le loro memorie perdute” –, minuzie e frammenti sono assemblati a comporre visioni dall’atmosfera unica, si amalgamano in un insieme fantastico.

Le influenze esercitate su Nakamura sono molteplici, dal surrealismo al realismo magico, non senza incursioni nel Rinascimento, soprattutto quello nordico, oltre ai contatti determinanti con il cyberpunk. Stimoli che si fondono nel mirabile sincretismo che dà vita ai suoi lavori, alla cui base risiede l’incontestabile fascino per l’automa meccanico. Continua a leggere “Dall’era degli automi, i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura”

Arte come breccia nel muro: Street Art Utopia

Grigiore suburbano, uniforme periferia frastornata dal caos cittadino.
Inattesa, una dissonanza cattura l’attenzione, uno squarcio sgargiante stordisce lo sguardo, un caleidoscopio figurativo germoglia dal nulla e sbalza nel regno dell’immaginazione e della meraviglia.
Questa irruzione nell’ordinaria quotidianità metropolitana riunisce idealmente diversi artisti – per sensibilità, tecnica, obiettivi più eterogenei, alcuni noti e altri affatto anonimi – sotto il nome di Street Art Utopia e il motto “We declare the world as our canvas”.

Street Art Utopia non è un’etichetta (in questo campo sarebbe azzardato e inopportuno), né un movimento o un gruppo organizzato, bensì una sensibilità, un’espressione sociale, culturale e artistica, atta a presentare i più audaci e mirabili artisti dediti alle forme più innovative di street art, 3D street art e graffiti writing (su quest’ultima un profilo è tracciato nell’articolo Graffiti, un excursus storico di 7di9).
Street Art Utopia non è nemmeno mera decorazione, svago, esibizione tecnica; il suo intento è metamorfizzare le strade della nostra quotidianità, renderle di nuovo vive, trasformare elementi apparentemente banali in vie di fuga verso punti di vista inediti. Trasfigurando ciò che è anonimo, dischiudendo su un muro o sul cemento incredibili scorci figurativi e prospettici, degni dei più virtuosi prospettivisti barocchi, essa spalanca possibilità illimitate di comunicazione, manifesta la propria verità, rivoluziona il modo di vedere – suggestioni che mi riportano alla memoria Picta muore di Dario Tonani e, per l’angolazione atipica con cui può essere osservata e vissuta la città, il mirabile romanzo Zazie nel metro di Raymond Queneau.
Che il risultato finale voglia esprimere una contestazione e temi socialmente rilevanti (come, per esempio, il celebre Banksy), oppure distruggere l’impersonalità, vivificare la strada e aggregare le persone, far emergere il senso di meraviglia e del bello (filosoficamente intesi come impulso dell’animo verso un sentire più elevato, profondo, un risveglio alla consapevolezza), lo spettatore, muovendosi in spazi prospettici che prendono forma da punti di partenza potenziali, può scandagliare infiniti spunti di lettura, tra geometrie labirintiche e forme straordinarie, indagare le molteplici possibilità percettive dello spazio e della dimensione pittorica non solo da osservare, ma anche da attraversare. Continua a leggere “Arte come breccia nel muro: Street Art Utopia”