Martin Amis, “Money”

Auster_Invenzione_Cop2011.qxpMoney di Martin Adams, uscito nel 1984, entra appieno, per temi e stile, tra i classici romanzi contemporanei, una satira tra il grottesco e la commedia sul potere del denaro, come possa sedurre e altrettanto distruggere.

La storia ha per protagonista le vicende del trentacinquenne John Self, un regista britannico di spot pubblicitari televisivi, abbastanza ipocondriaco, mangiatore di junk food, forte bevitore, amante del sesso e della pornografia, ma, sopra ogni cosa, devoto al dio denaro.
Self viaggia tra Londra e New York perché sta per realizzare il suo sogno, realizzare un film, intitolato Good Money, grazie alla partnership stretta col produttore Fielding Goodney.

La prima parte del libro trascina subito il lettore nell’incalzante stile di Amis, una mescolanza tra flusso di coscienza, momenti descrittivi e paragrafi in cui lo stesso protagonista pare rivolgersi al lettore – o a un “tu” indeterminato che lo osserva.

Self si presenta immediatamente come l’eroe del capitalismo, del consumismo, figlio prediletto del suo tempo – degli anni ’80, che vivevano tra boom economico, deregolamentazione finanziaria, nuovi contesti sociali ove tutto diviene mercificabile e si amplia il divario con le classi sociali più povere.

Il protagonista, tuttavia, non vede oltre se stesso e quanto lo riguarda, non c’è sguardo analitico alla società, se non rimandi da testata giornalistica o becera chiacchiera da bar; allo stesso modo la cultura per lui è incomprensibile, qualcosa di lui avulso e inutile – basti leggere la sua strampalata interpretazione de La Fattoria degli Animali di Orwell che si trova a leggere (“i maiali sono maiali”) e le sue considerazioni sulla lettura (un impegno di tempo inutile, riassumendo): la cultura è obsoleta perché non porta denaro, per il barbaro contemporaneo John Self.
Immaginate il protagonista di The Wolf of Wall Street negli anni Ottanta impegnato in un diverso settore economico.

Non a caso, a mio avviso, è citato Orwell e due suoi romanzi emblematici (La fattoria degli Animali e 1984) incentrati sull’uomo e sul futuro distopico che ne potrebbe conseguire a seguito dell’alienazione a se stesso.

E, parimenti, non si può non considerare emblematico il nome stesso del protagonista: John, un nome qualunque, comune, che potrebbe appartenere a chiunque. Self, come l’egoismo – ed egotismo  in cui il protagonista si dibatte, ma pureun sottile monito al fatto che quel personaggio potrebbe annidarsi nell’io anche del lettore.

Le descrizioni, vuoi di Londra o di Manhattan, sono fantastiche, meticolose ma frizzanti, spudoratamente ed esattamente catturate come da un obiettivo del più accorto fotografo.

Certe volte, quando il cielo è grigio così – di questo grigio impeccabile che pare la negazione assoluta del concetto stesso di colore –, quando le moltitudini chine alzano il capo, è difficile distinguere l’aria dalle impurità dei nostri occhi umani, come se l’andirivieni degli arabeschi di pulviscolo fossero parte degli elementi: pioggia, spore, lacrime, nebbia, sporcizia. Forse, in quei momenti, il cielo altro non è che la somma di tutto il luridume che abita nei nostri occhi umani.

I paragrafi si alternano vertiginosi tra il punto di vista del protagonista, in cui predominano slang, linguaggio realistico e diretto, fino a toccare vertici in cui la narrazione si fa schizofrenica, saltando da un pensiero all’altro, da un argomento a un altro nel giro di poche righe, non senza momenti di acida satira, e passaggi in cui è palpabile la città, i suoi suoni e rumori, le sue luci, grazie a un linguaggio sorprendentemente ricco – e jazzistico, oserei dire.

Significativo come continuino a reiterarsi termini come “denaro” o comunque semanticamente riconducibili ai soldi, a sottolineare la struttura psicologica del protagonista, che tutto scompone secondo il valore della moneta, vede attraverso le lenti dell’accumulo di ricchezze.

Allo stesso modo il sesso è qualcosa di imprescindibile dal denaro, qualsiasi tipo di intimità fisica è una transazione finanziaria: che si tratti di pornografia o della donna amata da Self, Selina, costosissima amante e per la quale tutto ha un prezzo.

Circa a metà romanzo qualcosa sembra incrinarsi.
Self inizia a percepire che qualcosa non va. Sente di non stare bene, non solo fisicamente, ma non fa niente, il suo io esplosivo, la sua brama di accumulo di denaro e di spendere (perché, si noti, non c’è mai tirchieria, maggiore è la quantità di ricchezza a disposizione, maggiore è lo sperpero, le spese indistinte e folli, per avere tutto quanto si vuole), la stessa industria cinematografica in cui è coinvolto, non gli permettono di mettere un freno alla sua condotta di vita, di fermarsi a riflettere. Anzi, tutti lo spingono a gettarsi sempre più a fondo nella mischia, con stravaganza audace e abbagliante, senza ripensamenti.

Dove finisce il canto, dove comincia il grido?

E le luci e ombre, vertici e abissi dell’industria cinematografica, che innalza e distrugge senza pietà, mi hanno ricordato alcune pagine di John Fante (quello adulto, non il giovane Arturo Bandini sognatore), nonché un altro meraviglioso romanzo, Karoo di Steve Tesich.

È a questo punto che si intromette nel romanzo l’autore: sì, il protagonista incontra Martin Amis, che inserisce se stesso nella trama, con un sottile e ironico gioco metaletterario.
L’Amis del romanzo sembra quasi un monito per Self, forse anche il suo grillo parlante, che lo invita a cambiare stile di vita, a civilizzarsi.
Da un differente punto di vista, mettendosi l’autore dentro un romanzo in cui il denaro è tutto, Amis sembra sottintendere la sua implicita complicità nella società capitalista, il fatto che nessuno, nemmeno Amis stesso né il mercato della narrativa in generale, può ergersi al di fuori del nuovo quadro socioeconomico generale.

Nell’ultima parte del romanzo, si assiste alla caduta di Self e allo stesso tempo la prospettiva del lettore man mano si disallinea con quella del protagonista, col suo disorientamento, in quanto non si riesce a prendere in considerazione a livello morale il protagonista, ad empatizzare con un animo che fino a poche pagine prima era fatto di mero denaro, che riteneva la moralità stessa frutto del mercato e mai autentica.

John Self è pertanto anche un narratore inaffidabile: ma lo è quando sostiene che tutto abbia un valore economico e sia determinato in base alle leggi del denaro, oppure quando la sua prospettiva inizia a cambiare? Non ci sono soluzioni nette e definitive, pare suggerire la storia.

La vita è un composto, un aggregato di tutte le vite che sono state vissute sul pianeta Terra. È tutto qui il senso della vita.

I personaggi femminili del romanzo, su tutti Selina Street e Martina Twain, sono stati spesso criticati come troppo passivi o eccessivamente mercificati.
In realtà, sono proprio le donne, in modo più o meno spudorato ma comunque inquietante, che riescono ad adattarsi meglio e a sopravvivere nel nuovo quadro socio-economico.
Da un lato c’è Selina, che diviene astuta donna oggetto, e fa di tutto, ricorre a terribili astuzie per assicurarsi il benessere futuro. Dall’altro, c’è la remissiva Martina, che mostra un una possibilità differente di adattarsi al mondo consumista e mantenere l’integrità.

Grande romanzo contemporaneo, che segna un’epoca ormai passata, ma di cui noi siamo eredi e figli – in qualche modo ancor più all’eccesso.

My rating: 4/5

Martin Amis
Money
Ed. Einaudi
Trad. Susanna Basso

P.S.: Inevitabile la colonna sonora:

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2 pensieri riguardo “Martin Amis, “Money”

  1. Wow, che recensione! Insomma, John Self sarebbe proprio il mio tipo ideale. A parte gli scherzi, mi è piaciuta molto la tua definizione di linguaggio jazzistico, Lo leggerò.

    1. Ho conosciuto Amis con questo romanzo, ma pare sia uno dei maggiori esponenti della narrativa post contemporanea – quindi dovevo rimediare! 😉

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