Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi

La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento. (Henri Cartier-Bresson)

La presentazione del libro Photo Generation di Michele Neri è stata un’occasione per riflettere sul ruolo e il significato della fotografia ai nostri giorni, epoca in cui chiunque con il proprio cellulare può immortalare attimi, scene, immagini di qualsiasi tipologia.

Uno dei primi punti toccati dal giornalista e fotografo è che il declino della fotografia tradizionale è coinciso proprio con il diffondersi degli smartphone dotati di fotocamera.
Questa non è affatto una critica all’evoluzione di uno strumento e di un mezzo di comunicazione, anzi, ma vuole sottolineare come si sia messo in mano a troppe persone, ignare di tecnica, creatività ed etica artistica, un mezzo estremamente potente, senza alcuna educazione.
Questo è stato sottolineato più volte nell’incontro: manca un’educazione alla fotografia, all’utilizzo dell’espressione artistica, volto a spiegare che uno scatto non è un gioco, ma un momento di riflessione, una verità da cogliere, un rapporto privilegiato che si instaura col soggetto.
Tale ignoranza si riflette anche nella mancanza di ricerca della verità: gli scatti sono modificabili facilmente, vengono a mancare didascalie e spiegazioni, si perde quindi sia il contesto in cui è carpita un’immagine, sia lo spirito critico con il quale guardarla.

Questo è un male che affligge tutto il diffondersi della comunicazione tramite web, come più volte ho sottolineato: invece di entusiasmarsi per avere una conoscenza sterminata a portata di mouse, si è perso il pensiero critico, la ricerca, vince la superficialità di credere tutto vero o tutto falso con la medesima leggerezza – e noncuranza, oltretutto.

Un numero immane di fotografie digitali oggi viene scattato in modo pressoché inconsapevole, qualunque ne sia il fine – inconsapevolezza e faciloneria che talora dà origine a pregiudizi, interpretazioni errate del significato e del contesto, violazioni che divengono violenze.

Persino la fotografia per ricordo, se in misura eccessiva, diventa qualcosa di non fruibile dal soggetto stesso: non è più un fermo immagine di una memoria personale, ma un qualcosa di meccanico, materiale, inutile.

La prima riflessione sul fatto che manchi un’educazione tanto all’osservazione che all’analisi critica mi trova perfettamente d’accordo.
Che un’immagine testimoni un ricordo proprio, voglia trasmettere una verità, sia un simbolo o abbia fine artistico, venga tanto scattata da un professionista o da un semplice amatore, dovrebbe avere a monte un pensiero, essere una riflessione e mirare a trasmettere qualcosa, non rientrare nella moltitudine delle cose “tanto per fare” o essere una bella immagine fine a se stessa (sia chiaro che ciò è diverso da una rappresentazione il cui scopo è la testimonianza del bello o voler suscitare un senso di bellezza).

In un certo senso, questo fenomeno conferma il mutamento contemporaneo del cogito cartesiano: non più penso dunque sono, ma appaio dunque esisto – e prendiamo il verbo “apparire” in tutto il suo spettro semantico, dell’essere presente in una testimonianza quale una foto, un video, sui social, ecc., alla mera sembianza esteriore.

Tutti capaci fotografi e tutti artisti – fenomeno che dilaga in un po’ tutte le arti e tecniche (e non solo).

Se da un lato è positivo che chi voglia cimentarsi con un mezzo, un’espressione, oggi grazie al web e alla tecnologia ne abbia i mezzi a portata di mano, da un altro bisognerebbe avere almeno anche una cultura alle spalle, una consapevolezza e non l’arroganza di fare, anzi, di essere arrivati, senza fondamenta e senza nulla da dire, da esprimere.

Tanto più che oggi, ove l’opera d’arte è nell’epoca della sua disintegrabilità tecnica (come altrove l’ho definita), ovvero un mondo in cui ogni creazione (degna di nota o meno) digitale si può distruggere in un istante, far sparire, cancellare, affondare nell’oblio, in un mondo in cui, volenti e persino nolenti, siamo sommersi da “roba” (l’ossessione di Mazzarò di verghiana memoria al confronto è misera, NdA), tra rete, social, campagne marketing, ecc., bisognerebbe a un certo punto decidere cosa valga la pena salvare, cosa abbia davvero significato, per noi stessi ma anche per il futuro – quali testimonianze ha senso tutelare e perpetuare?

Un’altra riflessione interessante è quella sull’immagine intesa come linguaggio.
Neri asserisce, anche in base agli sviluppi degli strumenti di comunicazione via social network e messaggistica istantanea, che in futuro si arriverà in qualche modo a esprimersi tramite immagini, quale nuova vera e propria forma di linguaggio.

Trovo questo spunto molto affascinante, forse anche un po’ disturbante.
In parte, sembra un regresso a un lessico idiografico: vero che l’immagine è spesso più immediata, più sollecita a suscitare un’emozione, ma il punto nodale è che la sua interpretazione sia efficace nel trasmettere un significato, in particolare quello che l’emittente voleva enunciare.
Ogni cultura ha un sistema di valori proprio, differente dalle altre, così come i singoli individui, al di là di un sistema codificato e convenzionale, non decodificano in maniera identica un simbolo, una figura.

Comunicare tramite immagini, quindi, potrebbe essere rischioso: si innalzerebbero i livelli di distorsione della realtà, nonché di incomprensione tra soggetti e culture diverse.
Oppure, tutta l’umanità dovrebbe dotarsi di un nuovo idioma, essere programmata per decifrare in maniera standard e univoca immagini e rappresentazioni per poter comunicare.
Entrambe le soluzioni hanno un qualcosa di inquietante e distopico, che travalica il fascino del progresso e dell’innovazione.

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. (Nadar)

Tornando alla fotografia odierna, forse l’errore di base è non saper riconoscere cosa sia latore di un valore universale, di un concetto che trascende la cosa in sé, la raffigurazione stessa, cosa valga la pena custodire oltre la labile memoria del singolo e della collettività.

Ma la maggior parte delle persone non ha tempo, né voglia, di soffermarsi a studiare, riflettere, capire, ascoltare, osservare.
Siamo spesso tutti un click che svanisce nel momento in cui si scorre la pagina, esistiamo o meno a seconda se capitiamo sotto gli occhi altrui in base a qualche algoritmo elaborato da altri.

Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente. (Roland Barthes)

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2 thoughts on “Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi

  1. Bella recensione. “Appaio dunque esisto” è purtroppo il cogito dell’uomo contemporaneo. C’è tanto bisogno di tornare a cogliere l’essenziale, di valorizzare ciò che si cela sotto le apparenze… e non solo attraverso gli scatti fotografici.

    1. Sono perfettamente d’accordo, Alessandra. Manca tanta sostanza oggi, e creatività vera. Non solo: si cerca un’apparenza ormai che è trasmessa dai media, approvata dai più e uguale per tutti – non un’esteriorità che comunichi qualcosa, sia originale.

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