Cees Nooteboom, “Il canto dell’essere e dell’apparire”

022can_72pTutto l’esistente è un simbolo.

Un titolo che è un intento, dal gusto così filosofico e che si traduce in uno squisito testo – e gioco – metaletterario. Grande Cees Noteboom, che conosco grazie a questo libro, e me ne innamoro.

La storia si svolge su due piani: nel 1979 uno scrittore è alle prese con il suo libro e riflette da solo o discutendo con un altro scrittore di cosa significhi fare letteratura e scrivere. Dall’altra parte, siamo nella storia dello scrittore, appunto: nel 1879 in Bulgaria, con tre personaggi: il colonnello Ljuben Georgiev, eroe della guerra contro i Turchi, un medico e la sua bella moglie, l’enigmatica ed evanescente Laura Fičev.

Narrativamente, questo breve libro alterna capitoli ora dell’una, ora dell’altra parte, in una rotazione che finisce per far quasi dimenticare dove sia il confine tra cosa sia frutto dell’invenzione e cosa sia realtà.

Su questo senso di straniamento gioca Noteboom, ora con riflessioni filosofiche, ora con sottile sagacia, su cosa sia l’immaginario, quanto potere abbia uno scrittore sulla sua opera.

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Thomas Ott, “Cinema Panopticum”

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Mi piace l’horror, non perché mi spaventi (per nulla), ma per una sorta di gusto per il macabro, di attrazione per il ripugnante.
Purtroppo oggi le produzioni del settore sono per lo più superficiali e scialbe, c’è ben poco di ben costruito, che spicchi per contenuti e originalità.

Cinema Panopticum di Thomas Ott credo possa essere annoverato tra quanto valido di considerazione, pur essendo un breve fumetto muto (non compaiono dialoghi), è in grado di insinuare uno strisciante senso di inquietudine, far rabbrividire nelle sue semplici tavole in bianco e nero.

Una ragazzina vagabonda per una fiera o parco di divertimenti, finché non si imbatte in un tendone ove campeggia l’insegna “Cinema Panopticum”.
Incuriosita, entra e si trova davanti, disposte circolarmente, cinque postazioni, ciascuna per un film differente.
Contate le monetine a disposizione, la ragazzina inizia a visionare le storie, in un crescendo di ambiguità, orrore e straniamento che culminerà con l’ultima visione.

Ogni cortometraggio racconta una favola macabra che sovverte le leggi della realtà.
Il primo, “The Hotel”, vede un uomo entrare in un hotel che non riesce più a lasciare; il secondo, “The Champion”, ha per protagonista un lottatore mascherato che si trova a combatte contro la morte. Segue “The Experiment”, in cui un paziente è curato da uno scienziato folle per la sua miopia, mentre in “The Prophet”, ove un uomo senza dimora scopre i segni dell’avvicinarsi all’apocalisse. L’ultima scatola è intitolata “The Girl”: non è mostrato al lettore la pellicola, ma soltanto la reazione della bambina. Continue reading “Thomas Ott, “Cinema Panopticum””

Ismet Prcic, “Schegge”

schegge_825_1100Il romanzo di debutto, Schegge, di Ismet Prcic non è una semplice storia, ma è una sorta di resoconto, talora allucinatorio, ma sempre brutale e straziante, della sua esperienza attraverso la guerra della (ex) Jugoslavia: e Prcic, musulmano bosniaco, nato nel 1977 a Tuzla, attraverso la scrittura cerca di dare senso, se mai uno possa esservene, a quel trauma, di oggettivarlo per tentare di superarlo.

Schegge, già il titolo avverte, non è una storia lineare, benché non prepari per quanto verrà descritto nelle successive pagine.
Durante tutto il libro, siamo nella mente del protagonista Ismet Prcic, che spesso sembra essere sdoppiato in due persone: una è Ismet, conosciuto negli Stati Uniti come Izzy, che forse ha commesso suicidio o forse potrebbe essere ancora vivo nella persona di un secondo personaggio, il suo alter ego, Mustafa Nalic.
Non è mai chiaro se i personaggi siano effettivamente due, uno solo, o altri – forse sono tutte le vittime di quella tregenda, ciascuna con la propria storia, etnia, religione, ma tutti altrettanto e ugualmente umani. Continue reading “Ismet Prcic, “Schegge””

Appunti di viaggio: Amburgo, Brema, Lüneburg, Lubecca (07-11.08.2017)

In circa cinque giorni, a ritmo serratissimo e con un programma essenziale, ho soggiornato ad Amburgo con visite nelle città vicine di Brema, Lüneburg, Lubecca, oltre una puntata a Lubecca Travemünde. Non credevo di riuscire a fare tutto, ma grazie all’efficienza dei treni tedeschi, il mio passo trottante per chilometri di fila e sveglia all’alba, ce l’ho fatta. 🙂

Le città anseatiche sono tutte molto affascinanti.

Amburgo è quella maggiormente imponente e al contempo moderna, soprattutto il centro. Non per nulla ho preferito l’area del porto, tra antiche costruzioni sui canali e Hafen City, il nuovo porto. Poi la Kunsthalle, arte moderna e contemporanea straordinaria.

Brema e Lubecca sono deliziose, centro storico piuttosto raccolto e traboccante di edifici bellissimi. Brema devo ammettere mi è piaciuta di più, benché la visita a Lubecca alla Buddenbrookhaus sia stata emozionante.

Lüneburg è piccola e carina, davvero serba tutto il fascino dell’antico centro portuale e commerciale che fu secoli fa.

Rispetto a Berlino, sono città molto diverse. Persino Amburgo, per quanto grande, ha un respiro che non uguaglia affatto tutto quello che la capitale tedesca trasmette, almeno per quanto mi riguarda.

Cosa mi è piaciuto di più? Senza dubbio il momento più intenso è stato a Travemünde. Inutile negarlo, già nelle terre del nord mi sento a casa, i mari del nord mi eviscerano l’anima. Ero incantata, rapita, non riuscivo più a staccarmi dalla spiaggia, dai piedi immersi nell’acqua che lentamente mi chiamava a sé.

Alla prossima meta, le idee non mancano.

Pausa estiva e bilanci

Volevo scrivere un semplice post per annunciare che il blog va in vacanza per un mesetto.

Mi rendo conto, così scrivendo, che è trascorso quasi un anno dalla mia risoluzione a certi cambiamenti in me – e l’estate, le vacanze, hanno tutto il sapore anni ’80 dell’ultimo giorno di scuola, del verdetto della pagella, della partenza per il mare e verso ignote avventure (quanto si cresceva in quei tre mesi scarsi!).

Oggi, da adulta, i bilanci sono frequenti, non sempre proficui, spesso irrisolti.

Ma circa un anno fa, in autunno, ho deciso di provare a cambiare davvero qualcosa nella mia vita. Niente di trascendente, in realtà: ho iniziato ad apprezzare ciò che ho, ad essere più completamente me stessa, a lasciare un po’ di zavorra inutile alle spalle.

Non sono regole per la felicità o trovare chissà cosa, non credo in queste illusioni da programmi tv trash, e da un certo punto di vista (“concreto”?) non sembra cambiato nulla.

Invece, da una miriade di punti di vista, è cambiato molto.

Mi sono concessa di vivere un po’, si potrebbe dire: chi se ne importa della solitudine, mi concedo ciò che amo (e via più di un tempo a scorrazzare a mostre, a teatro, al cinema, a qualche evento, a farmi qualche giretto, ecc.).
Non sono cose scontate, almeno per me. Le facevo anche prima, ma di rado e sentendo sempre il peso di qualcosa che non c’era. Ora vado con la voglia di scoprire, di riempirmi di meraviglia, assetata di emozioni – a prescindere da altro.

Oh, le delusioni e i contrattempi sono sempre una miriade. Cerco di superarle con maggior agevolezza e talora ci sono abbastanza riuscita – guardo il contesto da un’altra prospettiva, cerco una spinta verso qualcosa d’altro, anche un banale espediente per superare il momento, ma aiuta tanto.

Ho cambiato anche il rapporto con le persone. Pur rimanendo la solita antipatica e/o glaciale (apparenze, apparenze…), metto al centro me stessa. Ho deciso che per primo viene il rispetto per me stessa, me lo devo, anche se il tarlo del “mai abbastanza” rode sempre presente. No, so chi sono, ho imparato a conoscermi e a sapere di cosa ho bisogno (anche se è un percorso sempre in mutamento, perché magmatica è l’esistenza e il camminare con lei) – mi piace accogliere persone nella mia vita, conoscerle, ma non sono più disposta ad aspettare inutilmente i comodi di nessuno, rimanendo con una manciata di polvere in mano.
È egoismo? Forse un po’, ma in misura sana.

Anche questo non ha portato sconvolgimenti epocali e la mia solitudine è sempre la medesima (sia chiaro che non mi riferisco a questioni “sentimentali”, ma ai rapporti interpersonali in genere), ma mi fa stare meglio. Al bando (troppe) aspettative (difficile, ma ci si prova anche qui a non partire per la tangente), ancor più troppo peso agli altri. Anche qui, benvenuto a chiunque voglia scambiare una parola, ma zavorre ciao. Sembra brutale, ma è giusto dare a ciascuno lo spazio che merita – “merita” non come persona, ma da come si comporta nei miei confronti.

The girl who waits si è stancata, ha preso le chiavi dell’auto e si è messa in viaggio per la sua strada.

E sta lentamente guarendo da antiche ferite.

Non tutto è risolto, anzi, è solo in principio, tante cose sono ancora un arroccarsi di problematiche, possono succedere tante cose brutte o belle e non so come le affronterò.
Mi auguro soltanto di mantenere questa direzione, quella verso me stessa, quella che dà ascolto al mio io, perché credo sia quella giusta. Quanto meno, migliore di quella di prima.

Ho spesso lottato,
lottato e conquistato,
non la perfezione,
ma l’accettazione del mio diritto di vivere
nei miei termini umani, imperfetti.
(Sylvia Plath)

E ora via a prepararsi per un viaggetto, poi per qualche giorno di riposo.

In realtà ho già l’ansia da rientro in ufficio, da fine mese inizierà un periodo davvero intenso.

Ma il bello è che da fine mese si programma la mia stagione A/I 2017-2018 (almeno alcune cose… parecchie a dire il vero), e tra teatro, cinema, eventi in libreria, riprendere qualche corso in palestra, la mia routine di letture, recensioni, serie tv, fine settimana in giro per mostre o qualche evento, magari un altro mini viaggetto, ho un’agenda super full. E ne sono contenta.

E un pochino intimorita, sì, come di ogni giorno che passa che possa spezzare quello che sto costruendo. Allora mi guardo allo specchio, penso “stay strong” e… Bè, sorrido.

Damien Hirst, “Treasures from the wreck of the unbelievable” (doppia mostra a Venezia)

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La doppia mostra veneziana di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, è un imponente progetto, la cui gestazione è durata un decennio, che non può lasciare indifferenti, sia per l’ambizione senza precedenti di questo labirintico e sorprendente spettacolo, che per la personalità talora discutibile dell’artista o per la franchezza di originalità delle opere.

Tutto questo conta marginalmente, benché tante recensioni nazionali e non si siano concentrate soprattutto sugli ultimi due aspetti, berciando sul valore economico delle opere, non su quello artistico oppure, cosa fondamentale, sul complesso concetto che Hirst vuole rappresentare – facendo così ridere dalla tomba fior fior di artisti da Duchamp in poi.

Il presupposto della mostra è il fittizio ritrovamento nel 2008, al largo della costa africana, di un vasto sito archeologico con un relitto di una nave naufragata. La scoperta ha avvalorato la leggenda di Cif Amotan II, liberto di Antiochia, vissuto tra il I e II secolo d.C., che dopo essere stato affrancato accumulò grandi tesori, in particolare un’inestimabile collezione di oggetti provenienti da ogni parte del mondo antico. Questi mitici cento tesori furono poi caricati sulla nave Apistos per essere trasportati in un nuovo sito creato apposta per ospitarli, ma purtroppo l’imbarcazione affondò e per quasi duemila anni se ne persero le tracce.

La mostra, che inizia con le riprese del recupero subacqueo dei tesori, espone alcune opere com’erano appena ritrovate, ossia coperte di incrostazioni marine, e come si presentano dopo il restauro, nella loro ipotetica forma originaria. Continue reading “Damien Hirst, “Treasures from the wreck of the unbelievable” (doppia mostra a Venezia)”

Cassandra site specific (spettacolo teatrale di Elisabetta Pozzi)

Un’ora piena di un’energia e un’intensità davvero rare. Pelle d’oca e occhi lucidi.
E a intrecciare le fila dello spettacolo un’eccezionale Elisabetta Pozzi, che sola sul palco ha saputo creare una magia che trascende il tempo e lo spazio, rifacendo vivere il mito di Cassandra in tutta la sua forza, disperazione, follia, amarezza.

È un viaggio nell’epica e nella storia, ma soprattutto nel cuore degli uomini, nella loro cieca hybris che ciclicamente si ripete, sempre più altèra e gravida della di un’imminente, funesta rovina.
Più che mai oggi sembra vero che, di fondo, l’uomo non vuole ascoltare la verità.

Magnifico e assolutamente imperdibile.

Dalla locandina:

Elisabetta Pozzi ha lavorato molte volte sul personaggio di Cassandra, sempre scoprendone sfumature e significati. Figlia di Ecuba e Priamo, re di Troia, Cassandra è una delle figure più profondamente tragiche del mito greco. Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, che, secondo la versione più nota, per guadagnare il suo amore, le donò la dote profetica. Cassandra però rifiutò di concedersi a lui: adirato, il dio le sputò sulle labbra e con questo gesto la condannò a restare sempre inascoltata. Cassandra è quindi il simbolo di una conoscenza sconfinata ma inutile, ed è relegata a una solitudine tragica. Il testo si ispira al mito antico e moderno, da Omero, Euripide, Seneca a Christa Wolf, Szymborska, Ritsos eracconta la storia della profetessa troiana sottolineandone la grande modernità. L’epilogo, che si avvale del contributo di Massimo Fini, vede la profetessa leggere il futuro dell’uomo moderno, incapace di porsi dei limiti, intrappolato nella tela che si è costruito e ormai condannato a restarne prigioniero. Daniele D’angelo ha creato per lo spettacolo un accompagnamento musicale originale: suoni e musica che si fondono con il testo.