Slavenka Drakulić, “L’accusata”

Io ti ho dato la vita, io te la posso togliere.

cover-drakulicL’accusata di Slavenka Drakulić è un vero pugno allo stomaco. Potrei finire qui la recensione, perché fa male solo rammentare alcune parti di questo bellissimo, dolorosissimo romanzo.

La scrittrice croata, molto stimata nel suo paese, mette al centro di questo romanzo un argomento ancora tabù, ovvero la violenza familiare, in particolare quella sui figli.
Ma il tema non viene trattato con paternalismo o particolari effetti drammatici, bensì in modo crudo, diretto, vero, come una gelida telecronaca. Come questi eventi accadono nella realtà.

Il libro si apre con la figura dell’accusata: ha appena ucciso sua madre, ora è imputata del delitto ma non vuole difendersi. Giudici, magistrati e periti allora cercano di indagare le cause del gesto prima di giungere a una condanna già scritta.

Lei non può raccontare apertamente perché ha compiuto quel gesto, altrimenti tutti verrebbero a sapere… A sapere del passato suo, di quello di sua madre, di cosa è accaduto tra l’ignoranza e l’indifferenza altrui per vent’anni. Non dirà nulla, perché così è stata addestrata, a non lasciar trapelare niente, che sia una parola, un’emozione, nessuna traccia di sé.

Però lei dentro sa cosa è accaduto. Ricorda vividamente quei vent’anni, cosa ha passato, cosa la hanno costretta a diventare – e perché ha sparato a sua madre.

Sua madre era una bellissima donna che viveva in una famiglia chiusa, oppressiva, anaffettiva, alla quale importavano solo le apparenze con i vicini e gli estranei.
Appena maggiorenne, conosce suo padre, un bel ragazzo un po’ sbandato, se ne innamora follemente e rimane incinta.
Arriva lei e tutto cambia. Già la sua sola nascita deturpa la madre, con quella cicatrice bianca sul ventre. Non è soltanto quello, però, perché lei è la colpevole per antonomasia, di tutto.
Poco dopo la sua nascita, sua madre lascia suo padre, torna a casa dai genitori ed inizia la fine.
I genitori si scagliano a parole e fisicamente su quella figlia sgualdrina, degenere, buona a nulla, che rimane ossessionata dall’ex marito.
La madre vede nella figlia la responsabile di ogni sua disgrazia, della perdita della giovinezza, dell’amato, dell’affetto dei genitori, delle violenze che subisce, e a sua volta si sfoga con una veemenza agghiacciante sulla figlia – che si tratti di violenze psicologiche o fisiche.
La figlia cresce imparando a essere il più invisibile possibile, ma sembra che qualcosa accada sempre, ci sia sempre un errore da espiare: allora viene chiusa per ora in cantina al buio, il gattino che porta a casa è lanciato dalla finestra, viene insultata, picchiata, frustata.

Da piccola, quando la mia situazione diventava insopportabile, volevo morire. Mi ritiravo nel rifugio sotto il letto e facevo finta di essere morta. Pezzo dopo pezzo smettevo di sentire il mio corpo e il mio unico desiderio era di scomparire. Per sopravvivere, ho imparato a morire dentro di me. Ora devo mortificare di nuovo i miei sentimenti, affinché intorno al mio cuore di crei un muro protettivo.

Eppure le due donne hanno bisogno una dell’altra, soprattutto al crescere dell’ossessione, della follia che devasta la madre e si scaglia sulla figlia, a sua volta la figlia non può, non riesce a lasciare la madre, perché sa di essere l’unica cosa che ha al mondo, l’unica che forse può ancora tenerla un minimo a galla.

Anche la figlia però, inaspettatamente, trova un uomo. Queste due anime inaspettatamente si innamorano, lei non avrebbe mai pensato che qualcuno la potesse accettare.
Lui, così puro, ingenuo, non toccato dalla realtà tragica della vita, forse vede in lei qualcosa da salvare, non rendendosi conto di trovarsi dinnanzi qualcosa che travalica le sue forze.
Lei rimane incinta… La storia sembra ripetersi. I due si sposano, lei lascia la madre, che sprofonda ancor più in una pazzia delirante, tanto da risucchiare di nuovo la figlia nel suo baratro.
La figlia prova a tornare dalla madre, tra la disapprovazione dei suoceri e l’incapacità di aiutarla del marito, ma ben presto capisce una verità agghiacciante: la storia si ripete, quello che ha subito potrebbe capitare alla sua stessa bambina, il cordone ombelicale d’acciaio e perversione che lega queste generazioni di donne sembra indissolubile.

Allora, durante una violenta discussione, in cui la madre minaccia di far male alla bimba, la figlia prende la pistola e le spara.
Il cerchio è spezzato.
Lei è libera, anche se andrà in prigione.
Sua figlia, soprattutto, è salva.

Ogni pagina di questo libro ti scava dentro, è una tortura.
Lo stile piano, secco e metodico dell’autrice rende vividamente partecipi di ogni istante narrato. Potrebbe sembrare quasi glaciale e distaccato, in realtà perfettamente si addice a quanto la protagonista ha imparato e portato avanti tutta la vita – non dire né mostrare nulla in pubblico, al di fuori devono pensare che tutto vada bene.

Quanto è vera ancor oggi questa mentalità?
Questo nascondere le brutture dell’animo umano tra le pareti domestiche, come fosse una vergogna soprattutto esserne vittime, mentre i carnefici perseverano nella loro indisturbata esistenza.

Perché il lavaggio psicologico peggiore è proprio quello del titolo, essere l’accusata.
Non è nulla essere imputata di un delitto, l’accusa che esulcera, incomprensibile e dolorosa, è quella di essere al mondo, non essere abbastanza, non meritare affetto, essere sempre sbagliati.
Si è incriminati perché si esiste, semplicemente, perché l’amore che si prova non è sufficiente per essere riamati.

Sento fluire il sangue dalle estremità verso il centro, verso il cuore, perché il mio cuore ha bisogno di cibo, è vuoto, devastato.

In questo è ancor più terribile (e perfetto narrativamente) il fatto che i personaggi principali non abbiano un nome proprio, benché in realtà ne abbiano tanti, ma di soprannomi ben diversi (disgraziata, puttana, strega, …).
Sembra una damnatio memoriae che rende universale questo circolo di sofferenza, odio, insoddisfazione che è tanto miope e incapace di interrogarsi su di sé o trovare risposte nel proprio io (dilaniato, schiacciato, reso abulico), da doversi sfogare su chi non può difendersi, i propri figli, quasi nei loro occhi colmi di amore, nonostante tutto, si rispecchiassero e vedessero ciò che avrebbero potuto essere e i mostri che invece sono diventati. Perché proprio l’amore, quell’affetto semplice e puro non sanno come gestirlo, è stata la causa della loro debolezza, di tutto il loro dolore, talmente grande e ingiusto e ingiustificato che non riescono a contenerlo da soli, allora bisogna lasciarlo traboccare su chi è vicino – per allontanarlo sentendosene indegni? O legarlo ancora di più in una soggezione malata?

Ci può essere una fine a questo eterno ripetersi di comportamenti malati, tramandati di madre in figlia?
La protagonista ne trova solo uno, il matricidio.
In senso simbolico, l’unico modo possibile è quello di un taglio netto con il passato, non a cancellarlo, ma a lasciarlo fermamente dietro una porta chiusa, per iniziare un’esistenza diversa, lontana da tutto ciò che è stato.

Significativo (e realistico) che l’autrice suggerisca che nulla vale l’amore, gli affetti: se non si parte da sé, da un rinnovamento, un cambiamento, un taglio radicale, nessuno potrà salvarci. Forse, nessuno ne è in grado – men che meno gli uomini, che in questo libro appaiono figure sostanzialmente superficiali, immature, comunque non sufficientemente forti da aiutare davvero la persona amata.
E nulla ci si può aspettare da altri, che preferiscono credere all’eterna bugia della caduta dalle scale di fronte a lividi di ogni tipo, che intervenire.

Il cordone ombelicale di acciaio che ci univa si allentò e io ripresi a respirare profondamente, i miei polmoni erano liberi.

Solo quando si è finalmente se stessi, si può ricominciare – e allora c’è speranza.
Così la protagonista in prigione, tra donne che non la giudicano, non le chiedono nulla, ma intuiscono tutto, allora potrà finalmente piangere, tra braccia amiche che davvero la comprendono, la sorreggono.
Così la sua bambina avrà una possibilità di crescere in modo differente, conoscere l’affetto prima della privazione e della punizione, sentire che essere al mondo non è una colpa.

Straziante, fa malissimo questa lettura, ma è davvero unica.

My rating: 5/5

Slavenka Drakulić
L’accusata
Ed. Keller
Trad. Estera Miocic

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