Jenny Offill, “Le cose che restano”

Questo libro è per chi tiene un diario con la storia della propria felicità, per chi usa la scienza per mettere in pratica la magia, per chi fa il bagno di notte e dimentica i vestiti sulla riva, e per chi accetta di essere un po’ folle per mostrare l’anima al mondo, come luce di stelle che non esistono più.

jenny-offill-le-cose-che-restanoRomanzo d’esordio di Jenny Offill, Le cose che restano (Last things) è arrivato da noi solo lo scorso anno.

Sono rimasta davvero stupita da questo romanzo, che inizialmente sembra una semplice storia abbastanza curiosa dell’infanzia di Grace, invece diventa qualcosa di molto più coinvolgente, profondo, commovente, un continuo innestarsi di realtà e immaginazione sotto cui sta una verità toccante, cruda, triste.

Innanzitutto, è narrato dal punto di vista di Grace adulta – scelta importante, che dà un taglio al romanzo da literary fiction, ma soprattutto una prospettiva da cui guardare la vita nel suo insieme, insinuando domande su cosa sia la felicità, la magia, cosa sopravviva in noi dell’infanzia che, nel bene e nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo.

A metà degli anni ’80, Grace Davitt è una bambina di otto anni che vive in una piccola città del Vermont, insieme al padre, insegnante di chimica presso la scuola superiore, e alla madre Anna, ornitologa.
I genitori sono eccezionali ma altrettanto agli antipodi: mentre il padre è uno scienziato rigoroso, pragmatico, la madre è una sognatrice, che vive in un mondo suo tra realtà e fantasia.
Anna educa la figlia a casa, raccontandole leggende africane e insegnandole la storia del mondo in una stanza che ha dipinto di nero e decorato di stelle incandescenti (il calendario cosmico).
L’educazione di Grace è tutt’altro che razionale, e se in un primo momento può sembrare affascinante questo connubio di scienza e fantastico, Anna non fa altro che trascinare nella propria claustrofobica follia la figlia, in una spirale discendente che ha il suo punto massimo nella parte centrale del romanzo. Continua a leggere “Jenny Offill, “Le cose che restano””

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Chloe Benjamin, “The Immortalists”

isbn9781472244987-detailThe Immortalists di Chloe Benjamin è uno dei romanzi più attesi del prossimo anno e in giro iniziano a spuntare le più entusiaste recensioni.

Io ho rimandato a scrivere due righe sul libro a lungo, perché in sostanza non mi ha detto molto.

La storia inizia nel 1969, Lower East Side di New York, quando si diffonde la voce dell’arrivo di una donna che pratica una magia particolare, una viaggiatrice psichica che sostiene di poter predire a chiunque il giorno della morte.
Quattro adolescenti, Varya, Daniel, Klara e Simon, particolarmente sensibili ed evoluti interiormente, decidono di incontrarla, tra mille reticenze e dubbi (conoscere quando si morirà quanto può influenzare la vita?).

La trama li segue nei successivi cinque decenni: Simon fugge sulla costa occidentale alla ricerca dell’amore nella San Francisco degli anni ’80, la sognatrice Klara diventa una maga a Las Vegas, ossessionata dal confine tra realtà e immaginazione, Daniel cerca la sicurezza e diviene medico, sperando di poter controllare il destino, infine Varya si lancia nella ricerca della longevità, testando il confine tra scienza e immortalità. Continua a leggere “Chloe Benjamin, “The Immortalists””

Katherine Arden, “The Bear and the Nightingale”

the-bear-and-the-nightingale-coverRussia, folklore, realismo magico, lande sperdute e innevate: potevano questi ingredienti non attirare la mia attenzione?
Così sono arrivata al romanzo di Katherine Arden, The Bear and the Nightingale, che è a dir poco magnifico e stupefacente.

Stupisce innanzitutto per due aspetti (ho scorso più volte la nota biografica dell’autrice per sincerarmi di aver compreso bene): è un romanzo d’esordio, benché sia limato e calibratissimo, e l’autrice non ha origini russe, ha studiato tale cultura e vi ha soggiornato per un periodo nemmeno troppo lungo – eppure l’atmosfera e le sensazioni sembrano uscire direttamente dalle storie tradizionali di quel paese.

Si capisce che sono stata rapita da questo libro, che ho amato davvero tantissimo. Eppure ero pure un po’ scettica, perché l’hype attorno alla sua uscita e i paragoni con scrittori di fantastico altisonanti spesso risulta essere anticamere di una delusione, più o meno cocente.

The Bear and the Nightingale racconta la storia di Vasilisa, comunemente chiamato Vasya, la cui famiglia vive nel nord della Russia, tra lande desolate e immense foreste. E ‘una vita dura, dagli inverni rigidi e spietati, ma anche un luogo in cui ancora vivono le tradizioni, la cultura antica, il credo nelle creature ultraterrene e nella magia. Continua a leggere “Katherine Arden, “The Bear and the Nightingale””

Peter S. Beagle, “Summerlong”

summerlongSummerlong, il nuovo romanzo di Peter S. Beagle, è un libro che nonostante la brevità riesce a costruire una storia efficace e coinvolgente, immersa in un tempo narrativo che prende respiro dalla sfera dei sentimenti dei protagonisti, più che essere scandito dal tempo reale.

L’intera storia, infatti, spesso sembra un viaggio introspettivo nei meandri più profondi dei personaggi, più che un susseguirsi di azioni, cosa che potrebbe far risultare l’andamento un po’ lento all’inizio, finché non si è completamente immersi nelle atmosfere che l’autore sa creare.

Questo è proprio il punto di forza che ho preferito, le atmosfere oniriche, rarefatte, spesso dal sapore agrodolce o nostalgico, che riescono a dare alla storia un’aura quasi magica, senza tempo, forse addirittura mitica – e mitica non a caso, dal momento che il mito di Persefone viene citato.

Gran parte di questo merito è dato non solo dallo stile, sempre attendo, ricercato, cesellato nei dettagli, ma anche dall’ambientazione, ovvero l’immaginaria isola di Gardner ove si svolge la storia.
Il paesaggio è descritto con vividezza, ricchezza di colori e trabocca dei sentimenti che i protagonisti riversano verso questo luogo, diventando anch’esso qualcosa di vivo, strettamente legato con la storia dei suoi abitanti. Continua a leggere “Peter S. Beagle, “Summerlong””

Olga Slavnikova, “Light Head”

Felice proprietario di una Toyota di tre anni e brand manager di atroci marche di cioccolato al latte, Maxim T. Ermakov stava arrivando in ufficio con la solita sensazione di non avere la testa sul collo.

Sono incappata in questo romanzo di Olga Slavnikova in libreria assolutamente per caso e, letta la quarta, mi sono lasciata tentare da questa scrittrice che non avevo mai sentito prima, benché in Russia sia piuttosto nota e vincitrice di prestigiosi premi letterari (in primis il Russian Booker Prize).

Maxim T. Ermakov, il nostro protagonista, è un brand manager affermato e piuttosto benestante, ma allo stesso tempo uno tra i tanti impiegati e nuovi borghesi russi, nonché una persona qualsiasi che affolla gli ingorghi della Mosca di oggi.
Tuttavia, fin da bambino, la sua testa sembra essere diversa da quella di tutti gli altri, quasi non avesse alcun confine fisico.
Un giorno qualunque, tuttavia, la vita di Ermakov cambia completamente.
Gli si presentano, infatti, due visitatori, che subito gli aprono davanti agli occhi con un movimento sincronizzato il loro distintivo (non del solito formato, ma uno grande e quadrato, simile alle lastre di cioccolato del suo concorrente più acerrimo), al cui interno fiammeggia in oro l’emblema dello Stato e sotto vi è inciso il ruolo di questi individui, ovvero quello di Pronosticatori Sociali. Con parole tipiche da agenti governativi, i due spiegano che sono molto interessati a Ermakov, in quanto egli è stato identificato come Soggetto Alfa, ovvero la persona grazie al cui suicidio potranno essere evitate tantissime tragedie, piccole e individuali fino a catastrofi naturali e atti terroristici.
Prima di lasciarlo, gli consegnano una pistola – quella con la quale lo invitano quanto prima a spararsi un colpo – e gli promettono una cifra esorbitante, ma soltanto dopo che abbia compiuto il fatidico gesto.

Ermakov, per quanto turbato da questa cosa, non ha alcuna intenzione di lasciarsi influenzare e cerca di continuare la propria vita come prima.
Questo, tuttavia, sarà quasi impossibile, sia per l’assillante sorveglianza dei Pronosticatori Sociali, che per molte alte difficoltà e imprevisti che si troverà ad affrontare.
A sua insaputa, qualcuno crea persino un videogioco, Light Head, famosissimo fin dai primi giorni di divulgazione, ove il protagonista è lo stesso Ermakov, ma gli utenti non sanno che sia una persona reale: all’inizio lo credono una mera invenzione del gioco, poi che Ermakov e la sua vita reali siano una messa in scena pubblicitaria.
Sfruttando il fatto che alcuni credono Ermakov un attore e la sua vita una mera sceneggiatura, il nostro cerca un modo per affrancarsi dai Pronosticatori Sociali e l’attesa del suo suicidio, ma anche questa volta le cose prenderanno una svolta molto diversa da come egli aveva programmato, fino ad un finale inatteso. Continua a leggere “Olga Slavnikova, “Light Head””

Alice Hoffman, “The Museum of Extraordinary Things”

The Museum of Extraordinary Things di Alice Hoffman ha tutti gli elementi per essere un buon romanzo: una scrittura coinvolgente e lirica, intrigante atmosfera, ricostruzione storica affascinante, personaggi insoliti, un primo capitolo di grande impatto.

Tuttavia, a mio avviso, mancano altri elementi fondamentali che possano premiare l’intera storia.
Per prima cosa, i personaggi.
Si assiste a ad una variegata e accattivante galleria di personaggi, la maggior parte dei quali dei freak, emarginati sociali per diverse caratteristiche. Ciascuno di questi, rifiutato dal proprio contesto e solo nella propria diversità e dolore, converge al Museo e intreccia la propria vita con quella delle altre creature che ivi sono messe in bella mostra per attirare quanti più spettatori possibili.
La potenzialità di una straziante indagine interiore non è sfruttata, purtroppo, ma solo accennata e si frammenta nel sopraggiungere di una storia sull’altra.
Questo, inoltre, non permette di affezionarsi o legarsi in modo profondo con alcun protagonista.
Ognuna delle “meraviglie” (o “mostruosità”) poteva diventare simbolo della condizione umana, di peculiarità sociali, invece si hanno bei ritratti senza vero approfondimento. Continua a leggere “Alice Hoffman, “The Museum of Extraordinary Things””

Margo Lanagan, “Tender Morsels”

Tender Morsels di Margo Lanagan (da me scoperta lo scorso anno grazie a The Brides of Rollrock Island e che ho subito amato) è forse ad oggi il romanzo più noto della scrittrice australiana.

La base della storia è il retelling della fiaba dei fratelli Grimm Rose Red and Snow White, una delle fiabe più vivide ma dai risvolti cupi degli autori, ma completamente rivista e riletta nello stile e nella sensibilità tipici della Lanagan.

Liga, una ragazza di soli 13 anni , vive con il padre, un uomo duro, dispotico e incostante, che controlla tutta la sua vita, che tiene la figlia praticamente segregata in un capanno nel bosco, lontano dal villaggio.
Pur senza esprimerlo chiaramente, dopo poche pagine, emerge tutta la triste e sconcertante realtà della povera ragazza, che oltre a vivere in uno stato di terrore e isolamento, è costretta a subire gli abusi sessuali del padre.
Come l’autrice fa emergere questa verità e dipinge Liga, un’anima infranta e innocente, è straordinario quanto scioccante.

Dopo anni di terrore e di calvario, il padre muore misteriosamente e Liga, incinta, rimane sola a dover accudire alla nascitura.
Liga è sola e vulnerabile in un mondo intriso di male.
Mentre è incinta della sua seconda bambina a seguito di uno stupro di gruppo, Liga disperata decide di porre fine alla sua vita e si inoltra nel bosco. Qui, tuttavia, magicamente entra in una sorta di mondo parallelo, uno spazio tutto suo, privo di minacce e abitato solo dalla natura. E ‘un luogo emotivamente neutro, tranquillo, felice e – soprattutto – senza uomini. Continua a leggere “Margo Lanagan, “Tender Morsels””