Diane Johnson, “Lorna Mott torna a casa”

lorna mott.inddCosa significa “essere a casa”?
Una sensazione che dovrebbe essere scontata, quotidiana, eppure il suo senso profondo a volte sfugge. Capita che pure essendo in luoghi noti, tra le mura ove viviamo quotidianamente, si percepisca un sentore di stridore, di qualcosa che non è esattamente al suo posto, di mancanza.

Questo, insieme alla (utopica?) ricerca della felicità, è il tema principale che attraversa il romanzo Lorna Mott torna a casa di Diane Johnnson.

La storia si apre con una cornice perfetta: la protagonista è in viaggio su un taxi verso la stazione di Lione. Da lì partirà, o meglio tornerà, negli Stati Uniti, sua patria natale, lasciandosi alle spalle un marito e la cittadina quasi fiabesca di Pont-les-Puits dopo ben vent’anni. All’improvviso chiede all’autista di fermarsi per osservare cosa è accaduto al cimitero: un’inattesa colata di fango ha travolto tombe e lapidi, scoperchiando bare e sparpagliando qua e là pezzi di cadaveri.

Una scena che ha un tocco raccapricciante ma rivela già l’ironia di cui l’autrice è capace, ma soprattutto è connotata da un forte senso simbolico.

Fin da subito si percepisce che Lorna è intrappolata tra due mondi. Uno, quello che sta lasciando, è la sua vita in Francia, graziosa e rassicurante, ma che ha finito per starle stretta e non le ha permesso di coltivare la sua professione di storica dell’arte. Senza contare le continue infedeltà del marito.
L’altra, è la vita di prima alla quale in qualche modo sta cercano di tornare, a San Francisco, per tenere conferenze di arte, per stare coi figli orami cresciuti e le loro famiglie ma che lei pensa abbiano ancora bisogno del suo aiuto. Continua a leggere

Tanja Stupar Trifunović, “Gli orologi nella stanza di mia madre”

i__id5501_mw600_mh900_t1635415269Gli orologi nella stanza di mia madre di Tanja Stupar Trifunović è un libro estremamente coraggioso, un confronto intimo di una donna con sua madre, sua figlia e l’intera eredità femminile che tutte e tre le generazioni portano sulle spalle, come un macigno, come un dono, spesso come una maledizione.

La scrittrice dialoga in modo immaginario con la madre cercando di scoprire che tipo di donna fosse dietro la maschera che portava. A sua volta, come madre a sua volta, si rivolge alla sua stessa figlia e la esorta a tornare perché in quella città, in quella casa, sentendo solo il ticchettio degli orologi nella stanza della nonna, le sembra di impazzire.
L’orologio, simbolo per antonomasia del tempo, diventa anche metafora del disallineamento interiore della protagonista, dei suoi turbamenti, e finché lei non riuscirà davvero a riconciliarsi con se stessa, a comprendere davvero la madre, come tale e soprattutto come donna, ad accettarla, non riuscirà a reimpostare il proprio orologio interiore.

Lo stile dell’autrice, non lineare, talora simile a un flusso di coscienza, è perfetto per presentare queste due donne in parallelo, esistenti al confine tra passato e presente, atipicamente alienate l’una dall’altra, la ricerca del senso di maternità, la giovinezza sfumata troppo in fretta.

La storia è in realtà un’immersione intima in se stessi, un confronto interiore attraverso le domande su cosa sia una donna e cosa dovrebbe essere, sull’amore, su chi siamo e cosa stiamo cercando, qual è il nostro fine. Continua a leggere

Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te”

alam_il-mondo-dietroLa narrativa post apocalittica negli ultimi anni è stata sviscerata in ogni sua possibile deriva, presentandoci ogni sorta di disastroso domani in cui l’essere umano ancora cerca di sopravvivere. E non solo autori dediti alla fantascienza o al fantastico si sono cimentati con scenari simili, si pensi a La strada di Cormac McCarthy e la trilogia di MaddAddam di Margareth Atwood per citare due celebri esempi.

Un caso particolare e di assoluto interesse è il romanzo Il mondo dietro di te di Rumaan Alam, uscito qualche mese fa per i tipi de La nave di Teseo.
Alam non concentra la sua attenzione sul mondo “dopo”, bensì sul momento di passaggio dalla vita del quotidiano ai giorni nei quali accade “qualcosa” di indefinito ma irrimediabile, sfruttando questo scenario per porsi tre quesiti sostanziali: come l’uomo si comporterebbe in caso di emergenza, in un simile frangente quali pregiudizi conserva, cosa fa quando ha paura.

La storia si apre con una classica famiglia newyorkese, Amanda, Clay e i figli, che si recano nella casa alquanto isolata che hanno preso in affitto per le loro vacanze. Se i primi giorni trascorrono in una serena indolenza, il punto di rottura è rappresentato dalla coppia che una sera si presenta alla loro porta: sono Ruth e George, i padroni della villetta che vogliono restare lì, a casa loro, un posto sicuro, perché hanno saputo che c’è stato un misterioso e non meglio definito blackout a New York.
Il lettore inizia da qui a fluttuare tra le tensioni che si creano tra i personaggi, la loro apprensione crescente, attraverso il lento stillicidio di notizie che giungono del tutto inadeguate per capire cosa stia accadendo. Internet e la tv diventano inattive ovunque e l’ultima notizia che hanno dall’esterno è che il blackout stava interessando l’intera costa orientale. Continua a leggere

Jean-Baptiste Del Amo, “Regno Animale”

Tiene fra le braccia un capretto che ha appena abbattuto e che gli appoggiava la testa al collo e gli succhiava il lobo dell’orecchio mentre lo portava verso le tende di macellazione.

Avvicinarsi a Regno Animale di Jean-Baptiste Del Amo significa entrare in un universo tetro, selvaggio, fatto di sangue, fetore, carne, disperazione, ove quasi tutto è tangibilmente macchiato, rovinato, sporco e sgradevole.

La trama segue la storia di quattro generazioni di una famiglia di contadini nel villaggio di Puy-Larroque, dal 1898 e fino al 1981, della loro tenuta e dell’allevamento di maiali, dandoci un’immagine inzaccherata e violenta del paesaggio rurale della Francia del tempo. Figura costante che funge da collante per questa sorta di tetralogia è Éléonore, la matriarca, nata nella povertà e in un mondo inclemente.
Le prime due sezioni sono dedicate alla famiglia originaria, alla loro vita ai limiti della sopravvivenza e alla prima guerra mondiale, e troviamo principalmente il padre di Éléonore, la sua genitrice e Marcel, il cugino che tornerà dalla guerra terribilmente sfigurato e sposerà la ragazza, ereditando la fattoria. In seguito, con un balzo temporale il lettore viene scaraventato dal 1917 al 1981, quando il piccolo allevamento è diventato industrializzato. Qui i protagonisti sono gli eredi della famiglia originaria, in particolare l’ossessionato Henri, i suoi figli e nipoti.

Regno Animale è una storia tragica, ma non catartica – siamo di fronte a una descrizione implacabile della spietatezza dell’uomo, della natura e della vita, da cui emergono guerra, malattia e depressione, in un susseguirsi di pagine e pagine di schizzi cruenti e orribili che a volte diventano quasi insopportabili, nonché un racconto sull’indole ereditaria della violenza. Continua a leggere

Jenny Offill, “Le cose che restano”

Questo libro è per chi tiene un diario con la storia della propria felicità, per chi usa la scienza per mettere in pratica la magia, per chi fa il bagno di notte e dimentica i vestiti sulla riva, e per chi accetta di essere un po’ folle per mostrare l’anima al mondo, come luce di stelle che non esistono più.

jenny-offill-le-cose-che-restanoRomanzo d’esordio di Jenny Offill, Le cose che restano (Last things) è arrivato da noi solo lo scorso anno.

Sono rimasta davvero stupita da questo romanzo, che inizialmente sembra una semplice storia abbastanza curiosa dell’infanzia di Grace, invece diventa qualcosa di molto più coinvolgente, profondo, commovente, un continuo innestarsi di realtà e immaginazione sotto cui sta una verità toccante, cruda, triste.

Innanzitutto, è narrato dal punto di vista di Grace adulta – scelta importante, che dà un taglio al romanzo da literary fiction, ma soprattutto una prospettiva da cui guardare la vita nel suo insieme, insinuando domande su cosa sia la felicità, la magia, cosa sopravviva in noi dell’infanzia che, nel bene e nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo.

A metà degli anni ’80, Grace Davitt è una bambina di otto anni che vive in una piccola città del Vermont, insieme al padre, insegnante di chimica presso la scuola superiore, e alla madre Anna, ornitologa.
I genitori sono eccezionali ma altrettanto agli antipodi: mentre il padre è uno scienziato rigoroso, pragmatico, la madre è una sognatrice, che vive in un mondo suo tra realtà e fantasia.
Anna educa la figlia a casa, raccontandole leggende africane e insegnandole la storia del mondo in una stanza che ha dipinto di nero e decorato di stelle incandescenti (il calendario cosmico).
L’educazione di Grace è tutt’altro che razionale, e se in un primo momento può sembrare affascinante questo connubio di scienza e fantastico, Anna non fa altro che trascinare nella propria claustrofobica follia la figlia, in una spirale discendente che ha il suo punto massimo nella parte centrale del romanzo. Continua a leggere

Slavenka Drakulić, “L’accusata”

Io ti ho dato la vita, io te la posso togliere.

cover-drakulicL’accusata di Slavenka Drakulić è un vero pugno allo stomaco. Potrei finire qui la recensione, perché fa male solo rammentare alcune parti di questo bellissimo, dolorosissimo romanzo.

La scrittrice croata, molto stimata nel suo paese, mette al centro di questo romanzo un argomento ancora tabù, ovvero la violenza familiare, in particolare quella sui figli.
Ma il tema non viene trattato con paternalismo o particolari effetti drammatici, bensì in modo crudo, diretto, vero, come una gelida telecronaca. Come questi eventi accadono nella realtà.

Il libro si apre con la figura dell’accusata: ha appena ucciso sua madre, ora è imputata del delitto ma non vuole difendersi. Giudici, magistrati e periti allora cercano di indagare le cause del gesto prima di giungere a una condanna già scritta.

Lei non può raccontare apertamente perché ha compiuto quel gesto, altrimenti tutti verrebbero a sapere… A sapere del passato suo, di quello di sua madre, di cosa è accaduto tra l’ignoranza e l’indifferenza altrui per vent’anni. Non dirà nulla, perché così è stata addestrata, a non lasciar trapelare niente, che sia una parola, un’emozione, nessuna traccia di sé.

Però lei dentro sa cosa è accaduto. Ricorda vividamente quei vent’anni, cosa ha passato, cosa la hanno costretta a diventare – e perché ha sparato a sua madre.

Sua madre era una bellissima donna che viveva in una famiglia chiusa, oppressiva, anaffettiva, alla quale importavano solo le apparenze con i vicini e gli estranei.
Appena maggiorenne, conosce suo padre, un bel ragazzo un po’ sbandato, se ne innamora follemente e rimane incinta.
Arriva lei e tutto cambia. Già la sua sola nascita deturpa la madre, con quella cicatrice bianca sul ventre. Non è soltanto quello, però, perché lei è la colpevole per antonomasia, di tutto. Continua a leggere

Bloodline (terza stagione)

Per coloro che sono curiosi se la stagione finale di Bloodline sia all’altezza del resto della serie, risponderò sinteticamente: .

Al suo meglio, Bloodline ha trovato è riuscita a giocare e tenere alta la tensione grazie all’intreccio tra dramma morale individuale, conflitti interpersonali e una famiglia che si rivela molto più complessa e cupa di quanto sia all’apparenza.

Ogni personaggio principale è chiamato a chiudere il cerchio con se stesso, a fare i conti finale con la propria coscienza, con il passato e gli altri Raybourn.

Non solo non è facile, ma è un’indagine interiore che richiede una vera discesa nell’abisso, prese di posizione, confessioni e cambiamenti.

La famiglia, già sgretolata, cade a pezzi, così sembra cadere a pezzi la psiche dei protagonisti, in un crescendo che nelle prime puntate si rivela alquanto affascinante.

Gli episodi, oltre a riprendere le fila di quanto lasciato in sospeso, sono caratterizzati da un ritmo alquanto lento, che in alcuni passaggi è perfetto, ha un sapore visionario (soprattutto le immagini legate all’acqua, simboliche e molto intense), trasmette un senso di tormento che arriva a corrodere la lucidità.
Non ci sono più i buoni e i cattivi, tutta la famiglia si rivela per quello che è.

Purtroppo, soprattutto da circa metà stagione, gli episodi iniziano ad annoiare.
Troppi flashback, o comunque eccessivamente lunghi, trama che si dilunga e non ha molto da aggiungere.

Si poteva chiudere con metà episodi in modo più dignitoso.

Sempre grande il cast, gli attori sono eccellenti, riescono a incarnare alla perfezione i sentimenti devastanti e la caduta dall’empireo della famiglia Raybourn.