Ismet Prcic, “Schegge”

schegge_825_1100Il romanzo di debutto, Schegge, di Ismet Prcic non è una semplice storia, ma è una sorta di resoconto, talora allucinatorio, ma sempre brutale e straziante, della sua esperienza attraverso la guerra della (ex) Jugoslavia: e Prcic, musulmano bosniaco, nato nel 1977 a Tuzla, attraverso la scrittura cerca di dare senso, se mai uno possa esservene, a quel trauma, di oggettivarlo per tentare di superarlo.

Schegge, già il titolo avverte, non è una storia lineare, benché non prepari per quanto verrà descritto nelle successive pagine.
Durante tutto il libro, siamo nella mente del protagonista Ismet Prcic, che spesso sembra essere sdoppiato in due persone: una è Ismet, conosciuto negli Stati Uniti come Izzy, che forse ha commesso suicidio o forse potrebbe essere ancora vivo nella persona di un secondo personaggio, il suo alter ego, Mustafa Nalic.
Non è mai chiaro se i personaggi siano effettivamente due, uno solo, o altri – forse sono tutte le vittime di quella tregenda, ciascuna con la propria storia, etnia, religione, ma tutti altrettanto e ugualmente umani. Continue reading “Ismet Prcic, “Schegge””

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Cassandra site specific (spettacolo teatrale di Elisabetta Pozzi)

Un’ora piena di un’energia e un’intensità davvero rare. Pelle d’oca e occhi lucidi.
E a intrecciare le fila dello spettacolo un’eccezionale Elisabetta Pozzi, che sola sul palco ha saputo creare una magia che trascende il tempo e lo spazio, rifacendo vivere il mito di Cassandra in tutta la sua forza, disperazione, follia, amarezza.

È un viaggio nell’epica e nella storia, ma soprattutto nel cuore degli uomini, nella loro cieca hybris che ciclicamente si ripete, sempre più altèra e gravida della di un’imminente, funesta rovina.
Più che mai oggi sembra vero che, di fondo, l’uomo non vuole ascoltare la verità.

Magnifico e assolutamente imperdibile.

Dalla locandina:

Elisabetta Pozzi ha lavorato molte volte sul personaggio di Cassandra, sempre scoprendone sfumature e significati. Figlia di Ecuba e Priamo, re di Troia, Cassandra è una delle figure più profondamente tragiche del mito greco. Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, che, secondo la versione più nota, per guadagnare il suo amore, le donò la dote profetica. Cassandra però rifiutò di concedersi a lui: adirato, il dio le sputò sulle labbra e con questo gesto la condannò a restare sempre inascoltata. Cassandra è quindi il simbolo di una conoscenza sconfinata ma inutile, ed è relegata a una solitudine tragica. Il testo si ispira al mito antico e moderno, da Omero, Euripide, Seneca a Christa Wolf, Szymborska, Ritsos eracconta la storia della profetessa troiana sottolineandone la grande modernità. L’epilogo, che si avvale del contributo di Massimo Fini, vede la profetessa leggere il futuro dell’uomo moderno, incapace di porsi dei limiti, intrappolato nella tela che si è costruito e ormai condannato a restarne prigioniero. Daniele D’angelo ha creato per lo spettacolo un accompagnamento musicale originale: suoni e musica che si fondono con il testo.

Bloodline (terza stagione)

Per coloro che sono curiosi se la stagione finale di Bloodline sia all’altezza del resto della serie, risponderò sinteticamente: .

Al suo meglio, Bloodline ha trovato è riuscita a giocare e tenere alta la tensione grazie all’intreccio tra dramma morale individuale, conflitti interpersonali e una famiglia che si rivela molto più complessa e cupa di quanto sia all’apparenza.

Ogni personaggio principale è chiamato a chiudere il cerchio con se stesso, a fare i conti finale con la propria coscienza, con il passato e gli altri Raybourn.

Non solo non è facile, ma è un’indagine interiore che richiede una vera discesa nell’abisso, prese di posizione, confessioni e cambiamenti.

La famiglia, già sgretolata, cade a pezzi, così sembra cadere a pezzi la psiche dei protagonisti, in un crescendo che nelle prime puntate si rivela alquanto affascinante.

Gli episodi, oltre a riprendere le fila di quanto lasciato in sospeso, sono caratterizzati da un ritmo alquanto lento, che in alcuni passaggi è perfetto, ha un sapore visionario (soprattutto le immagini legate all’acqua, simboliche e molto intense), trasmette un senso di tormento che arriva a corrodere la lucidità.
Non ci sono più i buoni e i cattivi, tutta la famiglia si rivela per quello che è.

Purtroppo, soprattutto da circa metà stagione, gli episodi iniziano ad annoiare.
Troppi flashback, o comunque eccessivamente lunghi, trama che si dilunga e non ha molto da aggiungere.

Si poteva chiudere con metà episodi in modo più dignitoso.

Sempre grande il cast, gli attori sono eccellenti, riescono a incarnare alla perfezione i sentimenti devastanti e la caduta dall’empireo della famiglia Raybourn.

Paul Beatty, “Slumberland”

La mia paga consisteva in quaranta marchi e una bustina di merdosa cocaina da discoteca avanzata dagli anni Settanta. Tirai in bagno, quasi aspettandomi di vedere Ziggy Stardust uscire da un gabinetto, strofinandosi le gengive con la polverina e lamentandosi con chiunque lo ascoltasse che la coca era più tagliata dei diritti civili di Sacco e Vanzetti.

slumberland-lightAnno 1989.
Ferguson W. Sowell, meglio conosciuto come DJ Darky, è un noto dj di Los Angeles, è dotato di un’eccezionale memoria fonografica e ha inventato il battito perfetto.
O quasi perfetto: gli manca ancora qualcosa, e per questo si trasferisce a Berlino per scovare Charles Stone, in arte Schwa, sassofonista dell’avanguardia jazz avvolto da un’aura mitica, con il quale vuole suonare il suo beat.

Raggiunta Berlino, Sowell si troverà di fronte una città inattesa, immensa e pullulante di vita. Ne rimane sorpreso, ma anche affascinato, perché sente di essere nel posto giusto per cogliere un nuovo battito, farlo proprio e creare una nuova musica, assoluta, unica.
La sua prima meta è lo Slumberland, bar e locale ove si fa musica e DJ Darky si fa assumere come jukebox sommelier.

Inizia così la sua avventura di uomo americano e di colore tra locali, vie, musica, ma anche tanti momenti al limite tra il realistico e il surreale, come il ritrovamento di strane videocassette, le relazioni con le donne bianche, la scoperta di nuovi gusti musicali e non da ultima la caduta del muro.
Questo è un momento cruciale e viene vissuto nel libro come un irrevocabile passaggio storico, sociale, ma anche individuale, sempre legato alla musica, che man mano sta cambiando. Continue reading “Paul Beatty, “Slumberland””

Celeste Ng, “Little Fires Everywhere”

34273236-_uy700_ss700_Shaker Heights, sobborgo di Cleveland, sembra l’immagine della perfetta periferia americana: tutto è minuziosamente progettato, ordinato, dal layout delle strade, ai colori delle case, alla vita soddisfacente che i suoi abitanti sembrano condurre. E nessuno incarna questo spirito più di Elena Richardson e la sua famiglia benestante.

In questa scena idilliaca (forse?) arriva Mia Warren, artista enigmatica, madre single dell’adolescente Pearl, che affitta una casa dei Richardson.
Presto Mia e Pearl diventano più che semplici inquiline, soprattutto perché tutti e quattro i figli dei Richardson iniziano a gravitare attorno alla coppia madre-figlia.
Mia, però, ha alle spalle un misterioso passato, che potrebbe essere un disappunto per le regole rigide e formali della comunità nella quale cerca di inserirsi.
Già il fatto che Mia e Pearl vivano in maniera non convenzionale, spostandosi spesso da città a città, vivendo uno stile di vita un po’ artistico un po’ bohemienne, aveva messo in allarme la signora Richardson, che tuttavia si fregia del titolo di benefattrice e affitta la casa a Mia a un prezzo di assoluto favore, sentendosi una sorta di nuova madre o madrina per la donna, in grado di riportare sulla retta le anime perdute e bisognose di assistenza.
Il rapporto che si instaura tra le due donne non sarà affatto così semplice e inoltre l’introduzione della figlia Pearl nella famiglia Richardson creerà non poco scompiglio. Continue reading “Celeste Ng, “Little Fires Everywhere””

Clemens Meyer, “Eravamo dei grandissimi”

Me lo sogno ancora adesso l’Eastside, e tutto quel periodo. Mi sembra quasi che l’anno dell’Eastside, anche se non è durato nemmeno un anno e prima erano già successe un mucchio di cose e tante ancora ne sono successe dopo, ecco, mi sembra che sia stato il periodo più lungo di quando eravamo ragazzi… o eravamo ancora bambini? E quando sogno di quell’anno, o ci ripenso, capisco che noi, allora, eravamo dei grandissimi.

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Eravamo dei grandissimi (Als wir traumten in tedesco, Mentre stavamo sognando) è stato il romanzo d’esordio di Clemens Meyer ed è la prima sua opera ad essere finalmente tradotta in italiano.
All’uscita fu accolto come una rivelazione e non posso che concordare che si tratta di un libro unico, stupendo, ma anche un vero pugno nello stomaco.

Ti ricordi?
Questo il presupposto per dare il via a circa 600 pagine di storia.
E storia in ogni senso, quella di una città, Lipsia, poco prima della caduta del Muro, di com’era la vita ai tempi della DDR e immediatamente dopo, ma, soprattutto, è la storia Daniel, Walter, Mark, Paul, Pitbull e Rico. Sono amici, sono compagni, sono abitanti della zona più degradata della città (il quartiere di Lipsia dove si svolge l’azione è sozzo, trascurato, decadente, quasi una zona di guerra), sono adolescenti già perduti.

È compito di Daniel Lenz, voce narrante e protagonista, ripercorre in frammenti correlati, non disposti in ordine cronologico, gli episodi di vita, dalla fine dell’infanzia, a buona parte dell’adolescenza e qualche sporadica finestra sull’età adulta – la sua giovinezza, insomma, nella Germania dell’Est, negli anni in prossimità del “grande cambiamento“.

Il racconto procede come un vortice che risucchia in un crescendo di violenza, disillusione, ma anche smarrimento e amarezza.
Con un linguaggio diretto, duro come quello che sta accadendo, mimetico della voce dei giovani di allora, Meyer racconta la storia estremamente realistica di questi amici delle classi inferiori, della periferia, tagliati fuori dalla possibilità del lavoro, del denaro, dell’amore, in un momento di transizione personale (l’adolescenza) e socio-politica (la fine del Comunismo). Continue reading “Clemens Meyer, “Eravamo dei grandissimi””

AA.VV., “Propulsioni d’improbabilità”

N.B.: La mia non vuole essere una recensione analitico-stilistica, men che meno un esame dei singoli racconti, tutti meritevoli, ma una riflessione su quanto la lettura nel suo complesso mi ha lasciato.

Shall I project a world?
(Thomas Pynchon)

propulsioni-dimprobabilitacc80-cop-663x900Antologia: hm.
Di più autori: pregiudizievole meh.
Zona 42: bè, allora…
Propulsioni d’improbabilità”: che titolo fico!
Libro preso.

Ammetto che l’incipit sembra partorito da una creatura con QI -273 incrociata con un Vogon (… e ciò mi fa sovvenire dubbi sulla mia reale ascendenza genetica… che spiegherebbe pure molte cose, NdA), ma è quanto mi è passato in testa appena ho scorto l’antologia edita da Zona 42.

A chiunque stia leggendo, subito dico: sbaragliate eventuali pregiudizi e non esitate ad acquistarla subito, ma subito eh, perché è un vero gioiello. E del tutto inatteso, se devo essere sincera.
Non c’è nessun intento di far cassa mettendo insieme pezzi di voci più o meno altisonanti che per l’occasione tirano fuori dal cassetto (o dal cassonetto) qualcosa di mediocre (come purtroppo capita in non poche sillogi di fantastico, soprattutto americane).
Le storie sono davvero ottime, tutte, sia dal punto di vista qualitativo che stilistico, e denotano una maturità narrativa notevole.

Nella prefazione (già il fatto che ci sia una prefazione, oltretutto eccellente, dovrebbe far intuire il valore dell’opera) si spiega come la raccolta abbia alla base un progetto preciso, benché non sia stata fatta alcuna forzatura agli autori. Il risultato è comunque che “i racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi”. Continue reading “AA.VV., “Propulsioni d’improbabilità””