Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te”

alam_il-mondo-dietroLa narrativa post apocalittica negli ultimi anni è stata sviscerata in ogni sua possibile deriva, presentandoci ogni sorta di disastroso domani in cui l’essere umano ancora cerca di sopravvivere. E non solo autori dediti alla fantascienza o al fantastico si sono cimentati con scenari simili, si pensi a La strada di Cormac McCarthy e la trilogia di MaddAddam di Margareth Atwood per citare due celebri esempi.

Un caso particolare e di assoluto interesse è il romanzo Il mondo dietro di te di Rumaan Alam, uscito qualche mese fa per i tipi de La nave di Teseo.
Alam non concentra la sua attenzione sul mondo “dopo”, bensì sul momento di passaggio dalla vita del quotidiano ai giorni nei quali accade “qualcosa” di indefinito ma irrimediabile, sfruttando questo scenario per porsi tre quesiti sostanziali: come l’uomo si comporterebbe in caso di emergenza, in un simile frangente quali pregiudizi conserva, cosa fa quando ha paura.

La storia si apre con una classica famiglia newyorkese, Amanda, Clay e i figli, che si recano nella casa alquanto isolata che hanno preso in affitto per le loro vacanze. Se i primi giorni trascorrono in una serena indolenza, il punto di rottura è rappresentato dalla coppia che una sera si presenta alla loro porta: sono Ruth e George, i padroni della villetta che vogliono restare lì, a casa loro, un posto sicuro, perché hanno saputo che c’è stato un misterioso e non meglio definito blackout a New York.
Il lettore inizia da qui a fluttuare tra le tensioni che si creano tra i personaggi, la loro apprensione crescente, attraverso il lento stillicidio di notizie che giungono del tutto inadeguate per capire cosa stia accadendo. Internet e la tv diventano inattive ovunque e l’ultima notizia che hanno dall’esterno è che il blackout stava interessando l’intera costa orientale. Continua a leggere

Samanta Schweblin, “Kentuki”

surns33_schweblin_kentuki_cover-409x617-1Kentuki dell’autrice argentina Samanta Schweblin, edito da SUR, è un altro romanzo che è ambientato in un tempo che potrebbe essere l’oggi, o comunque un giorno vicinissimo, e porta alla luce e spinge alle estreme conseguenze tutte tensioni e tendenze che già sono ben radicate nel nostro presente.

Il kentuki si presenta come un dozzinale peluche di feltro (coniglio, topo, drago, corvo e qualche altro ordinario animaletto) con delle ruote per muoversi, ma soprattutto dei dispositivi installati che permettono loro di “vedere” e “udire” (non parlare, sono muti) tutto quello che li circonda a una persona collegata in remoto tramite un apposito tablet. Ovviamente il prezzo non è per tutte le tasche.
E se l’acquirente, il custode, può decidere quale kentuki scegliere, non può affatto scegliere o sapere nulla sull’”abitante” che aziona e controlla questo giocattolo hi tech una volta che viene “svegliato”.
Questa “connessione” è univoca e unica, e dura “una vita”, ossia finché il custode non danneggi o non eviti di ricaricare la batteria del kentuki. In questo caso la connessione “muore”, viene interrotta senza alcuna possibilità di recupero o di essere rintracciata. Il “gioco” è finito.

Custodi, abitanti, tutti nel mondo sanno esattamente in cosa si stanno cacciando, eppure la corsa all’acquisto di questo ultimo ninnolo tecnologico si fa via via più pressante, benché tutti sappiano, e deliberatamente ignorino, i rischi che derivano dal consentire a uno sconosciuto collegato via internet un accesso incontrollato alle proprie vite. Continua a leggere

Yu Hua, “Il settimo giorno”

La morte rende tutti uguali, dicono. Ma se non fosse davvero così?

Il libro di Yu Hua, Il settimo giorno, prende come spunto di partenza questa idea per intrecciare un romanzo a tratti surreale, altre volte malinconico, con molto da dire sulla Cina odierna.

Un uomo di 41 anni di nome Yang Fei, morto da poco, riceve un avviso che lo istruisce su come e quando presentarsi per il suo funerale. Il protagonista, ancora un po’ sconcertato, si lava, indossa abiti appropriati e si mette una fascia nera al braccio in quanto uomo solo, senza genitori e senza figli, senza nessuno che andrà a piangere la sua scomparsa. Il traffico è intenso e l’autobus numero 203 non è in funzione, quindi gli tocca camminare a lungo. Quando finalmente arriva alla struttura, scopre che le disuguaglianze che separano i vivi continuano a dividere i morti. I vip dispongono di una propria area di attesa, con comode poltrone. I funzionari appena morti si vantano di luoghi di sepoltura che li aspettano sulle cime delle montagne con vista sull’oceano. Rendendosi conto che non ha indumenti funerari adeguati e nemmeno un’urna, Yang Fei si rifiuta di rispondere quando viene chiamato il suo numero. Invece, lascia il crematorio. Esce quindi in quella che è una sorta di terra degli insepolti, un luogo – non luogo ove vagano le figure di coloro che non hanno tombe. Continua a leggere

Camilla Grudova, “Alfabeto di bambola”

Intrigata dalla sinossi e dalla copertina, mi sono immersa nella lettura di queste storie come si discende in un sogno surreale dalle tinte orrorifiche.

I lettori alla ricerca di personaggi amabili e atmosfere distese, meglio non si avvicinino ad Alfabeto di bambola di Camilla Grudova. Descritta come “l’erede di Angela Carter“, la Grudova propone tredici racconti nei quali costruisce con cura un mondo in cui la disperazione, la violenza e la rovina materiale governano le vite dei singoli personaggi. Qui, gli uomini portano a casa i cadaveri di nani e le donne ne infilano gli organi in salotto, i bambini inventano macchine che proiettano immagini ipnotizzanti sui muri e siedono davanti a loro per anni. Costumi, macchine da cucire e bambole prendono vita, grottescamente animati dalle paure e dalle ossessioni delle persone che li circondano. Questo universo weird, a tratti impassibile, dopo averci cullato con una apparente banalità, sprofonda in surrealismi disturbanti: una sorta di realismo magico distopico e cupo, un’immaginazione variegata ma coerente, un incubo monocromatico non senza tocchi ironici.

Non c’è un orizzonte consolante in queste storie. Sebbene non vengano fornite date o luoghi geografici (le storie si svolgono nel “quartiere” o “nella fabbrica” o, molto spesso, in case e appartamenti di città anonime), l’atmosfera richiama una Londra di recente industrializzazione, dickensiana. Continua a leggere

Jean-Baptiste Del Amo, “Regno Animale”

Tiene fra le braccia un capretto che ha appena abbattuto e che gli appoggiava la testa al collo e gli succhiava il lobo dell’orecchio mentre lo portava verso le tende di macellazione.

Avvicinarsi a Regno Animale di Jean-Baptiste Del Amo significa entrare in un universo tetro, selvaggio, fatto di sangue, fetore, carne, disperazione, ove quasi tutto è tangibilmente macchiato, rovinato, sporco e sgradevole.

La trama segue la storia di quattro generazioni di una famiglia di contadini nel villaggio di Puy-Larroque, dal 1898 e fino al 1981, della loro tenuta e dell’allevamento di maiali, dandoci un’immagine inzaccherata e violenta del paesaggio rurale della Francia del tempo. Figura costante che funge da collante per questa sorta di tetralogia è Éléonore, la matriarca, nata nella povertà e in un mondo inclemente.
Le prime due sezioni sono dedicate alla famiglia originaria, alla loro vita ai limiti della sopravvivenza e alla prima guerra mondiale, e troviamo principalmente il padre di Éléonore, la sua genitrice e Marcel, il cugino che tornerà dalla guerra terribilmente sfigurato e sposerà la ragazza, ereditando la fattoria. In seguito, con un balzo temporale il lettore viene scaraventato dal 1917 al 1981, quando il piccolo allevamento è diventato industrializzato. Qui i protagonisti sono gli eredi della famiglia originaria, in particolare l’ossessionato Henri, i suoi figli e nipoti.

Regno Animale è una storia tragica, ma non catartica – siamo di fronte a una descrizione implacabile della spietatezza dell’uomo, della natura e della vita, da cui emergono guerra, malattia e depressione, in un susseguirsi di pagine e pagine di schizzi cruenti e orribili che a volte diventano quasi insopportabili, nonché un racconto sull’indole ereditaria della violenza. Continua a leggere

Imre Oravecz, “Settembre 1972”

In principio era

il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era prato, era il fiore, era l’albero, era l’erba, era l’uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l’altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto, era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l’affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l’affermazione, era la fede, era la speranza, era l’amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l’allora l’adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l’albero cenere, l’erba fieno, l’uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l’altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepitio, il parlare balbettio, la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo, l’affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l’affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l’amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.

Settembre 1972 di Imre Oravecz, edito da Anfora edizioni, non è un vero e proprio romanzo, ma un susseguirsi di 99 istantanee in prosa poetica.

Ogni frammento inizia con un breve incipit che si riferisce a un pensiero, un ricordo, per poi proseguire in un fluire libero di figure, rievocazione di accadimenti, riflessioni, emozioni. Questa sorta di immagini congelate nel tempo sono paragrafi unici, l’unico punto fermo è quello finale prima del successivo capitoletto, cosa che rende il testo più vicino a uno scorrere interiore che a un racconto preparato.

Il soggetto di questo libro è quasi banale, è una storia d’amore.
Tutto comincia nel settembre del 1972 quando un uomo, giovane, per caso incontra una donna per la quale prova subito qualcosa di forte e intenso, un’immediata attrazione che presto diventa un grande amore.
In realtà la relazione tra i due non è semplice né costante: forte è la passione, il rapporto che all’inizio li tiene sempre quasi morbosamente insieme e vicini, ma poi il legame cambia, arriva il matrimonio e il loro figlio, i tradimenti, la separazione, le loro vite che continuano lontane ma ancora in qualche modo legate. Continua a leggere

Venedíkt Eroféev, “Mosca-Petuskì. Poema ferroviario”

cover__id917_w280_t1465131705__2xMosca-Petuskì. Poema ferroviario è un libro fondamentale della letteratura russa, inizialmente circolato a lungo in samizdat (tipo di copia clandestina) in patria e all’estero, prima di essere dato alle stampe e iniziare a diffondersi attraverso i canali ufficiali.

La storia vede il protagonista (singolarmente coincidono l’autore e il narratore) raccontare una giornata in cui tenta, come ogni venerdì, di raggiungere Petuskì, una città suburbana a est di Mosca, dove lo aspettano una donna e suo figlio che tratteggia in termini alquanto mistificatori. Eroféev descrive la città di Mosca come irta di pericoli; nell’immaginazione di Veniĉka il Cremlino diviene non solo il segno distintivo della città, ma una barricata inespugnabile attorno al centro cittadino, che rappresenta il monolitico concentramento del potere sovietico. Dopo aver vagato un po’ per le strade in cerca di qualcosa da bere, il nostro riesce a raggiungere la stazione e a salire sul suo treno, dove continua a bere e si avventura in una serie di fantastiche e improbabili conversazioni sia con il pubblico che con gli altri passeggeri, discutendo di letteratura, scrittori, alcol, amore, vita e filosofia, il tutto in un crescendo allucinatorio e sentimentale, che tra frasi surreali e situazioni simboliche risuona sempre più come un j’accuse contro la società e la politica russa del tempo. Continua a leggere