Laura Shepherd-Robinson, “Figlie della notte”

figlie-della-notteNella Londra georgiana del 1782, Caroline Corsham, conosciuta dai suoi amici come Caro, sta aspettando che suo marito, il capitano Harry Corsham, torni a Londra dalla Francia dove è stato inviato per un incarico diplomatico. Una sera Caro è inorridita quando si imbatte nel corpo della sua amica, Lady Lucia, una nobildonna italiana, che è stata pugnalata e lasciata morire. Le autorità londinesi sembrano non avere alcuna intenzione di indagare sull’omicidio, cosa che confonde Caro fino a quando non scopre che la sua amica non era quella che affermava di essere: in realtà era una prostituta conosciuta come Lucy Loveless. Caro, incurante dei possibili pericoli, si fa carico di indagare sulla morte di Lucy e renderle giustizia.

È questo l’inizio e lo spunto di trama di Figlie della Notte, mistery storico di Laura Shepherd-Robinson.

Nel romanzo la principale voce narrante è quella di Caro, a cui si affiancano, in alcuni capitoli, altri personaggi per meglio mostrare la vicenda in modo completo.
Con questa tecnica la trama si arricchisce di punti di vista differenti, rende il mistero più complesso e, anche se a un certo punto, verso il finale, i sospetti sul colpevole sono abbastanza evidenti, ciò non toglie gusto alla lettura e ad approfondire le motivazioni e gli intrighi narrati. Continua a leggere

Tanja Stupar Trifunović, “Gli orologi nella stanza di mia madre”

i__id5501_mw600_mh900_t1635415269Gli orologi nella stanza di mia madre di Tanja Stupar Trifunović è un libro estremamente coraggioso, un confronto intimo di una donna con sua madre, sua figlia e l’intera eredità femminile che tutte e tre le generazioni portano sulle spalle, come un macigno, come un dono, spesso come una maledizione.

La scrittrice dialoga in modo immaginario con la madre cercando di scoprire che tipo di donna fosse dietro la maschera che portava. A sua volta, come madre a sua volta, si rivolge alla sua stessa figlia e la esorta a tornare perché in quella città, in quella casa, sentendo solo il ticchettio degli orologi nella stanza della nonna, le sembra di impazzire.
L’orologio, simbolo per antonomasia del tempo, diventa anche metafora del disallineamento interiore della protagonista, dei suoi turbamenti, e finché lei non riuscirà davvero a riconciliarsi con se stessa, a comprendere davvero la madre, come tale e soprattutto come donna, ad accettarla, non riuscirà a reimpostare il proprio orologio interiore.

Lo stile dell’autrice, non lineare, talora simile a un flusso di coscienza, è perfetto per presentare queste due donne in parallelo, esistenti al confine tra passato e presente, atipicamente alienate l’una dall’altra, la ricerca del senso di maternità, la giovinezza sfumata troppo in fretta.

La storia è in realtà un’immersione intima in se stessi, un confronto interiore attraverso le domande su cosa sia una donna e cosa dovrebbe essere, sull’amore, su chi siamo e cosa stiamo cercando, qual è il nostro fine. Continua a leggere

Ryoko Sekiguchi, “Nagori: La nostalgia della stagione che ci ha appena lasciato”

“Nagori, invece, possiede un’accezione molto più ampia. Significa prima di tutto «traccia», «presenza»: è l’atmosfera di una cosa passata e che non è più. In questo senso si può parlare di una città che ha conservato un’aura medievale, o di una casa che rievoca il gusto e l’atmosfera di coloro che l’hanno abitata un tempo. […] In nagori, attaccamento, nostalgia e temporalità si mescolano.”

Ryoko Sekiguchi, poetessa e scrittrice, ci offre un grazioso libricino sulla nozione giapponese di nagori, 978880625265higquesto termine non compiutamente traducibile nella nostra lingua, che potrebbe definirsi come una sorta di nostalgia della separazione.

Il concetto giapponese appartiene alla ciclicità delle stagioni che nascono, fioriscono, muoiono e ritornano indefinitamente, e si innesta direttamente nella temporalità che va dalla nascita alla morte dell’uomo. Ricorda l’idea del passare del tempo e contestualmente la nostalgia per i mesi che scivolano via inesorabilmente.

Per sviscerare questo concetto, l’autrice ci introduce nella prima parte sia al susseguirsi delle stagioni sia a un vero e proprio approfondimento sul cibo, su frutta e verdura e non solo, che cambia a seconda del periodo dell’anno, sull’importanza di nutrirsi con quanto offre la specifica stagione in quanto maggiormente naturale, ma soprattutto invita a una consapevolezza del cibo, di ciò che si mangia.

In questo senso, il termine nagori può designare un frutto o un ortaggio prima che si deteriori, quando è così maturo che già annuncia i toni della nuova stagione e ha un sapore suo del tutto peculiare – ad esempio, la prima fragola leggermente asprigna che si assapora in primavera non ha il gusto di quella della piena stagione, e nemmeno di quella leggermente vizza, passata, degli ultimi giorni prima dell’autunno, nel momento della fine delle vacanze, dell’inizio dell’anno scolastico e delle foglie morte. Continua a leggere

Ameya Gabriella Canovi, “Di troppo amore”

978882007328hig-666x1024-1Sarebbe semplice commentare oggettivamente questo saggio come un libro di psicologia, basterebbe riportare qualche citazione, argomentare quanto sia scritto bene e in modo chiaro e accessibile a tutti.

No, io non ci riesco.

Ieri sera l’ho terminato, e ho pianto. Ho pianto a lungo.
Ho pianto per la bambina che ho dentro che nel mondo spesso ancora si sente inadeguata, sbagliata e smarrita, per tutto il male che le ho fatto, per aver messo a tacere le sue pulsioni vitali. Ho pianto per il mio cuore infranto, per la mia solitudine.
Ho pianto per i miei genitori, ormai anziani, che mi hanno amato a modo loro, cercando di districarsi nella loro stessa selva di problemi irrisolti e sofferenza e paure.
Ho pianto per le tante persone che ho incontrato, presenti o passate che vivranno per sempre in me, per le occasioni perdute, per i giorni scivolati via nel grigio torpore.

Ma ho pianto anche di gratitudine perché ogni passo, che fosse nella bellezza o in un abisso infernale, mi ha portato a essere oggi quella che sono – un essere imperfetto, con ancora una lunga strada per sciogliere dei nodi interiori irrisolti, ma con la consapevolezza che ho avuto la preziosa occasione di vivere, vivere per capirlo e capirmi. E tra le lacrime è nato un sorriso, forse un po’ amaro, ma anche lieve.
Perché la vita, questo monstrum sacro, così bello e terribile, è lì che ci osserva, ci aspetta, e noi a volte siamo così accecati, anche inconsapevolmente, da una miriade di illusioni, auto inganni, ansie da accettazione, che le voltiamo le spalle sperperandola. Continua a leggere

Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”

Ci sono alcune storie che, man mano che riemergono e ci si riflette dopo la lettura, sembrano diventare9788807902055_0_536_0_75 incredibilmente più profonde, lasciando quesiti irrisolti. Bartleby lo scrivano di Herman Melville è una di queste.

Tanto la trama appare facilmente comprensibile e lineare, quanto i significati profondi si aggrovigliano e appaiono addirittura sfuggenti.

Il narratore è un avvocato di New York, senza nome, a cui gli affari vanno particolarmente bene. Nel suo studio lavorano già due impiegati e un ragazzo tuttofare, ma decide di mettere un annuncio per assumere un nuovo copista.
Ecco allora che arriva Bartleby, dalla “figura: pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida”.

Assegnato al nuovo arrivato un angolino non troppo illuminato, con una finestra che “non si affacciava più su nulla”, in un primo momento lo scrivano, “così singolarmente mite”, sorprende positivamente l’avvocato per la straordinaria mole di lavoro che l’uomo, in assoluto e ritirato silenzio, porta a termine.
Tuttavia, il terzo giorno di lavoro gli viene chiesto di esaminare un documento e Bartleby risponde – ed è quasi l’unica frase che ripete nell’intera storia: “Preferirei di no“.

Da qui la totale costernazione dell’avvocato, ma anche dei colleghi che pure lo minacciano, alla reiterata medesima risposta.

Non è mai un “no”, un netto rifiuto. Non è mai detto in modo aggressivo o impertinente. Bartleby è sempre presente durante l’orario lavorativo, anzi si ferma anche oltre, tanto che il narratore arriva a chiedersi se Bartleby non stia effettivamente vivendo negli uffici stessi. Continua a leggere

Yasmina Reza, “Il dio del massacro”

cover_9788845926235__id10678_w1200_t1642158555Il dio del massacro è il mio primo libro di Yasmina Reza e davvero mi chiedo perché non l’abbia letta prima, autrice ferente e geniale.

Questo breve testo è una pièce teatrale che mira a indagare il confine sottile tra civiltà e barbarie, riuscendo a trasmettere, con arguzia pungente, come la civiltà e le buone intenzioni, soprattutto se di facciata, vadano sgretolandosi di fronte alla legge brutale del più forte, della prevaricazione, della rabbia taciuta.

In
Un salotto.
Nessun realismo.
Nessun elemento inutile.
si ritrovano due coppie per discutere della lite avvenuta tra i loro figli a scuola. Il figlio di Annette e Alain, Ferdinand, ha picchiato il figlio di Véronique e Michel, Bruno, dopo che il ragazzo si era rifiutato di farlo entrare nella sua banda. Le due coppie decidono di incontrarsi nell’appartamento dei Vallon per dirimere il conflitto in modo civile e fare in modo che i ragazzi risolvano le loro divergenze.

Véronique è una storica dell’arte che scrive un libro sulle atrocità del Darfur; suo marito, Michel, gestisce un negozio di ferramenta. Annette è una casalinga con una fiducia in se stessa molto bassa, schiacciata dalle pressioni della maternità e della famiglia; suo marito, Alain, è un avvocato di successo che lavora per un’azienda farmaceutica che sta per essere citata in giudizio perché uno dei loro prodotti ha causato gravi controindicazioni.

All’inizio, Véronique sta leggendo un accordo che tutti dovrebbero firmare sul danno arrecato a suo figlio. Tutto sembra molto perbene e programmato, ma fin dalle prime battute si percepisce una sorta di reciproca camuffata antipatia, allorché lette le prime righe del presunto accordo iniziano le disquisizioni sui termini utilizzati.
Se i primi scambi fanno notare una tensione nascosta, ma avvengono secondo rigide apparenze di controllo, ben presto i toni e i sentimenti cambiano.

Non solo infatti cominciano le reciproche accuse sull’educazione dei rispettivi figli, sempre più ardite e sfrontate, ma emergono attriti e malumori di lungo corso anche all’interno delle coppie stesse. Continua a leggere

Piero Scanziani, “Entronauti”

“Il cammino per l’Eden è sempre lo stesso: solo il vocabolario cambia. L’Eden, luogo senza tempo e senza dove, luogo elusivo. Ma occorre mantenere il ponte con la gioia, se l’uomo non vuol perire. È la funzione degli entronauti.”

scanziani-entronauti-copertina-768x1195-1Ci sono dei casi in cui incroci un libro che ti ispira per titolo, sinossi, ma mai ti aspetteresti di trovarti di fronte a qualcosa di così profondo, impattante, denso, intenso da diventare uno dei miei libri top dell’anno e non solo.

Già il titolo è programmatico: Entronauti, un vocabolo coniato dallo stesso autore, Piero Scanziani, per significare chi ardisce a esplorare i mondi interiori dell’animo umano, senza pregiudizi o ogni sorta di confine.

Il protagonista, l’autore stesso, è un giornalista, a cui il suo caporedattore chiede con insistenza un pezzo sull’India, che viene accordato a patto di poter andare a New York – meta che è solo la prima tappa di un premeditato, lungo viaggio di ricerca.

L’itinerario si snoda tra Occidente e Oriente, passando per Stati Uniti, Francia, Grecia, India, Londra, Cina, Giappone, India e infine verso il Monte Athos: lunghe ore di volo, decine di personaggi incrociati, tutti che come il tassello di un imponente mosaico, lo accompagna verso la meta, la ricerca di una risposta sulla vita e sulla morte. Continua a leggere