Cassandra site specific (spettacolo teatrale di Elisabetta Pozzi)

Un’ora piena di un’energia e un’intensità davvero rare. Pelle d’oca e occhi lucidi.
E a intrecciare le fila dello spettacolo un’eccezionale Elisabetta Pozzi, che sola sul palco ha saputo creare una magia che trascende il tempo e lo spazio, rifacendo vivere il mito di Cassandra in tutta la sua forza, disperazione, follia, amarezza.

È un viaggio nell’epica e nella storia, ma soprattutto nel cuore degli uomini, nella loro cieca hybris che ciclicamente si ripete, sempre più altèra e gravida della di un’imminente, funesta rovina.
Più che mai oggi sembra vero che, di fondo, l’uomo non vuole ascoltare la verità.

Magnifico e assolutamente imperdibile.

Dalla locandina:

Elisabetta Pozzi ha lavorato molte volte sul personaggio di Cassandra, sempre scoprendone sfumature e significati. Figlia di Ecuba e Priamo, re di Troia, Cassandra è una delle figure più profondamente tragiche del mito greco. Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, che, secondo la versione più nota, per guadagnare il suo amore, le donò la dote profetica. Cassandra però rifiutò di concedersi a lui: adirato, il dio le sputò sulle labbra e con questo gesto la condannò a restare sempre inascoltata. Cassandra è quindi il simbolo di una conoscenza sconfinata ma inutile, ed è relegata a una solitudine tragica. Il testo si ispira al mito antico e moderno, da Omero, Euripide, Seneca a Christa Wolf, Szymborska, Ritsos eracconta la storia della profetessa troiana sottolineandone la grande modernità. L’epilogo, che si avvale del contributo di Massimo Fini, vede la profetessa leggere il futuro dell’uomo moderno, incapace di porsi dei limiti, intrappolato nella tela che si è costruito e ormai condannato a restarne prigioniero. Daniele D’angelo ha creato per lo spettacolo un accompagnamento musicale originale: suoni e musica che si fondono con il testo.

La “Rosa del Deserto”: un fiore di pietra celato tra le dune

Non fiorisce né appassisce. Ma al pari di un fiore vero ha bisogno della presenza di acqua.

È la cosiddetta “rosa del deserto”, una formazione minerale molto comune nei paesi desertici (in Messico e nel Sahara, in particolare).

Sembrerebbe proprio un fiore nato nella sabbia, tra le dune multiformi, con i suoi petali piatti e allungati e la tipica colorazione che sfuma dall’arancione al giallo-ocra.
In realtà, si tratta di un aggregato di cristalli di gesso che si origina unicamente in condizioni ambientali e climatiche ben precise. Continue reading “La “Rosa del Deserto”: un fiore di pietra celato tra le dune”

Il Delfino: mitologia e simbolismo

Il pesce, soprattutto per le popolazioni mediterranee che da sempre hanno vissuto a stretto contatto con il mare, è una presenza costante nel simbolismo religioso, mitologico e non solo.

Ad esempio, nella mitologia babilonese il Dio della sapienza indossava vesti da pescatore, mentre il Dio degli abissi è effigiato come pesce-ariete e i suoi sacerdoti portavano un copricapo a forma di pesce, da cui successivamente derivò la mitra dei vescovi cristiani.
Oltre all’area mesopotamica, le raffigurazioni di pesci sui monumenti funebri egizi, micenei ed etruschi, rimarcano il legame simbolico tra il pesce e la resurrezione, il rinnovamento e la salvaguardia della vita.
Presso i Greci numerose divinità assumono sembianze pisciformi oppure sono raffigurate nell’atto di cavalcare delfini e ippocampi; il pesce è sacro, inoltre, ad Afrodite quale simbolo di fecondità e nel mito di Poseidone rappresenta la forza delle acque (il medesimo significato assume presso i romani rispetto a Venere e a Nettuno).
Per gli Israeliti il pesce è la vivanda della cena sacra del Sabbath, e l’antica Pasqua ebraica cadeva proprio nel mese del Pesce.
Per i Cristiani il pescatore è colui che raccoglie (pesca) le anime e il pesce rappresenta il Cristo stesso, tanto che nella parola greca ICHTHUS (pesce) si sono riconosciute le iniziali delle parole Iesùs CHristòs THeù Uiòs Sotér, cioè Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore. Continue reading “Il Delfino: mitologia e simbolismo”

Guillermo del Toro, “Trollhunters (Trollhunters, #1)”

Il nome di Guillermo Del Toro è stato come una calamita e mi sono precipitata a richiedere l’arc. Inoltre, un paranormal che avesse come protagonisti i troll è di certo qualcosa di originale.

La storia si apre a San Bernardino alla fine del 1960, allorché quasi 200 cento bambini scomparvero in quello che divenne noto come l’epidemia cartone del latte (poiché le foto dei bambini scomparsi venivano stampate sui cartoni del latte, appunto). La situazione fece scattare il coprifuoco per tutti i bambini dopo il tramonto, ma il giorno del compleanno di Jack Sturges, lui e il fratello Jim si attardano sulle loro biciclette. Nei pressi dell’Holland Transit Bridge, Jim perde di vista il fratello e prova a cercarlo, ma dalle ombre sotto il ponte ne esce uno spettacolo terrificante: nere pellicce, corna, artigli e denti enormi, che inseguono Jim fino a casa quel giorno − e mentre lui riuscì a sopravvivere, del fratello maggiore Jack non rimase traccia.
Anni dopo, il figlio di Jim, Jim Sturges Jr., ha quindici anni e vive solo con il padre, che per l’antico terrore vive in uno stato che potremmo definire paranoico per il terrore del buio e quello che nasconde. Serrande rivestono le finestre della loro casa, dieci serrature chiudono la porta di ingresso, luci e telecamere di sicurezza sorvegliano l’esterno. Continue reading “Guillermo del Toro, “Trollhunters (Trollhunters, #1)””

La decifratura della lingua ittita e la scoperta della sua antica civiltà

L’Impero Ittita dominò una larga fascia del Vicino Oriente, dal loro insediarsi in Anatolia attorno al 1800-1700 a.C. fino all’ultimo periodo di decadenza attorno al 1100-700 a.C. Fu una civiltà all’avanguardia, organizzata, dotata di avanzati metodi bellici e capace di produrre interessanti opere architettoniche ed artistiche. Come tuttavia accadde a molti imperi simili, anche quello ittita crollò rapidamente e la sua intera storia e cultura rimasero nell’oblio a lungo, finché non iniziarono a venire alla luce ritrovamenti archeologici ascrivibili a questa popolazione e soprattutto non si riuscì a decifrare il loro linguaggio.
Allora si ebbe, in un certo senso, la rinascita dell’impero ittita, di cui ancor oggi rimane parecchio da scoprire e da studiare relativamente ai suoi costumi, leggi, guerre, ma anche agli affascinanti personaggi (sovrani, guerrieri, sacerdoti) che spiccano dalle testimonianze storiche.
L’inizio di riscoperta di questa civiltà avvenne soltanto nel XIX secolo.
Johann Ludwig Burchhardt, studioso e viaggiatore, ad inizio ‘800 rinvenne nella città siriana di Hama un petroglifo i cui caratteri non potevano essere ricondotti al geroglifico. Nel 1887 ad Amarna in Egitto, vennero alla luce varie lettere che dimostrano la corrispondenza tra i faraoni egiziani e il re degli Ittiti e che includono documenti in una scrittura cuneiforme. Ad essa fu dato il nome Arzawa, come la città nel sud-ovest dell’Anatolia.
Il linguista gallese Archibald Henry Sayce riconobbe trai primi che l’arte e la scrittura sui petroglifi trovati in vari siti in Anatolia e nel resto del Medio Oriente era prova dell’esistenza di un’antica civiltà imperiale.
L’archeologo tedesco Hugo Winkler condusse degli scavi a Bogazkoy tra il 1906 e il 1908 e comprovò la teoria di Sayce che si trattasse del sito della capitale ittita, Hattusa, ove furono rinvenuti archivi contenenti circa venticinque mila documenti in scrittura cuneiforme ittita, appunto l’allora cosiddetto Arzawa.
Per la posizione geografica di tale impero, si ritenne allora che tale lingua fosse di ceppo semitico, teoria in seguito smentita.

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Robert Jackson Bennett, “City Of Stairs”

Uscito abbastanza in sordina, in poco tempo l’ultimo romanzo di Robert Jackson Bennett, City Of Stairs, ha fatto molto parlare di sé, grazie a recensioni più che positive che addirittura lo darebbero come uno dei possibili candidati ai più prestigiosi premi internazionali.

Date queste premesse, non potevo non metterci il naso e farmene un’idea personale.

La storia è ambientata nella città di Bulikov, un tempo prosperosa e che teneva saldamente il potere, un potere di tipo dispotico che aveva ridotto in schiavitù tutte le città-colonie che era riuscita a soggiogare.
Bulikov, la città di scale, dove edifici incredibilmente alti si stagliavano fino al cielo e i suoi reggenti-protettori erano considerati “divini”, cadde: un uomo dal titolo di Kaj, organizzò un completo rovesciamento del potere, riuscendo ad uccidere gli “dèi” e a stabilire l’ascesa di Saypur al potere supremo, colonia-avamposto un tempo fatiscente.

La città che una volta era sede del potere divino ora ha cambiato radicalmente aspetto, il paesaggio surreale della città ora in frantumi si erge come una costante, inquietante ricordo la sua ex supremazia, e alla sua gente, una volta potente, è proibito studiare la propria stessa storia, anche solo nominare le antiche divinità uccise.

La storia inizia con l’omicidio dell’eminente storico Efrem Pangyui, su cui è chiamata ad indagare la giovane diplomatica Shara Thivani.
Shara stessa, tuttavia, nasconde molti enigmi, alcuni dei quali sono ignoti a lei stessa.
La ricerca della verità si intreccia saldamente con la rivelazione della vera identità della protagonista, ma anche con il passato e il futuro della città di Bulikov, su cosa fu davvero sconfitto o se non tutto è morto e soggiogato come sembra. Continue reading “Robert Jackson Bennett, “City Of Stairs””

Il Penny vichingo del Maine

Nell’estate del 1957, durante il suo secondo anno di scavo presso il sito di Goddard (a Naskeag Point, nel Maine presso la Penobscot Bay), l’archeologo amatoriale Guy Mellgren trovò una piccola moneta d’argento vicino al centro del sito, a una profondità di cinque piedi sotto la superficie del terreno.

Inizialmente si riteneva la moneta fosse un penny inglese del XII secolo. Nel 1978, invece, è stata identificata da Peter Seaby, un esperto di numismatica britannica, come un soldo medievale norvegese.

Questa identificazione è stata poi confermata nel 1979 da Kolbjørn Skaare, una delle principali autorità di numismatica medievale norvegese, che ha esaminato la moneta presso il Museo di Stato del Maine effettuando uno specifico test su un piccolo frammento. Le analisi di Skaare confermarono l’autenticità della moneta come un centesimo norvegese coniato durante la prima metà del regno di re Olaf Kyrre’s (1065-1080 d.C.).

La datazione del penny risalirebbe dunque a più di 50 anni dopo l’ultimo dei viaggi noti dalle saghe norrene nella terra di “Vinland”: ciò starebbe a indicare che anche dopo le prime esplorazioni vichinghe ci sarebbe stato un ulteriore contatto tra i popoli nordici e il Nord America.

Il dr. Skaare si pose inizialmente il problema se il penny fosse stato aggiunto in maniera fraudolenta a quel sito, motivo per cui esso fu considerato inizialmente un Oopart. Le scoperte successive portano a pensare che non si trattasse di una falso, dato che questa era una moneta molto rara, e per contraffare la scoperta sarebbe stato assai più semplice introdurre nel sito monete più comuni come quelle dell’era di Leif Ericson.

Per evitare discussioni riguardo qualsiasi coinvolgimento fraudolento degli scopritori, la moneta è rimasta in un museo per ventuno anni prima di essere identificata con certezza.

Essa originariamente pare avesse una perforazione vicino al bordo, cosa che poteva indicare che fosse utilizzata come ciondolo. Purtroppo, a causa della corrosione, questa sezione si è rovinata e il foro non è più visibile.

Da momento che è stato rinvenuto presso la costa, si è ipotizzato che il penny fosse una valida prova che i Vichinghi viaggiarono davvero ancora più a sud di quanto si ritenesse e che la moneta potrebbe essere stata smarrita o utilizzata per commerciare in quel luogo.

Ci sono delle prove, infatti, che dimostrano che questo sito era centro di una grande rete commerciale e potrebbe essere arrivato qui attraverso canali commerciali indigeni dal Labrador o da Terranova: la moneta può essere originariamente stata scambiata lì con i Vichinghi, se non rubata o perduta. Continue reading “Il Penny vichingo del Maine”