Tanja Stupar Trifunović, “Gli orologi nella stanza di mia madre”

i__id5501_mw600_mh900_t1635415269Gli orologi nella stanza di mia madre di Tanja Stupar Trifunović è un libro estremamente coraggioso, un confronto intimo di una donna con sua madre, sua figlia e l’intera eredità femminile che tutte e tre le generazioni portano sulle spalle, come un macigno, come un dono, spesso come una maledizione.

La scrittrice dialoga in modo immaginario con la madre cercando di scoprire che tipo di donna fosse dietro la maschera che portava. A sua volta, come madre a sua volta, si rivolge alla sua stessa figlia e la esorta a tornare perché in quella città, in quella casa, sentendo solo il ticchettio degli orologi nella stanza della nonna, le sembra di impazzire.
L’orologio, simbolo per antonomasia del tempo, diventa anche metafora del disallineamento interiore della protagonista, dei suoi turbamenti, e finché lei non riuscirà davvero a riconciliarsi con se stessa, a comprendere davvero la madre, come tale e soprattutto come donna, ad accettarla, non riuscirà a reimpostare il proprio orologio interiore.

Lo stile dell’autrice, non lineare, talora simile a un flusso di coscienza, è perfetto per presentare queste due donne in parallelo, esistenti al confine tra passato e presente, atipicamente alienate l’una dall’altra, la ricerca del senso di maternità, la giovinezza sfumata troppo in fretta.

La storia è in realtà un’immersione intima in se stessi, un confronto interiore attraverso le domande su cosa sia una donna e cosa dovrebbe essere, sull’amore, su chi siamo e cosa stiamo cercando, qual è il nostro fine. Continua a leggere

Yasmina Reza, “Il dio del massacro”

cover_9788845926235__id10678_w1200_t1642158555Il dio del massacro è il mio primo libro di Yasmina Reza e davvero mi chiedo perché non l’abbia letta prima, autrice ferente e geniale.

Questo breve testo è una pièce teatrale che mira a indagare il confine sottile tra civiltà e barbarie, riuscendo a trasmettere, con arguzia pungente, come la civiltà e le buone intenzioni, soprattutto se di facciata, vadano sgretolandosi di fronte alla legge brutale del più forte, della prevaricazione, della rabbia taciuta.

In
Un salotto.
Nessun realismo.
Nessun elemento inutile.
si ritrovano due coppie per discutere della lite avvenuta tra i loro figli a scuola. Il figlio di Annette e Alain, Ferdinand, ha picchiato il figlio di Véronique e Michel, Bruno, dopo che il ragazzo si era rifiutato di farlo entrare nella sua banda. Le due coppie decidono di incontrarsi nell’appartamento dei Vallon per dirimere il conflitto in modo civile e fare in modo che i ragazzi risolvano le loro divergenze.

Véronique è una storica dell’arte che scrive un libro sulle atrocità del Darfur; suo marito, Michel, gestisce un negozio di ferramenta. Annette è una casalinga con una fiducia in se stessa molto bassa, schiacciata dalle pressioni della maternità e della famiglia; suo marito, Alain, è un avvocato di successo che lavora per un’azienda farmaceutica che sta per essere citata in giudizio perché uno dei loro prodotti ha causato gravi controindicazioni.

All’inizio, Véronique sta leggendo un accordo che tutti dovrebbero firmare sul danno arrecato a suo figlio. Tutto sembra molto perbene e programmato, ma fin dalle prime battute si percepisce una sorta di reciproca camuffata antipatia, allorché lette le prime righe del presunto accordo iniziano le disquisizioni sui termini utilizzati.
Se i primi scambi fanno notare una tensione nascosta, ma avvengono secondo rigide apparenze di controllo, ben presto i toni e i sentimenti cambiano.

Non solo infatti cominciano le reciproche accuse sull’educazione dei rispettivi figli, sempre più ardite e sfrontate, ma emergono attriti e malumori di lungo corso anche all’interno delle coppie stesse. Continua a leggere

Chuck Palahniuk, “L’invenzione del suono”

978880472742hig-343x480-1Chuck Palahniuk, l’autore di alcuni dei più raccapriccianti romanzi della narrativa americana odierna, è tornato con un nuovo romanzo, L’invenzione del suono.

Bersaglio della nuova opera torna a essere Hollywood, la sua Hollywood immaginata, dove i segreti e il marcio suppurano dalle crepe di un’apparenza patinata e impeccabile.

Prima protagonista è la giovane Mitzi Ives, la migliore nel suo campo, specializzata in urla devastanti e realistiche per film. Ossessionata dal suo lavoro, questa peculiare forma d’arte e creazione, la sua dedizione è totale così come il suo assillo di creare l’urlo perfetto, definitivo. Ma il metodo di Mitzi è tutt’altro che convenzionale, e non perché si stordisce fino a una lenta discesa nell’oblio tra vino ei farmaci.
Mitzi seleziona accuratamente gli attori e le attrici, li rinchiude, li brutalizza finché non ottiene l’urlo che desidera, finché non ha su pellicola grida disperate, straziate, di vittime scritturate per essere torturate e non uscirne vive da quell’ultima interpretazione.

Altro protagonista della storia è Gates Foster, ossessionato dalla scomparsa della figlia avvenuta ben diciassette anni prima. Egli fa di tutto per ritrovarla, tato che la sua fissazione lo fa ingaggiare prostitute perché lo chiamino “papà”, per fargli vivere l’illusione che la figlia non sia mai svanita nel nulla. Parallelamente, ricerca sistematicamente pedofili, per vederli soffrire e rendere giustizia a quei bambini offesi e restituirli alle loro famiglie. Continua a leggere

Jean-Baptiste Del Amo, “Regno Animale”

Tiene fra le braccia un capretto che ha appena abbattuto e che gli appoggiava la testa al collo e gli succhiava il lobo dell’orecchio mentre lo portava verso le tende di macellazione.

Avvicinarsi a Regno Animale di Jean-Baptiste Del Amo significa entrare in un universo tetro, selvaggio, fatto di sangue, fetore, carne, disperazione, ove quasi tutto è tangibilmente macchiato, rovinato, sporco e sgradevole.

La trama segue la storia di quattro generazioni di una famiglia di contadini nel villaggio di Puy-Larroque, dal 1898 e fino al 1981, della loro tenuta e dell’allevamento di maiali, dandoci un’immagine inzaccherata e violenta del paesaggio rurale della Francia del tempo. Figura costante che funge da collante per questa sorta di tetralogia è Éléonore, la matriarca, nata nella povertà e in un mondo inclemente.
Le prime due sezioni sono dedicate alla famiglia originaria, alla loro vita ai limiti della sopravvivenza e alla prima guerra mondiale, e troviamo principalmente il padre di Éléonore, la sua genitrice e Marcel, il cugino che tornerà dalla guerra terribilmente sfigurato e sposerà la ragazza, ereditando la fattoria. In seguito, con un balzo temporale il lettore viene scaraventato dal 1917 al 1981, quando il piccolo allevamento è diventato industrializzato. Qui i protagonisti sono gli eredi della famiglia originaria, in particolare l’ossessionato Henri, i suoi figli e nipoti.

Regno Animale è una storia tragica, ma non catartica – siamo di fronte a una descrizione implacabile della spietatezza dell’uomo, della natura e della vita, da cui emergono guerra, malattia e depressione, in un susseguirsi di pagine e pagine di schizzi cruenti e orribili che a volte diventano quasi insopportabili, nonché un racconto sull’indole ereditaria della violenza. Continua a leggere

Don DeLillo, “Il Silenzio”

– Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti, – diceva Martin. – La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me? Guardo quella faccia con interesse. Sono interessato, ma anche un po’ confuso. Capita mai anche agli altri? La faccia di ognuno di noi. Cos’è che vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos’è che vede?

L’ultimo, atteso, romanzo di Don DeLillo ci proietta nella Manhattan del 2022, quando improvvisamente tutti gli apparecchi tecnologici e le reti (internet, cellulari, televisioni, …) si spengono. Gli schermi diventano neri e non si comprende la causa né l’estensione di questo fenomeno spiazzante. In questo contesto si intrecciano le vicende di una coppia che si trovava su un aereo, costretto a un atterraggio di emergenza, e di alcuni loro amici che li stavano aspettando per una cena durante la serata del Super Bowl.

La storia si sviluppa in una manciata di pagine e la brevità della trama fa da specchio al contenuto, allo stile, al linguaggio: scarni, minimalisti al massimo.
Chi segue e ha già letto il grande scrittore americano, non può fare a meno di notare un netto cambiamento nella sua produzione, corrispondente a un mutamento del suo stile e intenti. Continua a leggere

Viktor Pelevin, “Il mignolo di Buddha”

31EJ9JwunAL._BO1,204,203,200_Ci sono dei libri che si procrastinano a tempo indeterminato… Poi, si decide di prenderli in mano ed è un’illuminazione!
Ecco cosa ho provato con Il mignolo di Buddha di Viktor Pelevin, un libro folle quanto straordinario, che con sorprendente abilità mischia filosofia, pulp, zen, satira e critica socio-politica.

Nel 1919, in una Russia che ha alle spalle la Rivoluzione ma è ancora in pieno conflitto tra bianchi e rossi, uno scalcagnato poeta di Pietroburgo, Pëtr Pustotà (Pustotà significa “vuoto” in russo, e non è casuale), si trova al centro di trame politico-militari quale assistente del comandante Čapaev, personaggio storico realmente esistito (e qui descritto con sarcasmo), con il quale si diletta anche a bere (molto) e a parlare del significato della vita. La storia non è così semplice né come sembra, infatti al contempo, nella Mosca degli anni ’90, lo stesso Pëtr si risveglia in una angusta camera di un ospedale psichiatrico, in quanto affetto da “sindrome da sdoppiamento della personalità”.
Il lettore si trova così già di fronte al dilemma di non sapere quale delle identità di Pëtr sia quella reale e se davvero esista un qualcosa come un’identità reale. Continua a leggere

Paul Beatty, “Slumberland”

La mia paga consisteva in quaranta marchi e una bustina di merdosa cocaina da discoteca avanzata dagli anni Settanta. Tirai in bagno, quasi aspettandomi di vedere Ziggy Stardust uscire da un gabinetto, strofinandosi le gengive con la polverina e lamentandosi con chiunque lo ascoltasse che la coca era più tagliata dei diritti civili di Sacco e Vanzetti.

slumberland-lightAnno 1989.
Ferguson W. Sowell, meglio conosciuto come DJ Darky, è un noto dj di Los Angeles, è dotato di un’eccezionale memoria fonografica e ha inventato il battito perfetto.
O quasi perfetto: gli manca ancora qualcosa, e per questo si trasferisce a Berlino per scovare Charles Stone, in arte Schwa, sassofonista dell’avanguardia jazz avvolto da un’aura mitica, con il quale vuole suonare il suo beat.

Raggiunta Berlino, Sowell si troverà di fronte una città inattesa, immensa e pullulante di vita. Ne rimane sorpreso, ma anche affascinato, perché sente di essere nel posto giusto per cogliere un nuovo battito, farlo proprio e creare una nuova musica, assoluta, unica.
La sua prima meta è lo Slumberland, bar e locale ove si fa musica e DJ Darky si fa assumere come jukebox sommelier.

Inizia così la sua avventura di uomo americano e di colore tra locali, vie, musica, ma anche tanti momenti al limite tra il realistico e il surreale, come il ritrovamento di strane videocassette, le relazioni con le donne bianche, la scoperta di nuovi gusti musicali e non da ultima la caduta del muro.
Questo è un momento cruciale e viene vissuto nel libro come un irrevocabile passaggio storico, sociale, ma anche individuale, sempre legato alla musica, che man mano sta cambiando. Continua a leggere