Christina Henry, “Alice”

Con questo romanzo, Catherine Henry non vuole confezionare l’ennesimo retelling fantastico per ragazzi di Alice in Wonderland, bensì è riuscita a scrivere un romanzo per adulti oscuro, cupo, inquietante, originale, simbolico.

La storia è ambientata in un mondo diviso tra New City, la parte di città dei benestanti, pulita e per bene, e Old City, ghetto affollato da povera gente e delinquenti, governato da diversi boss criminali.
A sedici anni, Alice e l’amica Dor si avventurano, nonostante il divieto, nella città vecchia, ove Alice ha un’esperienza traumatica e terribile, della quale non ricorda nulla se non un uomo con lunghe orecchie pelose e bianche chiamato Rabbit e la terribile cicatrice che egli le ha lasciato su una guancia.
Ritenendola pazza, i genitori la fanno internare in un ospedale psichiatrico.

Trascorrono dieci anni, Alice sopravvive nella sua piccola cella, dimenticata dai genitori, maltrattata dagli inservienti, con un unico amico, Hatcher, suo vicino di cella, pluriomicida, convinto che sotto l’edificio sia imprigionato un terrificante mostro, detto Jabberwocky.

Una notte, improvvisamente, il manicomio è in preda alle fiamme e Alice riesce a fuggire grazie a Hatcher. Anche lo Jabberwocky è, però, in grado di liberarsi dalla sua prigione e incombe come una terribile ombra a caccia di sangue.
Alice e Hatcher intanto fuggono verso Old City, ove incontrano Bess, la nonna dell’uomo, che dà loro rifugio e li prepara per la loro missione, quella di uccidere il mostro.
I due vanno a ciaccia di informazioni da Cheshire, affrontano bande e pericoli, incontrano Caterpillar, evento che farà ricordare ad entrambi molte cose del proprio passato e capire cosa e chi affrontare per cercare alla fine di sconfiggere lo Jabberwocky.

Il libro è davvero notevole sotto ogni punto di vista, per stile, per com’è organizzata la storia e i temi trattati, per l’utilizzo, rivisto e in chiave simbolica, di situazioni e personaggi che si trovano nel romanzo di Carroll.

Lo stile, innanzitutto, è molto particolare.
Schietto, cupo, realistico nelle scene violente, ma sempre smussato da un’atmosfera da favola nera. Si ha l’impressione di camminare tra incubo e realtà, alcune atmosfere sono avvolte da una soffice nebbia quanto altre scene colpiscono per la vividezza delle sensazioni che tramettono.
Nella storia ci si inoltra come se si fosse protagonisti di un sogno vigile e il linguaggio rispecchia altrettanto questa caratteristica – chirurgicamente preciso e diretto quanto cantilenante e avvolgente.

Il sovraccarico sensoriale è ben reso: vista, udito, olfatto sono intensificati al punto da diventare realmente intensi, grazie anche alla giustapposizione di elementi contrastanti.
Ad esempio, il passo in cui Alice descrive l’odore nauseante di dolci a forma di rosa fa davvero sentire quella sensazione; i colori, quando appaiono, per lo più in contrasto al nero o al grigio, abbacinano – come nell’incontro con Cheshire, un tripudio di colori dopo scene e scene dominate da tunnel e vie scure.

Le scene più raccapriccianti sono deliziosamente bizzarre e curiose nel loro orrore, come il bordello delle donne con le ali di farfalla (ali incise nella schiena delle giovani), sirene schiave e assetate di sangue, conigli da combattimento troppo cresciuti e ratti giganti…
Una miriade di creature e personaggi, ciascuno cesellato in maniera unica e derivante anche solo da una scena della storia originale.
Ogni personaggio, inoltre, protagonisti compresi, è in varia scala un “cattivo”, pertanto il lettore non è consolato dal alcun buonismo disneyano nel tifare per l’uno e per l’altro, perché tutti commettono atrocità, in diversa misura, e sono a caccia di vendetta – ma sono al contempo tutti degli offesi, spezzati interiormente e spesso anche fisicamente, tutti hanno un difficile passato alle spalle.

L’autrice non vuole trasmettere conforto, ma mettere davanti al fatto compiuto che ognuno di noi è nocente e imperfetto.
Quello che si può fare è accettare se stessi, fronteggiare il proprio passato, imparare ad avere compassione e trovare un modo per essere liberi e vivere, nonostante tutto.

Alice incarna tutto questo e in particolare le donne che compaiono nella storia.
Essenzialmente tutte le donne sono rappresentate come vittime, utilizzate nei peggiori modi da uomini violenti e potenti − come schiave del sesso, le mantengono in cattività, abusano di loro e torturano.
Peggio è come tali personaggi femminili percepiscono se stessi, ovvero tutti inizialmente sembravano accettare il fatto che è la loro sorte essere schiavizzate e abusate dagli uomini.
Alcune di questi personaggi, tuttavia, ad un certo punto acquisiscono consapevolezza di sé e anelano a salvare se stesse.
Pure in questo caso, Alice è il personaggio chiave.
Anche se Hatcher è visto come il salvatore di Alice, in realtà lo è solo inizialmente e in parte. La crescita interiore e psicologica della giovane donna è straordinaria e sarà lei il sostegno dell’uomo, per come riesce a vederlo davvero, al di là dell’orrore. Inoltre, ad un certo punto Alice affronta i ricordi degli orrori subiti che vengono a galla e non si reclina su stessa, ma scopre i suoi veri “poteri” e vuole affrontare il “nemico”, che in ultima analisi risulta essere la non accettazione si sé, del perdono di se stessi come fattore primario e del recuperare la parte pura di umanità rimasta dentro di noi.
Se il modo in cui vengono narrati personaggi femminili può risultare disturbante, di sicuro non è anti-femminista, anzi, forse sono proprio i personaggi maschili a uscirne quali creature, alla fin fine, guidate da libidine e vendetta, meno in grado di compiere un percorso interiore.

Tutto questo percorso, molto più complesso di come è stato qui sintetizzato, è narrato in forma simbolica attraverso immagini e personaggi, rielaborati e riconoscibili, dell’Alice in Wonderland originale, aspetto che mostra come l’autrice non solo conosca bene la storia e il suo significato profondo, ma anche la sua capacità di utilizzare queste immagini e simboli per narrare una storia che ha tutta la bellezza della fiaba e la forza dell’allegoria, al pari delle antiche storie – che non lesinavano violenza e orrore, perché anche quello fa parte del quotidiano.

Una prova narrativa notevole, di una complessità celata rara, davvero consigliata, benché non sia per tutti.

My rating: 4.5/5

Christina Henry
Alice
Ed. Ace

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