Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci”

la20donna20venuta20dai20ghiacci20beatCi sono pagine della storia sbiadite alla memoria dei più e spesso un buon romanzo è capace anche di far ricordare eventi meno noti o caduti nell’oblio.
È il caso de La donna venuta dai ghiacci di Sally Magnusson che prende spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero il rapimento di oltre quattrocento cittadini islandesi dalle loro case nel 1627 da parte dei pirati del Marocco e dell’Algeria. Questi uomini e donne furono deportati nella comunità musulmana di Algeri e per lo più venduti come schiavi, mentre per un esiguo numero di loro fu pagato un riscatto, ma soltanto diversi anni dopo, allorché molti erano ormai dispersi, rivenduti altrove o morti.

La storia inizia in Islanda, in un villaggio delle isole Vestmann, dove vive Ásta, alla quale l’autrice affida il compito di voce narrante. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli e un quarto è in arrivo. Nella cornice di una terra difficile, di una cruda bellezza evocata in toni intensi, si inserisce la vita degli abitanti, indaffarati nella loro quotidianità e nella lotta per la sopravvivenza. Un giorno però vele straniere si stagliano all’orizzonte, i galeoni algerini attraccano alle coste e inizia un periodo scioccante per questa piccola comunità cristiana, fatto di razzia, uccisioni e rapimenti.

Il mese della traversata in mare non è meno drammatico – magistralmente descritto tra momenti di cupore, terrore palpabile e disperazione delle persone, che nulla sanno di dove saranno portate e quale sarà il loro destino – durante il quale, in condizioni terribili, Ásta partorisce un bimbo.

Sbarcati ad Algeri, inizia la nuova vita dei prigionieri e di Ásta, e una nuova parte della storia.
L’autrice riesce a coinvolgere il lettore con abilità, tanto che sembra di essere accanto alla protagonista nello scoprire questo nuovo mondo, i suoi colori, la sua luce, i suoi profumi, le voci. Dato che il marito viene spedito come negoziatore tra l’Impero Ottomano il re di Danimarca per ottenere il riscatto dei prigionieri, la donna rimane sola e straniera,  e nel suo cuore si alternano stupore, timore, ma anche curiosità verso qualcosa di totalmente diverso dalla sua precedente quotidianità.

Nella casa di Cilleby, che l’ha comprata per il suo harem, inizialmente il suo viso è oscurato da sentimenti contrastanti sulla religione, sulla lealtà alla famiglia e sulla fede alle proprie radici, rispetto al nuovo mondo che la circonda e diventa piano piano sempre più parte di lei.
E’ qui che si inserisce il ruolo delle storie, delle leggende narrate dalla protagonista, alle altre donne prima e poi allo stesso Cilleby: le storie sono il suo legame con la patria, la sua identità culturale, ma anche un mezzo di fuga psicologica dalla realtà.

Col tempo si assiste a un lento cambiamento: la distanza dall’Islanda, fa sentire in Ásta sempre più lontana anche dalla sua vita di prima, percepisce la necessità di ricoprire un ruolo nuovo nella comunità in cui ora vive, e la sua esistenza pregressa, al pari delle sue storie, diventa qualcosa di remoto, idealizzato e nostalgico. Così la donna impara nuove storie, crea la sua nuova storia di vita, anche se sempre in lei c’è il rimpianto per ciò che ha perduto, la flebile attesa, poi mutata quasi in sordo turbamento che il marito possa tornare a riscattarla e lei debba tornare in Islanda.

L’autrice riesce in modo mirabile a creare dei personaggi tridimensionali, credibili, dall’interiorità complessa e vera, con i quali il lettore riesce a identificarsi e a provare le più diverse emozioni.
La storia è scritta in modo intenso, toccante, fa percepire tutta l’ambivalenza del sentimento di essere ancora vivi – perché ogni giorno è scelta, dubbi, ferite, rimpianto ma anche possibilità e bellezza.
E a una donna, al suo sentire e al suo raccontare intenso viene data la voce per raccontare la storia, non alle cronache ufficiali scritte dagli uomini. Una donna forte, che sa essere fedele a se stessa e al proprio dovere, ma anche abbandonarsi a percepire l’esistenza, vivere il presente.

Due sono i temi principali che ho trovato nel romanzo: l’importanza delle storie e il ruolo delle scelte.

Il primo è fondamentale e ha anche risvolti sociologici. L’uomo per conoscere e comprendere ha bisogno di “sentirsi partecipe” di ciò che lo attornia ed è per questo motivo che individuo e società sono tra loro in una relazione di influenza biunivoca e circolare. In questo contesto si inserisce anche il “narrare”, considerato come uno degli strumenti più preziosi a livello culturale, poiché è proprio mediante i racconti che il mondo di significati diviene negoziabile, definito e veicolato, sin dalla prima infanzia. Vivere in un sistema di significati condivisi dona orientamento e direzionalità all’individuo, questo aumenta l’adattabilità al contesto, la coesione del gruppo, l’identità culturale per la reiterazione di costumi, valori e credenze. Il raccontare forme della tradizione, ovvero il mito, esprime l’inconscio collettivo di un popolo, la sua ricchezza in termini spirituali sulla quale andrà a impiantarsi la capacità costruttiva del futuro. E nel caso di Ásta il suo riferire le antiche leggende diviene l’ultimo legame con la sua patria, il suo passato e la sua identità; al contempo, tuttavia, decidere di ascoltare e aprirsi al nuovo contesto in cui si trova, la fa dischiudere verso una nuova vita, la possibilità di avere un futuro, diverso.

Altro tema, quello della scelta: i bivi da affrontare, quanto talora sia difficoltoso prendere una strada o l’altra, consumati dal dolore per le potenziali gioie che abbiamo dovuto sacrificare e con davanti una prospettiva di incertezze. Come scrive l’autrice:

non possiamo vivere in due mondi […]. Se in un mondo si rimpiange per troppo tempo ciò che appartiene all’altro, si arreca soltanto rovina a noi stessi e agli altri.

La vita della protagonista ne è l’emblema, perché a caro prezzo apprende come le decisioni (rimanere, andare, pensare al passato ed essere fedele a qualcosa di lontano o vivere l’oggi) cambiano radicalmente se stessi, ma anche il modo di guardare gli altri e la realtà.

Un romanzo consigliato non solo per saperne di più su quell’episodio storico, ma anche per emozionarsi profondamente con questa donna che impara a essere straniera in terra straniera – in terra altrui e poi nella sua stessa patria, a capire che è il presente e il mondo che si sceglie, per quanto a volte doloroso sia, l’unico momento reale da vivere.

… vi sono sofferenze troppo profonde per essere raccontate. Quanti desiderano sapere cosa significhi per gli esseri umani essere rapiti, venduti schiavi, perdere i figli, possono sempre leggere il libro di Ólafur, che molto è stato copiato e molto ha circolato. Forse altri ormai hanno scritto i loro resoconti di prigionia e in tal caso sono uomini, naturalmente, tutti uomini. Ha forse importanza se nessuno saprà mai quali esperienze hanno vissuto le donne?
Quando giacerà a riposare nella muta terra, Ásta Thorsteinsdóttir, la donna che è tornata, diventerà di nuovo la moglie di un pastore. Nessuno saprà che aveva un intelletto non meno interessante di quello del marito e che ha vissuto esperienze che nessun uomo avrebbe mai pensato di documentare. Nessuno saprà che ha indagato e meditato su ciò che sta intorno e oltre le vite che così dolorosamente conduciamo. Nessuno saprà che desiderava ardentemente comporre un poema, come Egill Skallagrímsson, e creare una saga capace, per i successivi quattro secoli, di indurre chiunque l’avesse ascoltata o letta a smarrirsi nella propria immaginazione. Nessuno saprà che ha posato le labbra appena sotto lo zigomo di un moro trafficante di schiavi, dove la pelle era liscia come il petto di un giovane gabbiano, e gli ha detto che lo amava.
Talvolta Ásta accenna di avere conosciuto, un tempo, una donna foca, la quale le ha lasciato un dono che l’ha aiutata a vedere. «E non alludo agli occhiali» ride, quando i suoi pronipoti la fissano sconcertati. Amano ascoltare quando lei racconta che Oddrún Pálsdóttir perse la propria pelle sotto il sole di mezzanotte e visse a Heimaey sino alla vecchiaia, raccontando sogni. «Tutto questo accadde prima dell’arrivo dei pirati» aggiunge Ásta, e i bambini si stringono gli uni agli altri e rabbrividiscono, perché ogni bambino sa dei pirati, e ogni adulto teme che le vele di un galeone algerino ricompaiano un giorno al largo delle coste islandesi.

My rating: 4.5/5

Sally Magnusson
La donna venuta dai ghiacci
Trad. Alessandro Zabini
Ed. Neri Pozza

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