Samanta Schweblin, “Kentuki”

surns33_schweblin_kentuki_cover-409x617-1Kentuki dell’autrice argentina Samanta Schweblin, edito da SUR, è un altro romanzo che è ambientato in un tempo che potrebbe essere l’oggi, o comunque un giorno vicinissimo, e porta alla luce e spinge alle estreme conseguenze tutte tensioni e tendenze che già sono ben radicate nel nostro presente.

Il kentuki si presenta come un dozzinale peluche di feltro (coniglio, topo, drago, corvo e qualche altro ordinario animaletto) con delle ruote per muoversi, ma soprattutto dei dispositivi installati che permettono loro di “vedere” e “udire” (non parlare, sono muti) tutto quello che li circonda a una persona collegata in remoto tramite un apposito tablet. Ovviamente il prezzo non è per tutte le tasche.
E se l’acquirente, il custode, può decidere quale kentuki scegliere, non può affatto scegliere o sapere nulla sull’”abitante” che aziona e controlla questo giocattolo hi tech una volta che viene “svegliato”.
Questa “connessione” è univoca e unica, e dura “una vita”, ossia finché il custode non danneggi o non eviti di ricaricare la batteria del kentuki. In questo caso la connessione “muore”, viene interrotta senza alcuna possibilità di recupero o di essere rintracciata. Il “gioco” è finito.

Custodi, abitanti, tutti nel mondo sanno esattamente in cosa si stanno cacciando, eppure la corsa all’acquisto di questo ultimo ninnolo tecnologico si fa via via più pressante, benché tutti sappiano, e deliberatamente ignorino, i rischi che derivano dal consentire a uno sconosciuto collegato via internet un accesso incontrollato alle proprie vite. Continua a leggere

Sally Magnusson, “La donna venuta dai ghiacci”

la20donna20venuta20dai20ghiacci20beatCi sono pagine della storia sbiadite alla memoria dei più e spesso un buon romanzo è capace anche di far ricordare eventi meno noti o caduti nell’oblio.
È il caso de La donna venuta dai ghiacci di Sally Magnusson che prende spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero il rapimento di oltre quattrocento cittadini islandesi dalle loro case nel 1627 da parte dei pirati del Marocco e dell’Algeria. Questi uomini e donne furono deportati nella comunità musulmana di Algeri e per lo più venduti come schiavi, mentre per un esiguo numero di loro fu pagato un riscatto, ma soltanto diversi anni dopo, allorché molti erano ormai dispersi, rivenduti altrove o morti.

La storia inizia in Islanda, in un villaggio delle isole Vestmann, dove vive Ásta, alla quale l’autrice affida il compito di voce narrante. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli e un quarto è in arrivo. Nella cornice di una terra difficile, di una cruda bellezza evocata in toni intensi, si inserisce la vita degli abitanti, indaffarati nella loro quotidianità e nella lotta per la sopravvivenza. Un giorno però vele straniere si stagliano all’orizzonte, i galeoni algerini attraccano alle coste e inizia un periodo scioccante per questa piccola comunità cristiana, fatto di razzia, uccisioni e rapimenti. Continua a leggere

Tom Drury, “La fine dei vandalismi”

9788899253554_0_0_0_80NN Editore prosegue a dilettarci con la pubblicazione di significativi romanzi americani, come La fine dei vandalismi di Tom Drury, originariamente edito con successo ancora nel 1994 ma fino a poco fa sconosciuto in Italia.

Drury si inserisce nel solco della narrativa americana che mette in scena la vita apparentemente comune e ordinaria di piccole o medie comunità, e più che una trama ci troviamo dinanzi una visione panoramica della fittizia contea di Grouse, una rete di piccole cittadine nel Midwest, e tanti personaggi che entrano e escono di scena, parecchi di minor rilievo, tre i protagonisti principali, lo sceriffo Dan Norman, l’assistente fotografa Louise Darling e suo marito, Tiny.

Quando Louise, esasperata dal comportamento del marito Tiny, piccolo delinquente di provincia, lo butta fuori di casa, per una serie di circostanze si avvicina sempre più a Dan e i due iniziano una relazione.
Mentre Tiny si dirige con vicende alterne verso il Colorado, mai dimentico dell’ex moglie, Dan e Louise vanno a vivere insieme e poi si sposano.
Dan, che fino ad allora aveva vissuto sempre abbastanza serenamente, comincia tuttavia a soffrire di una grave forma di insonnia e nemmeno Louise sembra davvero serena e avrà un vero tracollo psico-emotivo quando sarà toccata da un grave evento.
Questo porterà Louise a trascorrere un lungo periodo lontana, nella casa di una zia in Minnesota e Dan a concentrarsi sulla propria carriera politica. Continua a leggere

Pausa estiva e bilanci

Volevo scrivere un semplice post per annunciare che il blog va in vacanza per un mesetto.

Mi rendo conto, così scrivendo, che è trascorso quasi un anno dalla mia risoluzione a certi cambiamenti in me – e l’estate, le vacanze, hanno tutto il sapore anni ’80 dell’ultimo giorno di scuola, del verdetto della pagella, della partenza per il mare e verso ignote avventure (quanto si cresceva in quei tre mesi scarsi!).

Oggi, da adulta, i bilanci sono frequenti, non sempre proficui, spesso irrisolti.

Ma circa un anno fa, in autunno, ho deciso di provare a cambiare davvero qualcosa nella mia vita. Niente di trascendente, in realtà: ho iniziato ad apprezzare ciò che ho, ad essere più completamente me stessa, a lasciare un po’ di zavorra inutile alle spalle.

Non sono regole per la felicità o trovare chissà cosa, non credo in queste illusioni da programmi tv trash, e da un certo punto di vista (“concreto”?) non sembra cambiato nulla.

Invece, da una miriade di punti di vista, è cambiato molto.

Mi sono concessa di vivere un po’, si potrebbe dire: chi se ne importa della solitudine, mi concedo ciò che amo (e via più di un tempo a scorrazzare a mostre, a teatro, al cinema, a qualche evento, a farmi qualche giretto, ecc.).
Non sono cose scontate, almeno per me. Le facevo anche prima, ma di rado e sentendo sempre il peso di qualcosa che non c’era. Ora vado con la voglia di scoprire, di riempirmi di meraviglia, assetata di emozioni – a prescindere da altro.

Oh, le delusioni e i contrattempi sono sempre una miriade. Cerco di superarle con maggior agevolezza e talora ci sono abbastanza riuscita – guardo il contesto da un’altra prospettiva, cerco una spinta verso qualcosa d’altro, anche un banale espediente per superare il momento, ma aiuta tanto.

Ho cambiato anche il rapporto con le persone. Pur rimanendo la solita antipatica e/o glaciale (apparenze, apparenze…), metto al centro me stessa. Ho deciso che per primo viene il rispetto per me stessa, me lo devo, anche se il tarlo del “mai abbastanza” rode sempre presente. No, so chi sono, ho imparato a conoscermi e a sapere di cosa ho bisogno (anche se è un percorso sempre in mutamento, perché magmatica è l’esistenza e il camminare con lei) – mi piace accogliere persone nella mia vita, conoscerle, ma non sono più disposta ad aspettare inutilmente i comodi di nessuno, rimanendo con una manciata di polvere in mano.
È egoismo? Forse un po’, ma in misura sana.

Anche questo non ha portato sconvolgimenti epocali e la mia solitudine è sempre la medesima (sia chiaro che non mi riferisco a questioni “sentimentali”, ma ai rapporti interpersonali in genere), ma mi fa stare meglio. Al bando (troppe) aspettative (difficile, ma ci si prova anche qui a non partire per la tangente), ancor più troppo peso agli altri. Anche qui, benvenuto a chiunque voglia scambiare una parola, ma zavorre ciao. Sembra brutale, ma è giusto dare a ciascuno lo spazio che merita – “merita” non come persona, ma da come si comporta nei miei confronti.

The girl who waits si è stancata, ha preso le chiavi dell’auto e si è messa in viaggio per la sua strada.

E sta lentamente guarendo da antiche ferite.

Non tutto è risolto, anzi, è solo in principio, tante cose sono ancora un arroccarsi di problematiche, possono succedere tante cose brutte o belle e non so come le affronterò.
Mi auguro soltanto di mantenere questa direzione, quella verso me stessa, quella che dà ascolto al mio io, perché credo sia quella giusta. Quanto meno, migliore di quella di prima.

Ho spesso lottato,
lottato e conquistato,
non la perfezione,
ma l’accettazione del mio diritto di vivere
nei miei termini umani, imperfetti.
(Sylvia Plath)

E ora via a prepararsi per un viaggetto, poi per qualche giorno di riposo.

In realtà ho già l’ansia da rientro in ufficio, da fine mese inizierà un periodo davvero intenso.

Ma il bello è che da fine mese si programma la mia stagione A/I 2017-2018 (almeno alcune cose… parecchie a dire il vero), e tra teatro, cinema, eventi in libreria, riprendere qualche corso in palestra, la mia routine di letture, recensioni, serie tv, fine settimana in giro per mostre o qualche evento, magari un altro mini viaggetto, ho un’agenda super full. E ne sono contenta.

E un pochino intimorita, sì, come di ogni giorno che passa che possa spezzare quello che sto costruendo. Allora mi guardo allo specchio, penso “stay strong” e… Bè, sorrido.

Goran Bregović in concerto a Verona

Una deflagrazione di musica, passione e carisma, ecco cos’è Goran Bregović.

Per la prima volta a Verona, nell’affascinante cornice del Teatro Romano, il musicista ha deliziato, intrattenuto, fatto commuovere e ballare il pubblico, di ogni età, che affollava l’arena.

Goran Bregović, bosniaco, influenzato dall’infanzia trascorsa a Sarajevo, ove entrò a contatto con tutte e tre le culture, nazionalità e religioni che formavano (e formano) la Bosnia ed Erzegovina, rimase sempre affascinato dalle potenzialità espressive della commistione di tradizioni differenti.

È stato una sorta di rock star nell’ex Jugoslavia negli anni Settanta e Ottanta, per poi iniziare la carriera di compositore di musiche cinematografiche.
Oltre a questo, tuttavia, continuò nelle proprie sperimentazioni musicali, dando vita a brani di genere indefinibile, che mescolano tradizione del proprio paese, suggestioni jazz e rock e neo classiche, e musiche gitane, non senza talora attingere anche da spunti di altri paesi.

Fu spesso molto criticato per questa “combinazione”, in particolare per il fatto di non essere gitano e utilizzare sonorità della loro musica tradizionale solo per motivi commerciali.
Bregović si è sempre difeso sostenendo che una certa sensibilità di quel popolo la ritrovava anche nel proprio Paese. Continua a leggere

Bill Viola: Rinascimento Elettronico (mostra presso Palazzo Strozzi, Firenze)

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The Crossing

La mostra fiorentina dedicata a Bill Viola vale la pena davvero di essere vista, tuttavia porrei di base due condizioni per apprezzarla a fondo: apprezzare questo tipo di arte (a prescindere che si conosca più o meno approfonditamente) ed essere disposti a dedicarle tutto il tempo che serve.
E’ un’esposizione impegnativa, infatti, non solo perché la visita occupa ore, ma anche poiché mette fa addentrare in uno stato di realtà altra in modo totalizzante, mette alla prova e spinge al limite vista, udito, emozioni e testa.

A me è piaciuta moltissimo, ha permesso di conoscere meglio questo artista e di sperimentare qualcosa di davvero intenso.

Bill Viola è ampiamente riconosciuto come uno dei principali e più importanti video artisti della scena internazionale.
Da oltre 30 anni crea video di ogni genere, installazioni, video architetture, ambienti sonori, performance musicali elettroniche e alcuni prodotti per trasmissioni televisive, e in tal modo ha contribuito a rendere questa forma espressiva uno dei filoni vitali dell’arte contemporanea, a mostrare come l’espressione artistica possa essere complementare alla tecnologia, trascendendola (o, in un certo senso, rendendola trascendente).
Le sue videocassette a canale singolo (opere degli anni ’70) sono state trasmesse e presentate in tutto il mondo, mentre i suoi scritti sono stati pubblicati e ampiamente studiati. Oggi, le sue opere impiegano tecnologie all’avanguardia e si distinguono per la loro precisione e semplicità diretta nell’immagine, ma profondità di significato. Continua a leggere

(A)live in Berlin: appunti di viaggio

Jpeg

Sono da poco tornata da un breve viaggio a Berlino: sono stati due giorni e mezzo a dir poco magnifici e mi sono innamorata follemente di questa città.

Intanto non me la aspettavo minimamente così com’è: già questo è positivo, perché ciò che sa sorprendere, incuriosire ed è da scoprire è sempre meglio di qualcosa di scontato o che corrisponde a (vane) aspettative.

Per quanto sia magnificente nei suoi monumenti storici, non è quello che più mi ha coinvolto, bensì proprio l’atmosfera, le sensazioni, l’energia che emana.
È un luogo vivo, moderno, teso al futuro, che appartiene a chi ci abita e ha voglia di esistere.
Si percepisce una terra intrisa di sangue, dolorosa, ma che oggi costruisce (in tutti i sensi, i cantieri sono innumerevoli) un domani.

Ad ogni angolo c’è qualcosa di particolare, che fa soffermare l’attenzione, in una caleidoscopica commistione tra passato e presente. Continua a leggere