Viktor Pelevin, “Il mignolo di Buddha”

31EJ9JwunAL._BO1,204,203,200_Ci sono dei libri che si procrastinano a tempo indeterminato… Poi, si decide di prenderli in mano ed è un’illuminazione!
Ecco cosa ho provato con Il mignolo di Buddha di Viktor Pelevin, un libro folle quanto straordinario, che con sorprendente abilità mischia filosofia, pulp, zen, satira e critica socio-politica.

Nel 1919, in una Russia che ha alle spalle la Rivoluzione ma è ancora in pieno conflitto tra bianchi e rossi, uno scalcagnato poeta di Pietroburgo, Pëtr Pustotà (Pustotà significa “vuoto” in russo, e non è casuale), si trova al centro di trame politico-militari quale assistente del comandante Čapaev, personaggio storico realmente esistito (e qui descritto con sarcasmo), con il quale si diletta anche a bere (molto) e a parlare del significato della vita. La storia non è così semplice né come sembra, infatti al contempo, nella Mosca degli anni ’90, lo stesso Pëtr si risveglia in una angusta camera di un ospedale psichiatrico, in quanto affetto da “sindrome da sdoppiamento della personalità”.
Il lettore si trova così già di fronte al dilemma di non sapere quale delle identità di Pëtr sia quella reale e se davvero esista un qualcosa come un’identità reale.

Le due storie del Pëtr moderno e quello degli anni 1919-20 fin dall’inizio del romanzo sono intrecciate, ovvero il protagonista continuerà a svegliarsi alternativamente nei due periodi (ogni volta che si addormenta nel ’19 si sveglia negli anni ’90 e viceversa), mantenendo a ogni destarsi il ricordo di ciò che è accaduto nell’altro tempo.
A questo si aggiungono altre tre realtà parallele che nascono dalla esposizione degli incubi di altri tre personaggi presenti nell’ospedale, Volodin, Serdjuk e Maria, durante le sedute di psicologia “turbojunghiana”.

La continua lotta del protagonista per svegliarsi (o per non svegliarsi) assume i contorni di una crisi ontologica, non solo poiché Pëtr non riesce a capire la differenza tra il suo sogno del mondo e il sogno del mondo di lui, ma poiché egli si rende conto che tutto ciò che vede, il mondo intero, comprese le persone, sono create da lui stesso: la realtà dunque esiste solo se creata “all’interno”, dallo stesso individuo, non in sé per sé. Ma quali fondamenta ha allora l’esserci dell’individuo?

Come nei più allucinati romanzi di Philip K. Dick, tanto il protagonista che il lettore sono trascinati in un turbine che si muove su diversi piani di esistenza (o non-esistenza), tra realtà, immaginazione, veglia e sonno, fino quasi ad annullare ogni barriera tra essi e arrivare al vuoto, al nulla – come se fosse una forma suprema e l’unico status possibile. Una storia “istintiva”, che nel continuo passaggio da un’epoca all’altra, da uno stato all’altro della coscienza dei personaggi, mira a sradicare alla base l’idea di identità predefinita e precostituita, restando cosciente del problema che comporta il cercarne un’altra, nuova e possibilmente originale.

Il romanzo di Pelevin è anche profondamente russo, tanto che da molti è stato considerato come un discendente de Il maestro e Margherita di Bulgakov, poiché entrambi gli autori sfruttano l’espediente delle trame parallele per creare un’opera unica, complessa e multisfaccettata, oltre a condividere il tema della realtà dell’individuo rispetto alla realtà dello stato.

E la realtà di Pelevin è quella tipica del postmodernismo russo, quel sovraccarico di informazioni sperimentato dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che ha portato alla totale svalutazione della oggettività, del reale, generata dalla sovrapproduzione di simulacri pop, di immagini ideologiche che sostituiscono la verità e alla fine perdono qualsiasi significato.
L’opera stessa dell’autore diviene così un simulacro, che con vena satirica e polemica presenta un’analisi spietata della borghesia russa, fatta di vuoti burocrati, falsi poeti e militari incapaci.

Il mignolo di Buddha, mutevole e delirante, ricco di una collezione smoderata di riferimenti filmici, storici e letterari inseriti nel testo per il puro gusto di sfruttarne gli echi, è sicuramente uno dei libri più singolari che si possano leggere, grazie al suo stile surreale e ai molteplici significati annidati in più parti, alle domande esistenziali cui non dà esplicitamente risposta, al gusto satirico per le contraddizioni della società capitalista e a quelle del socialismo e della guerra.

Il romanzo culmina in un finale magistralmente orchestrato, che riassume tutto il senso della trama stessa. Forse… Perché in fondo di nulla si può essere certi.

My rating: 4.5-5/5

Viktor Pelevin
Il mignolo di Buddha
Trad.Renna K., Olear T.
Ed. Mondadori

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