Ryoko Sekiguchi, “Nagori: La nostalgia della stagione che ci ha appena lasciato”

“Nagori, invece, possiede un’accezione molto più ampia. Significa prima di tutto «traccia», «presenza»: è l’atmosfera di una cosa passata e che non è più. In questo senso si può parlare di una città che ha conservato un’aura medievale, o di una casa che rievoca il gusto e l’atmosfera di coloro che l’hanno abitata un tempo. […] In nagori, attaccamento, nostalgia e temporalità si mescolano.”

Ryoko Sekiguchi, poetessa e scrittrice, ci offre un grazioso libricino sulla nozione giapponese di nagori, 978880625265higquesto termine non compiutamente traducibile nella nostra lingua, che potrebbe definirsi come una sorta di nostalgia della separazione.

Il concetto giapponese appartiene alla ciclicità delle stagioni che nascono, fioriscono, muoiono e ritornano indefinitamente, e si innesta direttamente nella temporalità che va dalla nascita alla morte dell’uomo. Ricorda l’idea del passare del tempo e contestualmente la nostalgia per i mesi che scivolano via inesorabilmente.

Per sviscerare questo concetto, l’autrice ci introduce nella prima parte sia al susseguirsi delle stagioni sia a un vero e proprio approfondimento sul cibo, su frutta e verdura e non solo, che cambia a seconda del periodo dell’anno, sull’importanza di nutrirsi con quanto offre la specifica stagione in quanto maggiormente naturale, ma soprattutto invita a una consapevolezza del cibo, di ciò che si mangia.

In questo senso, il termine nagori può designare un frutto o un ortaggio prima che si deteriori, quando è così maturo che già annuncia i toni della nuova stagione e ha un sapore suo del tutto peculiare – ad esempio, la prima fragola leggermente asprigna che si assapora in primavera non ha il gusto di quella della piena stagione, e nemmeno di quella leggermente vizza, passata, degli ultimi giorni prima dell’autunno, nel momento della fine delle vacanze, dell’inizio dell’anno scolastico e delle foglie morte. Continua a leggere

Damien Hirst, “Treasures from the wreck of the unbelievable” (doppia mostra a Venezia)

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La doppia mostra veneziana di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, è un imponente progetto, la cui gestazione è durata un decennio, che non può lasciare indifferenti, sia per l’ambizione senza precedenti di questo labirintico e sorprendente spettacolo, che per la personalità talora discutibile dell’artista o per la franchezza di originalità delle opere.

Tutto questo conta marginalmente, benché tante recensioni nazionali e non si siano concentrate soprattutto sugli ultimi due aspetti, berciando sul valore economico delle opere, non su quello artistico oppure, cosa fondamentale, sul complesso concetto che Hirst vuole rappresentare – facendo così ridere dalla tomba fior fior di artisti da Duchamp in poi.

Il presupposto della mostra è il fittizio ritrovamento nel 2008, al largo della costa africana, di un vasto sito archeologico con un relitto di una nave naufragata. La scoperta ha avvalorato la leggenda di Cif Amotan II, liberto di Antiochia, vissuto tra il I e II secolo d.C., che dopo essere stato affrancato accumulò grandi tesori, in particolare un’inestimabile collezione di oggetti provenienti da ogni parte del mondo antico. Questi mitici cento tesori furono poi caricati sulla nave Apistos per essere trasportati in un nuovo sito creato apposta per ospitarli, ma purtroppo l’imbarcazione affondò e per quasi duemila anni se ne persero le tracce.

La mostra, che inizia con le riprese del recupero subacqueo dei tesori, espone alcune opere com’erano appena ritrovate, ossia coperte di incrostazioni marine, e come si presentano dopo il restauro, nella loro ipotetica forma originaria. Continua a leggere

László Krasznahorkai, “Satantango”

9788845283291Satantango di László Krasznahorkai rientra nelle mie scoperte libresche fatte a caso – sia lodato Goodreads.
Innegabile che il titolo mi abbia attratto come una lamia che scorge un paffuto bambinello, se vi si aggiunge la quarta di copertina, ambientazione e trama… Mmm, curiosità catturata.

Di questo romanzo si potrebbe disquisirne per ore senza venire a capo del suo vero significato, del suo profondo intento.
Romanzo visionario di uno scrittore particolarissimo, Satantango si presenta fin da subito come un romanzo circolare, nel suo complesso, ma anche nel suo stesso interno – somiglia a una centrifuga e a una spirale, che ora sale, ora scende, trascinando con sé personaggi e lettore.

La trama in due parole è banalissima: nella campagna ungherese, in un’epoca un po’ senza tempo ma al tramonto del comunismo, una comunità di individui trascina un’esistenza senza speranza in quello che resta di una cooperativa agricola. Tutti vogliono andarsene e sperano in un futuro migliore grazie al denaro che riceveranno dalla chiusura della fattoria.
Ecco, però, che si diffonde la notizia che il carismatico Irimiás, sparito due anni prima e dato ormai da tutti per morto, stia per tornare: inizia così il periodo di attesa prima, e poi di presenza di quest’uomo, che avrà pesanti conseguenze per tutti. Continua a leggere