Samanta Schweblin, “Kentuki”

surns33_schweblin_kentuki_cover-409x617-1Kentuki dell’autrice argentina Samanta Schweblin, edito da SUR, è un altro romanzo che è ambientato in un tempo che potrebbe essere l’oggi, o comunque un giorno vicinissimo, e porta alla luce e spinge alle estreme conseguenze tutte tensioni e tendenze che già sono ben radicate nel nostro presente.

Il kentuki si presenta come un dozzinale peluche di feltro (coniglio, topo, drago, corvo e qualche altro ordinario animaletto) con delle ruote per muoversi, ma soprattutto dei dispositivi installati che permettono loro di “vedere” e “udire” (non parlare, sono muti) tutto quello che li circonda a una persona collegata in remoto tramite un apposito tablet. Ovviamente il prezzo non è per tutte le tasche.
E se l’acquirente, il custode, può decidere quale kentuki scegliere, non può affatto scegliere o sapere nulla sull’”abitante” che aziona e controlla questo giocattolo hi tech una volta che viene “svegliato”.
Questa “connessione” è univoca e unica, e dura “una vita”, ossia finché il custode non danneggi o non eviti di ricaricare la batteria del kentuki. In questo caso la connessione “muore”, viene interrotta senza alcuna possibilità di recupero o di essere rintracciata. Il “gioco” è finito.

Custodi, abitanti, tutti nel mondo sanno esattamente in cosa si stanno cacciando, eppure la corsa all’acquisto di questo ultimo ninnolo tecnologico si fa via via più pressante, benché tutti sappiano, e deliberatamente ignorino, i rischi che derivano dal consentire a uno sconosciuto collegato via internet un accesso incontrollato alle proprie vite. Continua a leggere

Camilla Grudova, “Alfabeto di bambola”

Intrigata dalla sinossi e dalla copertina, mi sono immersa nella lettura di queste storie come si discende in un sogno surreale dalle tinte orrorifiche.

I lettori alla ricerca di personaggi amabili e atmosfere distese, meglio non si avvicinino ad Alfabeto di bambola di Camilla Grudova. Descritta come “l’erede di Angela Carter“, la Grudova propone tredici racconti nei quali costruisce con cura un mondo in cui la disperazione, la violenza e la rovina materiale governano le vite dei singoli personaggi. Qui, gli uomini portano a casa i cadaveri di nani e le donne ne infilano gli organi in salotto, i bambini inventano macchine che proiettano immagini ipnotizzanti sui muri e siedono davanti a loro per anni. Costumi, macchine da cucire e bambole prendono vita, grottescamente animati dalle paure e dalle ossessioni delle persone che li circondano. Questo universo weird, a tratti impassibile, dopo averci cullato con una apparente banalità, sprofonda in surrealismi disturbanti: una sorta di realismo magico distopico e cupo, un’immaginazione variegata ma coerente, un incubo monocromatico non senza tocchi ironici.

Non c’è un orizzonte consolante in queste storie. Sebbene non vengano fornite date o luoghi geografici (le storie si svolgono nel “quartiere” o “nella fabbrica” o, molto spesso, in case e appartamenti di città anonime), l’atmosfera richiama una Londra di recente industrializzazione, dickensiana. Continua a leggere