Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi

La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento. (Henri Cartier-Bresson)

La presentazione del libro Photo Generation di Michele Neri è stata un’occasione per riflettere sul ruolo e il significato della fotografia ai nostri giorni, epoca in cui chiunque con il proprio cellulare può immortalare attimi, scene, immagini di qualsiasi tipologia.

Uno dei primi punti toccati dal giornalista e fotografo è che il declino della fotografia tradizionale è coinciso proprio con il diffondersi degli smartphone dotati di fotocamera.
Questa non è affatto una critica all’evoluzione di uno strumento e di un mezzo di comunicazione, anzi, ma vuole sottolineare come si sia messo in mano a troppe persone, ignare di tecnica, creatività ed etica artistica, un mezzo estremamente potente, senza alcuna educazione.
Questo è stato sottolineato più volte nell’incontro: manca un’educazione alla fotografia, all’utilizzo dell’espressione artistica, volto a spiegare che uno scatto non è un gioco, ma un momento di riflessione, una verità da cogliere, un rapporto privilegiato che si instaura col soggetto.
Tale ignoranza si riflette anche nella mancanza di ricerca della verità: gli scatti sono modificabili facilmente, vengono a mancare didascalie e spiegazioni, si perde quindi sia il contesto in cui è carpita un’immagine, sia lo spirito critico con il quale guardarla.

Questo è un male che affligge tutto il diffondersi della comunicazione tramite web, come più volte ho sottolineato: invece di entusiasmarsi per avere una conoscenza sterminata a portata di mouse, si è perso il pensiero critico, la ricerca, vince la superficialità di credere tutto vero o tutto falso con la medesima leggerezza – e noncuranza, oltretutto. Continua a leggere “Da “Photo Generation” di Michele Neri, spunti di riflessione sulla fotografia oggi”

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Laszlo Moholy-Nagy

“Come un pittore, tipografo, fotografo, scenografo e architetto, Laszlo Moholy-Nagy è stata una delle intelligenze più creative del nostro tempo”.
(Herbert Read)
László Weisz, in arte Laszlo Moholy-Nagy, fu un pioniere delle arti visive in tutte le loro sfaccettature.
Nato in Ungheria nel 1895, dopo aver studiato legge all’Università di Budapest e aver combattuto durante la guerra nell’esercito austroungarico, nel 1919 scappò dall’Ungheria per ragioni politiche e si rifugiò in Germania.
La Berlino negli anni Venti era la più grande città industriale tedesca, ma soprattutto il centro di un intensa vitalità artistico-politica. Poco dopo la guerra, infatti, qui si svilupparono le maggiori avanguardie internazionali, tra cui l’espressionismo e il dadaismo, movimenti che miravano a spostare l’attenzione dalla pittura figurativa verso opere nelle quali linee e forme geometriche si combinavano con elementi iconografici.
A Berlino confluirono numerosi pittori come Kasimir Malevich, El Lissitzky, Alexander Rodchenko e Theo Van Doesburg, tutti artisti, insieme a Tatlin e Kandinsky, dai quali Moholy-Nagy fu particolarmente attratto, così come dalle avanguardie russe (Suprematismo e Costruttivismo). Furono questi gli spunti che fecero maturare la sua riflessione sulle infinite risorse della forma e del movimento, sulla possibilità della grande città e della tecnologia moderna. Dal 1921 in poi, i suoi dipinti si spogliarono di riferimenti, per lasciare spazio all’esplorazione del colore, della superficie, della luce e della trasparenza. L’arte divenne “qualcosa di puro, liberato da utilità e bellezza, qualcosa di elementare che può insorgere in ogni persona”.
Grazie alla conoscenza con Lucia Schultz, fotografa di talento e sua moglie dal 1922, l’artista ungherese si interessò sempre con maggior attenzione alla fotografia come nuovo mezzo artistico dalle potenzialità rivoluzionarie. I suoi esperimenti con la macchina fotografica lo portarono a creare foto-collage, giocare con le inedite vedute a volo d’uccello, con prospettive insolite in diagonale e a ritaglio, a sperimentare il processo fotografico di esporre carta sensibile alla luce, e a realizzare i suoi celeberrimi fotogrammi (una vastissima produzione che dal 1922 continuò fino al 1946).

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