Camilla Grudova, “Alfabeto di bambola”

Intrigata dalla sinossi e dalla copertina, mi sono immersa nella lettura di queste storie come si discende in un sogno surreale dalle tinte orrorifiche.

I lettori alla ricerca di personaggi amabili e atmosfere distese, meglio non si avvicinino ad Alfabeto di bambola di Camilla Grudova. Descritta come “l’erede di Angela Carter“, la Grudova propone tredici racconti nei quali costruisce con cura un mondo in cui la disperazione, la violenza e la rovina materiale governano le vite dei singoli personaggi. Qui, gli uomini portano a casa i cadaveri di nani e le donne ne infilano gli organi in salotto, i bambini inventano macchine che proiettano immagini ipnotizzanti sui muri e siedono davanti a loro per anni. Costumi, macchine da cucire e bambole prendono vita, grottescamente animati dalle paure e dalle ossessioni delle persone che li circondano. Questo universo weird, a tratti impassibile, dopo averci cullato con una apparente banalità, sprofonda in surrealismi disturbanti: una sorta di realismo magico distopico e cupo, un’immaginazione variegata ma coerente, un incubo monocromatico non senza tocchi ironici.

Non c’è un orizzonte consolante in queste storie. Sebbene non vengano fornite date o luoghi geografici (le storie si svolgono nel “quartiere” o “nella fabbrica” o, molto spesso, in case e appartamenti di città anonime), l’atmosfera richiama una Londra di recente industrializzazione, dickensiana. Continua a leggere

László Darvasi, “La leggenda dei giocolieri di lacrime”

«E camminiamo a lungo, attraversiamo molti luoghi. Il turbinio della nebbia, le sentinelle a guardia degli accampamenti, le paludi piene di sanguisughe, i corpi di giovinette, nulla di tutto ciò può sbarrarci la strada. Civettiamo con la carne, alitiamo sopra l’anima. Ci illudiamo di cogliere le parole degli uomini. Guardiamo attraverso la finestra del cuore umano, osserviamo. Siamo in tanti, siamo abbastanza. Eppure non desideriamo molto. Al massimo che le cose siano come non sono mai state. Non permettiamo però alla fantasia di volare. La lasciamo giusto libera, come il battito cardiaco. Che dolga pure ciò che può dolere. Raccontare non causa dolore. Sentiamo per converso il miele amaro della malinconia umana spandersi sulla nostra lingua mentre le parole vi sbocciano. E tale forma di turbamento molto assomiglia alla natura smoderata del tempo. Piove, non piove. Fremono le fronde, non fremono. Risplende il cielo, non risplende più. Solo gli alberi, solo le erbe segnalano il vento. Non sappiamo perché voli la tristezza. Viaggiamo nel deserto delle parole e delle frasi. E non sarà la strada, e nemmeno il nostro desiderio, a determinare la fine di questo viaggio. Forse lo farà un semplice nonnulla, una lacrima appena.»

coverUngheria, tra XVI e XVII secolo: principale terreno di scontro tra l’Impero asburgico e quello ottomano, continue guerre, conflitti di religione, scorrerie di briganti, carestie, povertà, villaggi devastati dalle fiamme, città scenario di esecuzioni pubbliche. Attraverso queste terre dolenti e tetre passa un carro misterioso, sul cui telo nero è dipinta una lacrima blu cielo. A bordo viaggiano i giocolieri di lacrime, cinque incarnazioni tra l’umano, il soprannaturale e il demoniaco, di diversa provenienza (uno di loro è croato, un altro ungherese, uno serbo, uno ebraico e uno turco) e che piangono non lacrime, bensì sangue, ghiaccio, sassolini neri, miele e fiamme.

Questo lo scenario de La leggenda dei giocolieri di lacrime di László Darvasi, considerato tra i più importanti autori ungheresi contemporanei. Un romanzo complesso ma incantevole (nel vero senso del termine, che sa incantare), in cui l’autore attinge dalle radici non solo nella storia, ma soprattutto nelle tradizioni e nelle credenze millenarie, creando qualcosa di unico.
Non si tratta infatti della semplice cronaca di questi strani giocolieri che percorrono una Ungheria fatta di terra e sangue, la trama è una concatenazione continua di storie, vite, guerre, dolore, preghiere, apparentemente disgiunte, in un gioco narrativo ad intreccio spinto all’eccesso, al paradosso, ove la logica lascia il passo allo stupore, al prodigioso, all’arcano. Continua a leggere

Ludmilla Petrusevskaja, “C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina”

978880621005GRALudmilla Petrusevskaja, celebrata e controversa autrice russa, arriva in traduzione italiana in questa veste così accattivante: una deliziosa copertina e un titolo assolutamente intrigante.

Le storie della raccolta sono raggruppate in quattro sezioni, a seconda dei temi portanti. La maggior parte di loro sono oscure e surreali, con protagonisti donne e uomini sull’orlo della disperazione. Alcuni personaggi stanno lottando tra la vita e la morte, altri sono già morti. Alcuni affrontano esperienze mistiche, altri vengono proiettati in un universo parallelo, una realtà secondaria che l’autrice ritiene una sorta di spazio delle possibilità insolite.

Ciò che subito colpisce è la brevità delle storie, alcune a stento di una pagina. Questo non sarebbe un male in sé, dal momento che l’intento è quello di ricalcare i racconti orali popolari, ma la maggior parte dei titoli hanno questa brevità, che si accompagna oltretutto a un linguaggio spigoloso, diretto, asciutto.
Un simile modus narrandi non crea nessuna tensione o coinvolgimento (probabilmente in modo voluto), e rende la trama troppo scarna e prevedibile – talvolta anche poco comprensibile. Soprattutto quando si accenna a qualcosa di sovrannaturale o legato al folklore, il racconto finisce prima ancora i riuscire a suscitare meraviglia. Continua a leggere

Ian Manook, “Yeruldelgger. Morte nella steppa (Yeruldelgger, #1)”

Ciascuno vive con le sue paure, per quanto pensi di essere coraggioso.

yeruldelgger-light-674x1024Di romanzi gialli con protagonisti ispettori più o meno improbabili o inusueti ce ne sono ormai a bizzeffe, ciò che fa la differenza è quanto l’autore riesca a dar vita a personaggi credibili, non scontati, a coinvolgere il lettore emotivamente.

Ian Manook con Yeruldelgger. Morte nella steppa, primo della serie, è di sicuro riuscito in quest’intento, fosse solo per aver ambientato la storia in Mongolia, cosa assolutamente originale. A dire il vero, è proprio ciò che mi ha attratto, avevo voglia di un sapore diverso, di vedere come si muovesse un mondo tanto distante dal nostro calato in un genere così occidentale.

La trama inizia con il ritrovamento del corpo di una bambina sepolta con il suo triciclo nel mezzo della steppa e, da tutt’altra parte, in un magazzino, dei cadaveri di tre cinesi crudelmente seviziati.
Due indagini apparentemente disgiunte, via via si intrecceranno e avranno risvolti impensabilmente pesanti e inattesi per i personaggi coinvolti.

Lo stile di Manook è estremamente gradevole e scorrevole, il libro si legge rapidamente. I capitoli sono spesso brevi, danno un’impressione di attesa, di scatto verso la scena successiva. E non mancano i colpi di scena inaspettati, quelle svolte nella vicenda coraggiose, che le classiche politiche commerciali osteggiano. Continua a leggere

Katherine Arden, “The Bear and the Nightingale”

the-bear-and-the-nightingale-coverRussia, folklore, realismo magico, lande sperdute e innevate: potevano questi ingredienti non attirare la mia attenzione?
Così sono arrivata al romanzo di Katherine Arden, The Bear and the Nightingale, che è a dir poco magnifico e stupefacente.

Stupisce innanzitutto per due aspetti (ho scorso più volte la nota biografica dell’autrice per sincerarmi di aver compreso bene): è un romanzo d’esordio, benché sia limato e calibratissimo, e l’autrice non ha origini russe, ha studiato tale cultura e vi ha soggiornato per un periodo nemmeno troppo lungo – eppure l’atmosfera e le sensazioni sembrano uscire direttamente dalle storie tradizionali di quel paese.

Si capisce che sono stata rapita da questo libro, che ho amato davvero tantissimo. Eppure ero pure un po’ scettica, perché l’hype attorno alla sua uscita e i paragoni con scrittori di fantastico altisonanti spesso risulta essere anticamere di una delusione, più o meno cocente.

The Bear and the Nightingale racconta la storia di Vasilisa, comunemente chiamato Vasya, la cui famiglia vive nel nord della Russia, tra lande desolate e immense foreste. E ‘una vita dura, dagli inverni rigidi e spietati, ma anche un luogo in cui ancora vivono le tradizioni, la cultura antica, il credo nelle creature ultraterrene e nella magia. Continua a leggere

Il Delfino: mitologia e simbolismo

Il pesce, soprattutto per le popolazioni mediterranee che da sempre hanno vissuto a stretto contatto con il mare, è una presenza costante nel simbolismo religioso, mitologico e non solo.

Ad esempio, nella mitologia babilonese il Dio della sapienza indossava vesti da pescatore, mentre il Dio degli abissi è effigiato come pesce-ariete e i suoi sacerdoti portavano un copricapo a forma di pesce, da cui successivamente derivò la mitra dei vescovi cristiani.
Oltre all’area mesopotamica, le raffigurazioni di pesci sui monumenti funebri egizi, micenei ed etruschi, rimarcano il legame simbolico tra il pesce e la resurrezione, il rinnovamento e la salvaguardia della vita.
Presso i Greci numerose divinità assumono sembianze pisciformi oppure sono raffigurate nell’atto di cavalcare delfini e ippocampi; il pesce è sacro, inoltre, ad Afrodite quale simbolo di fecondità e nel mito di Poseidone rappresenta la forza delle acque (il medesimo significato assume presso i romani rispetto a Venere e a Nettuno).
Per gli Israeliti il pesce è la vivanda della cena sacra del Sabbath, e l’antica Pasqua ebraica cadeva proprio nel mese del Pesce.
Per i Cristiani il pescatore è colui che raccoglie (pesca) le anime e il pesce rappresenta il Cristo stesso, tanto che nella parola greca ICHTHUS (pesce) si sono riconosciute le iniziali delle parole Iesùs CHristòs THeù Uiòs Sotér, cioè Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore. Continua a leggere

Il Gufo: mitologia e simbolismo

Fu chiesto a un gufo
di fare ciò che sapeva:
egli gridò e parlò della stella
del mattino.
E gridò ancora e parlò dell’alba.
(detto dei Nativi Americani)

Il gufo, spesso associato per similitudine alla civetta, è noto soprattutto per la sua simbologia infausta, che richiama l’oscurità, il malaugurio e la morte, benché nella storia esso talora sia caricato anche di una valenza positiva, ossia quale immagine della chiaroveggenza, associato a maghi e indovini, della comprensione, della luce dopo la risoluzione di un problema.

Una silloge di fiabe indiane datata circa III secolo d.C., il Pañcatantra, paragona il dio della morte, Yama, al gufo; nell’epica del Mahabharata il gufo, simbolo del buio e della notte, è antitetico all’avvoltoio, legato al sole e al giorno, in una disputa mitologia di cui si trovano tracce anche in altre civiltà.
Presso la cultura maya, il gufo cornuto è presente in alcuni codici legati alla fine dei tempi, mentre nello Yucatan il gufo comune era soprannominato “l’uccello del lamento” e associato alla morte.
Per la tradizione ebraica e biblica, esso è sostanzialmente un animale impuro, che rievoca l’abbandono e la desolazione; nel mondo greco, esso è sacro a una delle Parche, Atropo, colei che taglia il filo della vita degli uomini, e perciò è considerato segno di tristezza e dipartita. Continua a leggere