Ameya Gabriella Canovi, “Di troppo amore”

978882007328hig-666x1024-1Sarebbe semplice commentare oggettivamente questo saggio come un libro di psicologia, basterebbe riportare qualche citazione, argomentare quanto sia scritto bene e in modo chiaro e accessibile a tutti.

No, io non ci riesco.

Ieri sera l’ho terminato, e ho pianto. Ho pianto a lungo.
Ho pianto per la bambina che ho dentro che nel mondo spesso ancora si sente inadeguata, sbagliata e smarrita, per tutto il male che le ho fatto, per aver messo a tacere le sue pulsioni vitali. Ho pianto per il mio cuore infranto, per la mia solitudine.
Ho pianto per i miei genitori, ormai anziani, che mi hanno amato a modo loro, cercando di districarsi nella loro stessa selva di problemi irrisolti e sofferenza e paure.
Ho pianto per le tante persone che ho incontrato, presenti o passate che vivranno per sempre in me, per le occasioni perdute, per i giorni scivolati via nel grigio torpore.

Ma ho pianto anche di gratitudine perché ogni passo, che fosse nella bellezza o in un abisso infernale, mi ha portato a essere oggi quella che sono – un essere imperfetto, con ancora una lunga strada per sciogliere dei nodi interiori irrisolti, ma con la consapevolezza che ho avuto la preziosa occasione di vivere, vivere per capirlo e capirmi. E tra le lacrime è nato un sorriso, forse un po’ amaro, ma anche lieve.
Perché la vita, questo monstrum sacro, così bello e terribile, è lì che ci osserva, ci aspetta, e noi a volte siamo così accecati, anche inconsapevolmente, da una miriade di illusioni, auto inganni, ansie da accettazione, che le voltiamo le spalle sperperandola. Continua a leggere

Robert Nathan, “Nina”

Nina, Nina… Chi è Nina, questa giovane fanciulla che con passo leggero, si aggira nella casa dello scrittore Edward Granville, e tra quel verde incontaminato e le scogliere ventose?

Il romanzo di Robert Nathan conta meno di 130 pagine ma è pura poesia, onirico, intenso, surreale… Mi ha “incantato” (… il termine non è casuale).

Michael Robb, giornalista e aspirante autore, si reca a Stonecliff a casa del noto e ormai anziano scrittore Edward Granville, per raccogliere appunti per scriverne un’autobiografia.
Nella grande casa sull’oceano, Michael trova, oltre allo scrittore, non la moglie, Virginia, ma una bellissima e strana ragazza, Nina.

Fin da subito il protagonista è incuriosito, affascinato da questa figura femminile, e inizia ogni tipo di elucubrazione su chi lei possa essere e sul rapporto che la leghi al padrone di casa.
Quale segreto nasconde la giovane? Continua a leggere

Willy Vlautin, “Io sarò qualcuno”

Hector Hidalgo è un giovane pugile messicano che vuole diventare un professionista stimato e riconosciuto. Soltanto che “Hector Hidalgo” non esiste: in realtà è il personaggio che interpreta Horace Hopper, nato da padre nativo americano e madre irlandese, che cerca disperatamente di sfuggire al suo soffocante senso di fallimento. Ma reinventarsi può implicare lasciare indietro le persone che ti hanno accompagnato per la vita, intraprendere da soli una strada, ed ecco che si rivela come questo romanzo dell’autore e musicista statunitense Willy Vlautin sia alla fin fine una meditazione sulla solitudine.

Horace vive in Nevada nel ranch di Mr. Reese, che lo accolse quando era adolescente. Mr. Reese vorrebbe che Horace rilevasse il ranch, ma il nostro protagonista non si sente degno di tanta fiducia, ancora alle prese con il trauma dell’abbandono da parte della madre, che lo portano a sentirsi sempre solo, diverso e perduto.
Nel protagonista, infatti, nonostante le cure amorevoli che ha ricevuto da un certo periodo in poi, si è creato un vuoto, da cui gli eventi infelici gli risucchiano la vita, la capacità di prendersi davvero cura di se stesso e degli altri. E questo suo mondo interiore, tormentato e auto alimentato di infelicità, votato inconsciamente all’autodistruzione, è così chiuso verso l’esterno, che nemmeno al lettore viene dato pieno accesso. Continua a leggere

Imre Oravecz, “Settembre 1972”

In principio era

il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era prato, era il fiore, era l’albero, era l’erba, era l’uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l’altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto, era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l’affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l’affermazione, era la fede, era la speranza, era l’amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l’allora l’adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l’albero cenere, l’erba fieno, l’uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l’altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepitio, il parlare balbettio, la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo, l’affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l’affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l’amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.

Settembre 1972 di Imre Oravecz, edito da Anfora edizioni, non è un vero e proprio romanzo, ma un susseguirsi di 99 istantanee in prosa poetica.

Ogni frammento inizia con un breve incipit che si riferisce a un pensiero, un ricordo, per poi proseguire in un fluire libero di figure, rievocazione di accadimenti, riflessioni, emozioni. Questa sorta di immagini congelate nel tempo sono paragrafi unici, l’unico punto fermo è quello finale prima del successivo capitoletto, cosa che rende il testo più vicino a uno scorrere interiore che a un racconto preparato.

Il soggetto di questo libro è quasi banale, è una storia d’amore.
Tutto comincia nel settembre del 1972 quando un uomo, giovane, per caso incontra una donna per la quale prova subito qualcosa di forte e intenso, un’immediata attrazione che presto diventa un grande amore.
In realtà la relazione tra i due non è semplice né costante: forte è la passione, il rapporto che all’inizio li tiene sempre quasi morbosamente insieme e vicini, ma poi il legame cambia, arriva il matrimonio e il loro figlio, i tradimenti, la separazione, le loro vite che continuano lontane ma ancora in qualche modo legate. Continua a leggere

Her (2013)

Her era nella mia watchlist ben prima che vincesse, meritatamente, l’Oscar 2014 come miglior sceneggiatura e devo dire che è davvero un film di altissimo livello, ricco di contenuti, spunti di riflessione, toccante e coinvolgente.

La scena di apertura è significativa di quello che ci aspetta.
Un uomo sta dettando al computer una lettera d’amore, tanto profonda e sincera, quanto il tono dell’uomo appare distaccato. È un effetto straniante, disarmante.
Allorché si allarga l’inquadratura e si susseguono le scene, si capisce che Theodore Twombly (Joaquin Phoenix), questo il nome del protagonista, non sta scrivendo per sé, ma lo fa per lavoro, presso la sede di un sito web chiamato BeautfulHandwrittenLetters.com.
Se questa scoperta mette in pace la logica che non capiva l’estraniamento iniziale, qualcosa dentro rimane, non ci si capacita di come parole così dense possano scaturire meramente per dovere e si sospetta che dietro l’atteggiamento composto ma che cela una inconfessabile tristezza di Theo ci sia molto di più.

Her è una sorta di film di fantascienza, ambientato in un futuro non troppo lontano, che combina alcuni progressi tecnologici futuristici ma è incentrato anche sull’uomo.
Il tutto sullo sfondo di una Los Angeles estremamente affascinante, con suoi cieli ingrigiti dallo smog, i suoi scintillanti grattacieli che di notte sembrano i diodi di un gigantesco computer, gremita di persone, ognuna delle quali che segue il proprio percorso assorta sul proprio smartphone e sul mormorio dei propri auricolari, una vasta marea solipsistica di umanità. Continua a leggere