Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te”

alam_il-mondo-dietroLa narrativa post apocalittica negli ultimi anni è stata sviscerata in ogni sua possibile deriva, presentandoci ogni sorta di disastroso domani in cui l’essere umano ancora cerca di sopravvivere. E non solo autori dediti alla fantascienza o al fantastico si sono cimentati con scenari simili, si pensi a La strada di Cormac McCarthy e la trilogia di MaddAddam di Margareth Atwood per citare due celebri esempi.

Un caso particolare e di assoluto interesse è il romanzo Il mondo dietro di te di Rumaan Alam, uscito qualche mese fa per i tipi de La nave di Teseo.
Alam non concentra la sua attenzione sul mondo “dopo”, bensì sul momento di passaggio dalla vita del quotidiano ai giorni nei quali accade “qualcosa” di indefinito ma irrimediabile, sfruttando questo scenario per porsi tre quesiti sostanziali: come l’uomo si comporterebbe in caso di emergenza, in un simile frangente quali pregiudizi conserva, cosa fa quando ha paura.

La storia si apre con una classica famiglia newyorkese, Amanda, Clay e i figli, che si recano nella casa alquanto isolata che hanno preso in affitto per le loro vacanze. Se i primi giorni trascorrono in una serena indolenza, il punto di rottura è rappresentato dalla coppia che una sera si presenta alla loro porta: sono Ruth e George, i padroni della villetta che vogliono restare lì, a casa loro, un posto sicuro, perché hanno saputo che c’è stato un misterioso e non meglio definito blackout a New York.
Il lettore inizia da qui a fluttuare tra le tensioni che si creano tra i personaggi, la loro apprensione crescente, attraverso il lento stillicidio di notizie che giungono del tutto inadeguate per capire cosa stia accadendo. Internet e la tv diventano inattive ovunque e l’ultima notizia che hanno dall’esterno è che il blackout stava interessando l’intera costa orientale.

I primi segni di catastrofe sono sottili: un cambiamento di temperatura, un silenzio irreale, gli uccelli spariti e come migrati all’improvviso, un branco di centinaia di cervi che fissano Rose dal bordo di una collina. Tale quiete innaturale è interrotta da un rumore, un suono impressionante, che incrina i vetri e che nessuno sa identificare.
In questo frangente, il pericolo si materializza non da minacce esterne, ma dal crollo dei costrutti interiori. La disconnessione dal mondo e questa ignota minaccia richiamano il recente romanzo di Don DeLillo, Il silenzio, ma mentre DeLillo vuole concentrarsi sugli effetti della disconnessione e le sue radici, qui l’intento è guardare all’uomo.

Non ci sono zombi, né una terra desolata senza legge, solo il dolore stagnante del non sapere. Il terrore nasce dall’incapacità di avere informazioni e poter controllare la situazione, di fermare le forze della natura, di proteggere coloro che si amano e se stessi, compreso il corpo fragile e inutile.
Alam non si sofferma sulla specificità dell’apocalisse, ma lancia una provocazione: di fronte alla fine del mondo, che cosa faresti? Forse non faresti nulla.
La catastrofe non è solo quella che si svela inaspettata, tutta d’un tratto e dirompente, può essere anche un processo lento, ma altrettanto logorante e devastante.

Il lettore, avido di azione, vorrebbe che i personaggi si avventurassero in questo nuovo mondo, per capire cosa sia cambiato. Invece, i protagonisti si versano un drink, fanno una nuotata, preparano una torta. Vivono in questa casa che è diventata un rifugio in una sorta di alienante, eterna vacanza – o, meglio, indefinita transizione. Ma cos’altro c’è da fare quando il mondo è in pericolo, non sai per cosa, ma tu intanto sei sano e salvo?

E anche quando si manifesta una calamità, ci sono cose così prettamente umane che devono comunque essere fatte, come mangiare, dormire, grattarsi un prurito, tanto che si crea una sorta di straniamento tra la rovina, manifesta o incombente, e le necessità comuni e i pensieri radicati che rimangono gli stessi. Per questo l’autore sia sottolinea abilmente il senso della corporeità, della carne, dalle sue esigenze al suo odore, la sua decadenza, ma anche scava nei pregiudizi dei protagonisti, che rimangono sostanzialmente tali anche nel crollo della realtà – come la diffidenza di Amanda e Clay verso i proprietari perché di colore e anziani.

Il mondo dietro di te è un tipo interessante di esame dell’apocalisse perché si concentra su ciò che accade a coloro che sono stati rimossi dall’azione.
Così facendo, l’autore mette in atto un altro espediente narrativo: piuttosto che esaminare a fondo le ramificazioni del nuovo nuovo mondo, guarda alle cicatrici del vecchio mondo, che devono essere affrontate affinché questi personaggi possano sopravvivere nel nuovo.
Il lettore vorrebbe sapere il perché la realtà sta andando a pezzi, ma questo libro suggerisce che il perché è forse irrilevante in quanto ormai inevitabile. Ciò che è fondamentale include il modo per non abbandonare la propria umanità: lasciarsi il mondo alle spalle è alla fin fine un’illusione, proprio come una vacanza estraniata da tutto è un’illusione, perché l’uomo porta con sé se stesso e ciò che è nell’intimo.

Fino alla fine e in un crescendo di ansia, l’autore gioca sulla nostra angoscia verso l’ignoto. Qualcosa è successo o sta accadendo nel mondo là fuori, ma non sapremo mai esattamente cosa. E che l’evento catalizzatore sia naturale o artificiale, dannoso o accidentale, o anche reale o immaginario, non è poi così fondamentale. Quello che Alam vuole trasmettere, e lo scenario post apocalittico scelto ne è un mezzo per veicolare il massaggio con maggior forza, è che non solo in un momento di tregenda, ma ben prima dovremmo fare i conti con quello che siamo come persone, con le nostre paure che sono il nostro peggior nemico, perché solo in questo modo si potrebbe sopravvivere e mettere le radici per qualcosa di rinnovato.

My rating: 3.5-4/5

Rumaan Alam
Il mondo dietro di te
Ed. La Nave di Teseo
Trad. Tiziana Lo Porto

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