Samanta Schweblin, “Kentuki”

surns33_schweblin_kentuki_cover-409x617-1Kentuki dell’autrice argentina Samanta Schweblin, edito da SUR, è un altro romanzo che è ambientato in un tempo che potrebbe essere l’oggi, o comunque un giorno vicinissimo, e porta alla luce e spinge alle estreme conseguenze tutte tensioni e tendenze che già sono ben radicate nel nostro presente.

Il kentuki si presenta come un dozzinale peluche di feltro (coniglio, topo, drago, corvo e qualche altro ordinario animaletto) con delle ruote per muoversi, ma soprattutto dei dispositivi installati che permettono loro di “vedere” e “udire” (non parlare, sono muti) tutto quello che li circonda a una persona collegata in remoto tramite un apposito tablet. Ovviamente il prezzo non è per tutte le tasche.
E se l’acquirente, il custode, può decidere quale kentuki scegliere, non può affatto scegliere o sapere nulla sull’”abitante” che aziona e controlla questo giocattolo hi tech una volta che viene “svegliato”.
Questa “connessione” è univoca e unica, e dura “una vita”, ossia finché il custode non danneggi o non eviti di ricaricare la batteria del kentuki. In questo caso la connessione “muore”, viene interrotta senza alcuna possibilità di recupero o di essere rintracciata. Il “gioco” è finito.

Custodi, abitanti, tutti nel mondo sanno esattamente in cosa si stanno cacciando, eppure la corsa all’acquisto di questo ultimo ninnolo tecnologico si fa via via più pressante, benché tutti sappiano, e deliberatamente ignorino, i rischi che derivano dal consentire a uno sconosciuto collegato via internet un accesso incontrollato alle proprie vite.

Il libro consta di una serie di capitoli con personaggi differenti, alcuni che tornano regolarmente in altre parti, altri che compaiono una tantum. Ciascuno di essi è comunque sottoposto allo snervante esperimento mentale e sociale dell’autrice: se un individuo potesse essere virtualmente inserito nella vita di uno sconosciuto a caso, in qualsiasi parte del mondo, quali sarebbero gli effetti? Lo faresti? E perché?

L’alternarsi di narratori multipli riesce a evidenziare le diverse sfaccettature della relazione custode-abitante, ma va anche oltre, usando le sue molteplici lenti (e le sue numerose paia di plasticosi occhietti…) per guardare il mondo riempirsi lentamente di kentuki: man mano che diventano onnipresenti, amati e odiati, usati per i più diversi espedienti e fini, si accumulano le domande che questa nuova frenesia ha scatenato: un kentuki è vivo finché è vivo? Sono pericolosi? Possono essere amati – o, almeno, può in qualche modo essere amato l’abitante che sta da qualche parte nel mondo?

Questa ultima domanda torna con diverse sfaccettature in tutte le storie e tende a dare una risposta al diffondersi di questo inquietante fenomeno: il desiderio di connessione – in qualunque modo, a qualunque costo… Quali condizioni accetteremo in cambio di una possibilità di connessione emotiva e compagnia? Nell’area grigia non regolamentata della connessione online, come stabiliamo e negoziamo i confini personali?

Nelle diverse storie emergono con forza sottesa ma potente le speranze e le paure interiori dei personaggi: il kentuki può ascoltare e tradurre un dialogo, ma rispondere solo con squittii o fusa simil animaleschi, quindi non c’è una vera e propria comunicazione. Eppure in certi casi si instaura lo stesso una sorta di empatia tra custode e abitante, benché fallace, più idealizzata che reale: è lo specchio delle nuove relazioni nel mondo globalizzato, un’indagine sulla solitudine in cui l’esperienza del virtuale diventa centrale.

Così, le implicazioni della sorveglianza incessante e invasiva sono in costante conflitto con il nostro bisogno fondamentale di connessione sociale. Sebbene i rischi e i termini dell’adesione a questi ecosistemi siano chiari, il nostro bisogno di relazione, anche virtuale, richiede una sorta di oblio continuo e volontario – della realtà, del corpo, della propria intimità.

Non ci vuole molto perché il business si allarghi e i kentuki, alcuni persino illegali, vengano profilati e venduti a potenziali abitanti in cerca di connessioni emotive specifiche, a famiglie, single, giovani o anziani. L’effetto complessivo è la creazione di un coro agghiacciante di come potrebbe apparire il mondo se gli occhi che ci guardano oggi non fossero grandi aziende che cercano di estrarre i nostri dati, ma semplicemente altri umani curiosi, come noi, reciprocamente assetati di specifici bisogni – veri? fasulli? sinceri? perversi?

Io ho trovato agghiaccianti i kentuki, mi hanno davvero dato un senso di profonda inquietudine e anche ribrezzo, di occhio indiscreto che spia senza posa in ogni momento, soprattutto nel luogo privato per eccellenza, la casa.
Tuttavia, altrettanto inquietanti sono i custodi, questo desiderio di colmare un qualche vuoto emotivo senza troppo impegno o implicazioni, di essere visti, considerati, al centro dell’attenzione di “qualcuno”.
Impulsi e attese che possono essere fragilità psicologiche, vuoti interiori, ma in alcuni casi rivelano pulsioni ben più perverse, estreme, feroci.
Senza contare che più a lungo si è nella parte di custode e abitante, più questo ruolo da marginale diventa preponderante, il gioco non è più tale ma diventa ossessione, bisogno, identificazione, dipendenza.

Eppure tutto questo è un qualcosa non così distante da quello che già facciamo tutti i giorni, affidare pensieri, emozioni, fotogrammi della nostra vita alla vetrina globale e indiscreta del mondo virtuale. E pensiamo di poter filtrare, controllare cosa, chi, come le nostre cose vengono recepite, in realtà ben sapendo che diamo in pasto qualcosa di noi alla cieca.
Qualcosa di reale? Qualcosa di fasullo per mostrare una vita che vorremmo e non quella di cui nascondiamo delle parti? E stiamo sacrificando cosa di noi per mendicare un’attenzione – un like, un commento, un’emozione?
Abbiamo simulato di sfuggire e avversare il Grande Fratello di orwelliana memoria per metterci volontariamente alla berlina di fronte a spettatori anonimi – spettatori a nostra volta di pseudo vite altrui.
E il romanzo della Schweblin, dallo stile volutamente così tagliente, freddo, quasi distaccato, con l’espediente del classico oggetto tecnologico e futuristico ci mette di fronte a cosa siamo già oggi – o ci stiamo rapidamente diventando.

My rating: 3.5-4/5

Samanta Schweblin
Kentuki
Ed.SUR
Trad. Maria Nicola

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Libro interessante e davvero molto attuale… Nelle ultime domande che ti poni credo sia già implicita la risposta, o almeno una tra quelle più convincenti e plausibili.

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