Camilla Grudova, “Alfabeto di bambola”

Intrigata dalla sinossi e dalla copertina, mi sono immersa nella lettura di queste storie come si discende in un sogno surreale dalle tinte orrorifiche.

I lettori alla ricerca di personaggi amabili e atmosfere distese, meglio non si avvicinino ad Alfabeto di bambola di Camilla Grudova. Descritta come “l’erede di Angela Carter“, la Grudova propone tredici racconti nei quali costruisce con cura un mondo in cui la disperazione, la violenza e la rovina materiale governano le vite dei singoli personaggi. Qui, gli uomini portano a casa i cadaveri di nani e le donne ne infilano gli organi in salotto, i bambini inventano macchine che proiettano immagini ipnotizzanti sui muri e siedono davanti a loro per anni. Costumi, macchine da cucire e bambole prendono vita, grottescamente animati dalle paure e dalle ossessioni delle persone che li circondano. Questo universo weird, a tratti impassibile, dopo averci cullato con una apparente banalità, sprofonda in surrealismi disturbanti: una sorta di realismo magico distopico e cupo, un’immaginazione variegata ma coerente, un incubo monocromatico non senza tocchi ironici.

Non c’è un orizzonte consolante in queste storie. Sebbene non vengano fornite date o luoghi geografici (le storie si svolgono nel “quartiere” o “nella fabbrica” o, molto spesso, in case e appartamenti di città anonime), l’atmosfera richiama una Londra di recente industrializzazione, dickensiana.
I personaggi e le ambientazioni risultano in qualche modo impersonali, privi di tratti interiori, come se potessero essere chiunque, in un tempo indefinito, e sono descritti quasi potessero apparire nella propria vita da un momento all’altro, col risultato non solo di far sentire a disagio il lettore, ma suscitare una sorta di fastidio che porti a riflettere su un problema quotidiano o una questione sociale.
Molte delle storie infatti seguono una logica onirica, costellata di figure sinistre e al contempo di metafore di disuguaglianze sociali strutturali.

Parte di ciò che attrae degli impulsi estetici della Grudova è la sua audacia nel mettere a nudo la bruttezza di questo universo immaginario. Abbondano le razioni di carne in scatola, le infestazioni di ratti e le masse di cittadini impoveriti, tutti tratti che convergono a imbruttire i personaggi, esteriormente ma anche moralmente. L’autrice infatti pare ossessionata dalla materialità: tazze da tè, orologi, clown, treni, aghi, navi e case delle bambole popolano il testo, rendendo il suo spazio immaginario pittoresco e affollato come un negozio di antiquariato. Le persone in qualche modo sono definite dalla loro proprietà o dal desiderio disperato di cose, di accumulo di cose, nella peggior accezione capitalista.
Tali elenchi hanno anche una seconda funzione: creano schemi ripetuti in tutta la raccolta che spingono il lettore alla ricerca di connessioni, a chiedersi se gli esseri umani abbiano davvero più libertà di azione degli oggetti che raccolgono, o se siamo noi a esserne posseduti.

Questa aria da pastiche goticheggiante, il mondo agghiacciante e vivido, la natura fantastica dei personaggi e degli eventi che lo affollano, il tono macabro, ha portato a paragoni con Angela Carter, benché le somiglianze siano principalmente estetiche: sebbene le storie della Grudova abbiano sfumature femministe, mancano del marcato contenuto sociale della Carter. Non è una critica negativa, soltanto la Grudova utilizza un metodo differente di denuncia, più teso a spingere alla riflessione. In ogni caso, è evidente soprattutto l’intento femminista, la profusa simbologia dell’oppressione femminile e di resistenza al patriarcato.
Tutti e tredici i racconti sono, poco o tanto, impregnati da questo sentimento di voler mostrare alle donne la loro sopraffazione, la loro reificazione e la possibilità di riscattarsi.

Un’altra autrice alla quale si può accostare la Grudova è Ludmilla Petrushevskaya, la scrittrice russa famosa per le sue favole oscure sulla vita difficile delle donne. Come la Petrushevskaya, le storie della Grudova richiamano una perduta trasmissione orale, come se si stessero semplicemente registrando aneddoti, indovinelli e storie inquietanti. Tuttavia, mentre la Petrushevskaya affonda maggiormente nel folklore, le storie di Alfabeto di bambola sono allegorie dei nostri giorni.

Un’antologia che sa ammaliare e respingere per il suo sapore cupo, morboso, orrorifico, ma anche densa di spunti significativi di riflessione non solo sui ruoli sociali, ma anche sul potere, pure simbolico, degli oggetti.

Sui corpi scuciti delle donne si trovavano diversi piccoli anelli, non troppo diversi dai buchi negli orecchi, attraverso i quali un filo rosso scorreva in continuazione, veloce o lento a seconda dell’umore di ciascuna. Era un filo spesso e resistente, ricoperto di una sostanza simile alla cera.

Su ogni donna, gli anelli erano in posti leggermente diversi e di dimensioni differenti, ma a parte questo tutte le donne avevano lo stesso aspetto.

Dopo la scucitura, le macchine da cucire non furono più utilizzate: l’atto di usarne una, di cucire cose diverse insieme, era visto come una forma di repressione, una distrazione fuori moda che le donne avevano utilizzato per trattenersi dallo scucirsi, e dunque le macchine da cucire assunsero un ruolo puramente formale ed estetico, belle nella loro silenziosa immobilità.

Mostre di cucito e di macchine da cucire «attraverso le epoche» furono organizzate e incontrarono un grande successo, perché ricordavano alle donne la loro evoluzione verso una coscienza scucita.

My rating: 3.5-4/5

Camilla Grudova
Alfabeto di bambola
Ed. Il Saggiatore
Trad. Andrea Morstabilini

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