Willy Vlautin, “Io sarò qualcuno”

Hector Hidalgo è un giovane pugile messicano che vuole diventare un professionista stimato e riconosciuto. Soltanto che “Hector Hidalgo” non esiste: in realtà è il personaggio che interpreta Horace Hopper, nato da padre nativo americano e madre irlandese, che cerca disperatamente di sfuggire al suo soffocante senso di fallimento. Ma reinventarsi può implicare lasciare indietro le persone che ti hanno accompagnato per la vita, intraprendere da soli una strada, ed ecco che si rivela come questo romanzo dell’autore e musicista statunitense Willy Vlautin sia alla fin fine una meditazione sulla solitudine.

Horace vive in Nevada nel ranch di Mr. Reese, che lo accolse quando era adolescente. Mr. Reese vorrebbe che Horace rilevasse il ranch, ma il nostro protagonista non si sente degno di tanta fiducia, ancora alle prese con il trauma dell’abbandono da parte della madre, che lo portano a sentirsi sempre solo, diverso e perduto.
Nel protagonista, infatti, nonostante le cure amorevoli che ha ricevuto da un certo periodo in poi, si è creato un vuoto, da cui gli eventi infelici gli risucchiano la vita, la capacità di prendersi davvero cura di se stesso e degli altri. E questo suo mondo interiore, tormentato e auto alimentato di infelicità, votato inconsciamente all’autodistruzione, è così chiuso verso l’esterno, che nemmeno al lettore viene dato pieno accesso.

Horace si reca a Tucson per allenarsi come pugile, ma la sua mancanza di fiducia in se stesso minaccia di far fallire i suoi piani, il suo slancio iniziale vacilla, tanto che ogni volta che sembra avvicinarsi una possibilità concreta, più si avvicina a ciò che voleva, più si perde e fallisce. La sensazione di naufragio che lo affligge da tutta la sua vita non se ne va e lo porta a una sorta di auto boicottaggio che lo fa fallire nuovamente, non facendo altro che riconfermare l’opinione che egli ha su se stesso.

Vlautin scrive di persone comuni con uno stile diretto e sciolto, comunica visceralmente il dolore, interiore e anche fisico, come quello di un combattimento. Talora alcune scene non sono descritte con grande impatto visivo, tuttavia questo conta parzialmente, perché intento dell’autore è parlare di identità, non di boxe. Vlautin preferibilmente si sofferma su dettagli in apparenza superficiali e accidentali, come la musica che suona in un certo momento, le liste della spesa dettagliate e i menu – una raffica di informazioni che si trovano di solito in un momento apicale in cui la fiducia di Horace viene tradita, come se il mondo degli oggetti fosse l’unico certo e il cibo, in particolare, prendesse il posto dell’amore, degli affetti.

Mr. Reese, con la sua brillante e tranquilla dignità, rappresenta la controparte emotiva di Horace. Egli è concreto e crede davvero nel ragazzo, nella sua salvezza più che nella sua riuscita, forse con un tocco di ingenuità, perché per quanto possa essere fondamentale il supporto e l’amore di altre persone, ognuno può salvarsi solamente da sé.

E se Horace cerca di migliorare se stesso, leggendo un libro di auto-aiuto su come essere un campione, questo espediente si configura più come una nota di umorismo grottesco verso il personaggio, facendoci soffrire di più per lui, per la sua incapacità profonda a capirsi.

Il romanzo è uno studio cupo ma sorprendentemente tenero della necessità di connessione umana, del modo in cui i paesaggi urbani possono essere più isolanti di qualsiasi natura selvaggia, di come chi è spezzato abbia ferite ben profonde che possono portare alla deriva se non in grado di ricostruirsi e mettere radici nel proprio io.
Infatti, quando Horace pare accantonare il suo sogno e iniziare a riconoscere il suo amore per i Rees e il ranch, il lettore capisce che qualcosa non torna, che a volte anche l’amore può non essere sufficiente. Se non parte da un sincero, profondo e sano amore per sé.

My rating: 4/5

Willy Vlautin
Io sarò qualcuno
Ed. Jimenez
Trad. G. Testani

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