Jean-Baptiste Del Amo, “Regno Animale”

Tiene fra le braccia un capretto che ha appena abbattuto e che gli appoggiava la testa al collo e gli succhiava il lobo dell’orecchio mentre lo portava verso le tende di macellazione.

Avvicinarsi a Regno Animale di Jean-Baptiste Del Amo significa entrare in un universo tetro, selvaggio, fatto di sangue, fetore, carne, disperazione, ove quasi tutto è tangibilmente macchiato, rovinato, sporco e sgradevole.

La trama segue la storia di quattro generazioni di una famiglia di contadini nel villaggio di Puy-Larroque, dal 1898 e fino al 1981, della loro tenuta e dell’allevamento di maiali, dandoci un’immagine inzaccherata e violenta del paesaggio rurale della Francia del tempo. Figura costante che funge da collante per questa sorta di tetralogia è Éléonore, la matriarca, nata nella povertà e in un mondo inclemente.
Le prime due sezioni sono dedicate alla famiglia originaria, alla loro vita ai limiti della sopravvivenza e alla prima guerra mondiale, e troviamo principalmente il padre di Éléonore, la sua genitrice e Marcel, il cugino che tornerà dalla guerra terribilmente sfigurato e sposerà la ragazza, ereditando la fattoria. In seguito, con un balzo temporale il lettore viene scaraventato dal 1917 al 1981, quando il piccolo allevamento è diventato industrializzato. Qui i protagonisti sono gli eredi della famiglia originaria, in particolare l’ossessionato Henri, i suoi figli e nipoti.

Regno Animale è una storia tragica, ma non catartica – siamo di fronte a una descrizione implacabile della spietatezza dell’uomo, della natura e della vita, da cui emergono guerra, malattia e depressione, in un susseguirsi di pagine e pagine di schizzi cruenti e orribili che a volte diventano quasi insopportabili, nonché un racconto sull’indole ereditaria della violenza.

Il rapporto con gli animali e la natura rifugge ogni possibile immagine romantica o bucolica, dello splendore della nascita e delle meraviglie del cerchio della vita. È una rappresentazione feroce della terra, delle sue creature e della loro prole. Ogni evento, azione, è descritto in un modo tale da far raccapricciare il lettore con un moto disgusto, ma che al contempo è incapace di smettere di leggere. Le immagini sono così vivide da trasformare la lettura in un’esperienza sensoriale, anche nelle pagine più efferate – come la descrizione meticolosa della malattia del padre, il dettaglio atroce della sterilizzazione di una scrofa, gli aborti, le macellazioni, i segni di guerra lasciati sul corpo umano.
La povertà e il vuoto dell’esistenza rurale della prima parte sono esacerbati dallo svuotamento provocato dalla prima guerra mondiale, che inghiotte il villaggio mentre i giovani si affrettano ad arruolarsi, con un “patriottismo” del tutto simile a un comportamento di branco.

Del Amo ci propone personaggi privi di tutto, tranne della voglia di resistere. La sua scrittura è sbalorditiva, nessun odore, suono o consistenza viene omesso. Una ferocia che è accompagnata da una prosa lirica, alta, quasi un’epica dell’efferatezza più disumana e bassa. Nonostante gli eventi spesso abbozzati, la verità viene presentata in modo schietto e non depurato, evocando la noiosa esistenza di persone con poche speranze: ogni giorno si scontrano con la terra, gli animali e l’un l’altro per la “mera” sopravvivenza.

Con l’avvicinarsi della fattoria di famiglia al XX secolo, l’attività di allevamento di suini diventa industriale. Un gran numero di maiali viene allevato e macellato: le bestie vivono in condizioni sporche, curate con farmaci e ormoni, brutalizzate e massacrate in massa. Trasformati in unità industriali, i maiali producono rifiuti contaminati che fertilizzano i campi, coltivati a loro volta col grano che mangiano le persone che via via si ammalano, creando così un circolo incessante e terribile di putrefascenza e carne e sangue. Il porcile è diventato una sorta di culla della barbarie, le bestie torturate sono accudite da guardiani distrutti dall’anima in un ritratto senza filtri di tutto ciò che è sbagliato nella produzione alimentare moderna.

A poco a poco, il racconto ci ricorda quanto siamo animaleschi nonostante le nostre pretese di essere su un piano di esistenza “nobile” che chiamiamo umanità.
Il modo efferato in cui trattiamo gli animali brutalizza noi, i loro carnefici. Del Amo suggerisce che il massacro di massa di animali ci rende pericolosamente insensibili al dolore, non solo alla sofferenza degli animali, ma all’agonia di altri esseri umani. Non c’è soluzione a questo sfruttamento senza tempo; la storia finisce come è iniziata, senza rivelazioni o epifanie sbalorditive, con una visione guidata da un senso di inevitabilità deterministica.

L’autore non risparmia dettagli – anzi sovraccarica l’accumulo brutale – in questo ritratto di sporcizia, crudeltà e declino morale. Le persone soffrono, ma gli animali soffrono di più, sia in tempo di guerra che in tempo di pace.

I personaggi delle prime due parti del romanzo – il padre, la genitrice, la loro figlia Éléonore, Marcel – sono tutti resi come una sorta di emanazioni della terra misteriosamente mute. Insieme ai loro animali lottano per spremere un’esistenza dal terreno stesso, senza intenti arcadici, bensì nel suo illavabile fetore e tra le inestinguibili necessità di nascita e morte. Eppure la vita era ancora guidata da bisogni naturali, in qualche modo.
È con Henri e i suoi due figli che si arriva al culmine della discesa negli inferi, morale e oggettiva. I maiali qui subentrano all’azione principale, o meglio la loro “lavorazione“, lo stato di brutalità industrializzata. Nonostante questa situazione fondi le sue radici culturali nell’era della matriarca, non c’è nulla della tattilità ecosistemica, del tocco psicosociale o dell’autentica scala di naturalezza che si percepisce nella prima metà. Qui la disfunzionalità assume ruoli più generici – abuso di alcol, deturpazione genetica, masochismo sessuale – e persino Éléonore viene messa da parte in un’irrilevanza non sfruttata.

Qualcosa nella vita di tutti coloro che sono legati alla fattoria va storto in modo incontrollabile. Questo è ben rappresentato dal destino dei maiali e soprattutto dalla figura quasi mitica chiamata la “Bestia”, un cinghiale grottescamente sovradimensionato di cui Henri è immensamente orgoglioso. Inizialmente pare un simbolo di ferocia maschile e virilità, ma poi diventa l’ossessione di Henri, in particolare quando la Bestia riesce a scappare dall’allevamento. Esso quindi diviene la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie che rodono nell’intimo, la parte oscura e demoniaca dell’animo umano, mentre di per sé il cinghiale è immagine di ciò che all’uomo sfugge, su cui non può avere il pieno ed eterno controllo, la natura che cerca di riprendersi il suo spazio.
Con l’idea della Bestia Henri si scontra ogni giorno, è il suo chiodo fisso – un po’ bramosia, un po’ incubo, diventa una ragione di vita forzata, il male, quasi un feticcio, da estirpare – la causa (immaginaria) del cattivo andamento che sta colpendo l’allevamento.

Se in Regno Animale gli umani non si comportano meglio degli animali è perché in fondo siamo animali. Il mondo di questa fattoria, con i suoi abitanti repressi e il suo paesaggio spietato, non è un luogo in cui la speranza potrà mai mettere radici. Quando si passa alle nuove generazioni, diventa subito evidente che nuove sfumature di oscurità hanno sostituito quelle consumate dal tempo. Semmai, l’insensibilità è aumentata. C’è ora un livello di crudeltà, in gran parte assente prima, che si è intensificato con l’ampliamento dell’allevamento.
Ci sono tuttavia occasionali barlumi di speranza, anche se quasi sempre vengono spazzati via all’istante. In tutta questa circolarità di violenza, sfruttamento (di animali e persone), meschinità, Jérôme e sua sorella, Julie-Marie, rappresentano una rottura con l’eredità distruttiva. Essi che vagano liberamente, spingendosi oltre i confini restrittivi della fattoria, simboleggiano una frattura nel modello precedente, offrono suggerimenti per un futuro migliore, in qualche modo ugualmente alla Bestia, alla possibilità di un’esistenza al di fuori rispetto a quella condannata nella fattoria.

Solo loro, sospesi in uno spazio-tempo ieratico nel quale i canti degli insetti e dei rapaci sembrano provenire da epoche antiche e scomparse, come il bagliore degli astri già morti sopra le loro teste.

Leggere Regno Animale fa rotolare nel fango, nella sporcizia interiore, fa confrontare con il proprio lato brutale e con temi di consapevolezza oggi molto discussi (lo sfruttamento animale e le tipologie di allevamenti intensivi) – è anche un promemoria del fatto che il compito della letteratura non è necessariamente quello di elevare, ma di aiutarci a raggiungere una vera comprensione della nostra situazione, anche se ciò è scomodo. Come direbbe Cioran: “Si vive nel falso fino a che non si è sofferto. Ma quando si comincia a soffrire, si entra nel vero soltanto per rimpiangere il falso“.

My rating: 4/5

Jean-Baptiste Del Amo
Regno Animale
Ed. Neri Pozza
Trad. Margherita Botto

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