László Darvasi, “La leggenda dei giocolieri di lacrime”

«E camminiamo a lungo, attraversiamo molti luoghi. Il turbinio della nebbia, le sentinelle a guardia degli accampamenti, le paludi piene di sanguisughe, i corpi di giovinette, nulla di tutto ciò può sbarrarci la strada. Civettiamo con la carne, alitiamo sopra l’anima. Ci illudiamo di cogliere le parole degli uomini. Guardiamo attraverso la finestra del cuore umano, osserviamo. Siamo in tanti, siamo abbastanza. Eppure non desideriamo molto. Al massimo che le cose siano come non sono mai state. Non permettiamo però alla fantasia di volare. La lasciamo giusto libera, come il battito cardiaco. Che dolga pure ciò che può dolere. Raccontare non causa dolore. Sentiamo per converso il miele amaro della malinconia umana spandersi sulla nostra lingua mentre le parole vi sbocciano. E tale forma di turbamento molto assomiglia alla natura smoderata del tempo. Piove, non piove. Fremono le fronde, non fremono. Risplende il cielo, non risplende più. Solo gli alberi, solo le erbe segnalano il vento. Non sappiamo perché voli la tristezza. Viaggiamo nel deserto delle parole e delle frasi. E non sarà la strada, e nemmeno il nostro desiderio, a determinare la fine di questo viaggio. Forse lo farà un semplice nonnulla, una lacrima appena.»

coverUngheria, tra XVI e XVII secolo: principale terreno di scontro tra l’Impero asburgico e quello ottomano, continue guerre, conflitti di religione, scorrerie di briganti, carestie, povertà, villaggi devastati dalle fiamme, città scenario di esecuzioni pubbliche. Attraverso queste terre dolenti e tetre passa un carro misterioso, sul cui telo nero è dipinta una lacrima blu cielo. A bordo viaggiano i giocolieri di lacrime, cinque incarnazioni tra l’umano, il soprannaturale e il demoniaco, di diversa provenienza (uno di loro è croato, un altro ungherese, uno serbo, uno ebraico e uno turco) e che piangono non lacrime, bensì sangue, ghiaccio, sassolini neri, miele e fiamme.

Questo lo scenario de La leggenda dei giocolieri di lacrime di László Darvasi, considerato tra i più importanti autori ungheresi contemporanei. Un romanzo complesso ma incantevole (nel vero senso del termine, che sa incantare), in cui l’autore attinge dalle radici non solo nella storia, ma soprattutto nelle tradizioni e nelle credenze millenarie, creando qualcosa di unico.
Non si tratta infatti della semplice cronaca di questi strani giocolieri che percorrono una Ungheria fatta di terra e sangue, la trama è una concatenazione continua di storie, vite, guerre, dolore, preghiere, apparentemente disgiunte, in un gioco narrativo ad intreccio spinto all’eccesso, al paradosso, ove la logica lascia il passo allo stupore, al prodigioso, all’arcano.

I giocolieri, attraverso le pagine del libro, incontrano nel loro lungo viaggio numerosi e variegati personaggi, ciascuno diverso, bizzarro, ma tutti caratterizzati da un’anima in qualche modo dannata, da una vita di inferno e sofferenza. Nessun uomo o donna, scelto mai per caso, esce uguale a prima dopo aver parlato con loro e aver assistito al loro pianto: le loro parole e lacrime sono l’inizio di una metamorfosi, prima silente e ignara, poi man mano più evidente – e ciò non si significa che la loro vita diventi migliore o edulcorata, ma diversa. Proprio le parole che i giocolieri dettano a chi incrociano lasciano un segno indelebile, cambiano per sempre l’esistenza, e da oscure frasi dal vago sentore profetico, via via si rivelano come il tassello di un disegno più ampio.
La trama riflette questo andamento misterico, appare frammentata, prosegue per vicoli ciechi apparenti, saltando nel tempo e nello spazio e lasciando spesso il lettore volutamente disorientato.

Questo modo di narrare, infatti, è voluto non solo per rispecchiare le differenze etniche, linguistiche e religiose di una terra conquistata e a brandelli, ma si pone come una sorta di metanarrazione, ove la storia particolare del singolo si dilata nella storia generale. Ma non solo: i giocolieri sono una sorta di traghettatori che trasformano il puzzle degli eventi, delle vite ordinarie, dei gesti comuni in qualcosa che ha un respiro molto più ampio, assume una dimensione mitica e assoluta, diviene appunto leggenda.
Al lettore non viene implicitamente chiesto di seguire razionalmente gli accadimenti, ma di lasciarsi trasportare, immergere nelle vite toccate dalle voci e dalle lacrime dei giocolieri, perché in ciascuna di quelle vite brutali schiacciate dalla sofferenza si può scorgere anche un respiro più ampio – mitico, magico, oltre il tempo. La realtà terrena della vita e del corpo, grottesco, segnato dal male fisico e interiore, da sporcizia, deformità, rinasce in leggenda. Il grido spezzato di una vita qualunque si fa canto che percorre terre e secoli – mai allo stesso modo, perché eternità e immutabilità sono bandite, tutto muta in una perenne decomposizione e rigenerazione, in un moto perpetuo di una spirale vertiginosa in cui il destino dell’individuo si incaglia e incastra e frantuma nelle trame del destino universale – diviene assoluto, diviene simbolo e racconto.

Il linguaggio di Darvasi è perfettamente calibrato al contenuto, è elaborato, ricco di aggettivi, metafore, sa coniugare lirismo e realismo, immagini incorporee e oniriche ad altre secche, crude e cruente: lo stile e la scrittura sono simbolo del senso ultimo che l’autore vuole dare alla sua narrazione.

La storia si conclude con la battaglia del 1687 a Mohács, che vede vincere l’impero asburgico su quello ottomano. La Leggenda si interrompe ma non finisce del tutto. Il carro dei giocolieri si allontana e non sappiamo quale sarà la loro prossima meta, solo che incontreranno altre vite, mutamento e forse persino loro saranno destinati a cambiare volto.

«Si potrebbero ancora raccontare tante altre cose, perché le storie non si esauriscono mai, non terminano, non si prosciugano, proprio come non possiamo mai vedere la fine della vita umana. Le rovine di Buda stanno ancora fumando, nei prati giacciono ancora numerosi morti da seppellire, ogni tanto qualche edificio distrutto riprende ad ardere, ma ecco che i saltimbanchi delle lacrime hanno già iniziato le loro attività. Chissà chi sarà il primo essere umano a cui daranno dimostrazione del loro spettacolo di prestigio?»

My rating: 4-4.5/5

László Darvasi
La leggenda dei giocolieri di lacrime
Trad. Dóra Várnai
Ed. Il Saggiatore

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