Ian Manook, “Yeruldelgger. Morte nella steppa (Yeruldelgger, #1)”

Ciascuno vive con le sue paure, per quanto pensi di essere coraggioso.

yeruldelgger-light-674x1024Di romanzi gialli con protagonisti ispettori più o meno improbabili o inusueti ce ne sono ormai a bizzeffe, ciò che fa la differenza è quanto l’autore riesca a dar vita a personaggi credibili, non scontati, a coinvolgere il lettore emotivamente.

Ian Manook con Yeruldelgger. Morte nella steppa, primo della serie, è di sicuro riuscito in quest’intento, fosse solo per aver ambientato la storia in Mongolia, cosa assolutamente originale. A dire il vero, è proprio ciò che mi ha attratto, avevo voglia di un sapore diverso, di vedere come si muovesse un mondo tanto distante dal nostro calato in un genere così occidentale.

La trama inizia con il ritrovamento del corpo di una bambina sepolta con il suo triciclo nel mezzo della steppa e, da tutt’altra parte, in un magazzino, dei cadaveri di tre cinesi crudelmente seviziati.
Due indagini apparentemente disgiunte, via via si intrecceranno e avranno risvolti impensabilmente pesanti e inattesi per i personaggi coinvolti.

Lo stile di Manook è estremamente gradevole e scorrevole, il libro si legge rapidamente. I capitoli sono spesso brevi, danno un’impressione di attesa, di scatto verso la scena successiva. E non mancano i colpi di scena inaspettati, quelle svolte nella vicenda coraggiose, che le classiche politiche commerciali osteggiano.

La componente “gialla” in sé è discreta, gli indizi si dipanano lentamente e con coerenza, ma fondamentale è che la storia dia la possibilità di aprire uno scorcio su Ulan Bator e i suoi dintorni: un’area che accosta terre quasi mitiche, incontaminate, dove le tradizioni sono ancora molto radicate, e una società purtroppo in cui mafia, violenza, corruzione dominano pressoché incontrastati.

Yeruldelgger incarna tutto questo: è figlio delle steppe, della filosofia orientale, ma ha anche un carattere deciso, scostante, ruvido e talora brutale. E’ un uomo tormentato dai suoi demoni, garante del passato e di una cultura che sta scomparendo, così come dei valori in cui crede, è colui che non si piega e per questo è paradossalmente più vulnerabile, può essere spezzato se toccato negli affetti più intimi.

La vita non fa niente di noi. Siamo noi a fare la vita, a suon di rinunce, paure, abbandoni, imbrogli, furori! Siamo noi a impedire di fare della vita una cosa diversa da quello che è.

Se in alcune pagine è innegabile che si cada in alcuni cliché del genere, la forza della storia è proprio l’ambientazione, la Mongolia.
Si percepisce che l’autore ama questo paese e ha approfondito la sua storia, infatti ne esce un ritratto realistico, affascinante, dettagliato senza essere didascalico.
Le parti che ho preferito, infatti, riguardano proprio le descrizioni di questa terra, delle tribù che ancora vivono nelle steppe, così come la loro cultura popolare.

Pur non avendo familiarità con questa società, i personaggi, molto ben descritti, mi sono sembrati credibili, la loro psicologia è delineata e calibrata con il ruolo, principale o marginale che sia, che coprono.
Yeruldelgger è selvaggio e indomito, ma conosce anche la compassione e vigila per il rispetto delle leggi – moderne e antiche.
Altrettanto mirabili sono le due donne principali, Solongo, il medico legale, e Oyun, partner lavorativa di Yeruldelgger. Entrambe sono forti, sicure di sé, pronte a lottare senza risparmiarsi, sanno aiutare e amare chi lo merita, ma non indugiano nella pietà per chi incarna il male.

Spietatezza e ferocia pervadono buona parte del libro: non c’è spazio per il politically correct, ci sono scene ritratte in tutta la loro brutalità senza maschere, ma non si tratta mai di efferatezza fine a se stessa o dal gusto raccapricciante, ma di episodi che si inseriscono perfettamente nella storia, vuoi a delineare meglio il collettivo o il carattere dei personaggi stessi.
Proprio accanto a tutto ciò, emerge ancor più cristallina l’umanità profonda e vera dei personaggi principali, la loro capacità di comprensione, ascolto ed empatia, il desiderio di giustizia.

A un’attenta analisi, si nota come coloro che sono ancorati alla tradizione, benché apparentemente più primitivi, siano più umani della compagine accalcata nei sobborghi cittadini, che vive di ignominia, dimentica di sé e del passato – quasi l’autore volesse sottolineare un ribaltamento nell’ordine sociale, ove chi conosce e non rinnega il passato è depositario dei valori puri che possono ricondurre l’uomo a se stesso, disinselvatichirlo dalla corrotta condizione cittadina.
In questo senso, ancor più Yeruldelgger è un personaggio in bilico tra i due mondi, lacerato, e il suo ruolo di garante della tradizione delle steppe è una sorta di ultima resistenza dell’interiorità più preziosa dell’uomo contro la disumanità sociale che avanza.

Un bellissimo gioco di contrasti e rimandi che dà l’idea della vera base del romanzo, del suo senso ultimo, che va oltre il semplice giallo, ma vuol essere uno scorcio su un mondo che sta perdendo la sua purezza e il suo passato, un monito a recuperare i valori che contano finché è ancora possibile, a guardarsi dentro, cercare l’equilibrio ed essere fedeli a se stessi.

My rating: 3.5/5

Ian Manook
Yeruldelgger. Morte nella steppa (Yeruldelgger, #1)
Ed. Fazi
Trad. Maurizio Ferrara

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