Cécile Coulon, “La Casa delle Parole”

260-cover-parole-coulonCécile Coulon è una giovane autrice che in Francia, terra natale, sta facendo molto parlare di sé. Keller Editore, sempre molto attento, ne ha già tradotti due romanzi, tra i quali questo La Casa delle Parole.

Mi aveva attirato la sinossi, dal momento che si parla di libri, e per il fatto che rientra nel genere distopico, tanto più edito appunto da chi non si occupa di fantastico.

Il libro è breve, forse in qualcosa ancora acerbo, ma molto intelligente e interessante.

Siamo in un futuro imprecisato, in un paese qualsiasi.
Il Grande detiene il Potere e per garantire la sudditanza e l’ordine assoluto è stato escogitato il modo perfetto: indire letture pubbliche come strumento di controllo. Periodicamente, infatti, vengono organizzati reading (le Manifestazioni) che raccolgono migliaia di persone, ove si leggono i libri pubblicati (autorizzati e strettamente controllati dal regime) e le persone si lasciano andare ai sentimenti più estremi, alla manifestazione di emozioni in modo più esagerato ed eclatante.
Il tutto avviene sotto la vigilanza degli Agenti, personale appositamente addestrato a garantire l’ordine e il rispetto delle regole. Questi Agenti sono come dei veri propri automi, eseguono il loro dovere con orgoglio e soprattutto non sanno leggere, per questo non subiscono l’effetto della lettura.

Non avevano il tempo di riflettere su quello che stavano realizzando: nessuno sollevava mai lo sguardo per ammirare, tra due grattacieli, i raggi del sole attraverso i vetri degli uffici di rappresentanza. […]
Sapevano tutto, non si chiedevano mai se le parole avessero un senso al di fuori di quei precetti. Il mondo girava attorno agli oggetti, alle loro funzioni, mai alla loro bellezza. Imparavano la forza senza l’entusiasmo, l’azione senza l’estro.

Uno è 1075, nato povero, che supera brillantemente tutte le prove e diviene uno dei migliori Agenti. Fino a quando non subisce un incidente durante un raduno, viene ricoverato in ospedale e nel tedio delle giornate finisce ad assistere di nascosto alle lezioni di lettura che vengono impartite a bambini malati terminali.
Da quel momento, dei sentimenti mai provati e una nuova inquietudine sovvertiranno il mondo di 1075.

I temi e messaggi che la Coulon lascia in questo libro sono molteplici e davvero significativi.

Il primo riguarda proprio i libri e l’editoria.
Ricco di richiami letterari più o meno celati (Noi di Evgenij Zamjatin, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Fiori per Algernon di Daniel Keyes), il romanzo è in primis una dichiarazione di amore per i libri e come i suoi precursori anche l’autrice riconosce come la lettura possa essere uno strumento di manipolazione e potere, nel bene e nel male.
In questo caso, è bandita la letteratura, in quanto veicolo di pensiero, ma vengono scritti generi precisi, ben codificati e dati in pasto al pubblico che, incapace di un pensiero proprio e critico, se ne bea felicemente.
Mi sembra non mancare una vena polemica contro l’editoria di massa, che produce generi e volumi in serie, senza veri contenuti e che rispettano sempre lo stesso cliché, traboccanti di emozioni e gesta codificate e stereotipate.
È la narrativa di mero consumo, che se accompagnata ad altro è un diversivo possibile e saltuariamente gradevole, ma che in assoluto rischia di far diventare la lettura il veicolo di emozioni simulate, non di idee, e il marketing così diventa il suggeritore di ciò di cui abbiamo bisogno. Non per nulla quelle che oggi chiamiamo case editrici nel libro sono diventate le Case delle Parole, qualcosa di meccanico e svuotato di significato, una mera catena di montaggio qualunque, un’industria che mette in fila vocaboli ad hoc anziché bulloni o tessuti o salsicce.

Il Programma distrusse un altro aspetto della Storia: all’istituzione delle Case delle Parole, i vecchi libri furono vietati. Le librerie non potevano vendere una sola opera classificata come letteratura: i testi complessi costituivano un intralcio al buon svolgimento del Programma. Le biblioteche vennero svuotate, i reparti riorganizzati. Cassoni pieni di romanzi, di raccolte di racconti, saggi politici partivano versi le Discariche in periferia dove la carta dei vecchi libri veniva riutilizzata per i nuovi. Il successo delle Case delle Parole aveva distrutto le teorie di genere, registro e persino di forma letteraria.

Lucie Nox, l’ideatrice di tutto questo sistema, viene descritta come più potente del Grande, perché ha compreso come condizionare e gestire la massa, che con queste letture controllate sfogano tutti i sentimenti possibili che quindi non influenzeranno altri aspetti della loro vita o pensiero.
Lei stessa ha anche capito che gli Agenti devono essere analfabeti, essere appagati solo dagli agi e dal lusso concessi per fare al meglio il loro lavoro, perché se avessero interesse verso i libri potrebbero diventare deboli – cadere in preda a deliqui emotivi o iniziare a provare empatia verso coloro che devono controllare e punire.

Stilisticamente questo è reso molto bene anche mostrando la popolazione come qualcosa di magmatico, tutto uguale, isterico, senza personalità; altrettanto, gli Agenti sono riprodotti in serie, con il loro numero al posto del nome, tutti mossi dalla stessa ansia e brama di non perdere il loro prezioso ruolo.

C’è però la figura di 1075, il suo risveglio di coscienza, la presa d’atto, per quanto immatura, parziale, di cosa stia accadendo – non per nulla i vari passaggi che portano 1075 a cambiare interiormente gli fanno ricordare il suo nome, che inaspettatamente viene rivelato anche al lettore, come un segreto inconfessabile, un moto che desta qualcosa da tenere nascosto.

Un aspetto mi ha lasciato perplessa e non so se ho colto male io il messaggio dell’ultima parte del romanzo, se mi è sfuggito qualcosa, oppure se davvero questa è una distopia assoluta, ancor più angosciante di tante altre lette.

In libri simili, difatti, la presa di coscienza porta con sé una sorta di rivolta, piccola o grande che sia, che finisca positivamente oppure venga sedata e si ritorni in qualche modo allo status quo.

Ora, senza voler cadere in spoiler, mi è sembrato che in questo caso venga suggerito che, entro un sistema distopico risolutamente controllato, se anche qualche singolo elemento sgarra alcune regole, finché tale soggetto continui a comportarsi socialmente come prima, come se nulla fosse, anche l’errore, l’infrazione, sempre tenuta sotto stretta vigilanza perché non dilaghi, è tollerato. E il singolo, pur di non perdere la propria posizione, accetta questo tacito patto.

In questo senso il Potere ha doppiamente trionfato, perché non solo esercita la propria coercizione sulla massa appiattita e inconsapevole, ma riesce a condizionare e sopraffare persino chi potrebbe essere in nuce un pericolo.

Forse mi lascia così perplessa questo aspetto proprio perché somiglia fin troppo al contesto sociale odierno, ove le proteste sono per lo più caos organizzato e manovrato, e coloro che avrebbero qualcosa da dire, vuoi per stanchezza, timore o disillusione, non hanno più voglia o interesse a lottare davvero.
È il nostro oggi, la distopia è ora, un controllo superiore, qualunque sia il suo nome, ha davvero vinto.

My rating: 4/5

Cécile Coulon
La Casa delle Parole
Ed. Keller
Trad. Tatiana Moroni

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