Paul Beatty, “Slumberland”

La mia paga consisteva in quaranta marchi e una bustina di merdosa cocaina da discoteca avanzata dagli anni Settanta. Tirai in bagno, quasi aspettandomi di vedere Ziggy Stardust uscire da un gabinetto, strofinandosi le gengive con la polverina e lamentandosi con chiunque lo ascoltasse che la coca era più tagliata dei diritti civili di Sacco e Vanzetti.

slumberland-lightAnno 1989.
Ferguson W. Sowell, meglio conosciuto come DJ Darky, è un noto dj di Los Angeles, è dotato di un’eccezionale memoria fonografica e ha inventato il battito perfetto.
O quasi perfetto: gli manca ancora qualcosa, e per questo si trasferisce a Berlino per scovare Charles Stone, in arte Schwa, sassofonista dell’avanguardia jazz avvolto da un’aura mitica, con il quale vuole suonare il suo beat.

Raggiunta Berlino, Sowell si troverà di fronte una città inattesa, immensa e pullulante di vita. Ne rimane sorpreso, ma anche affascinato, perché sente di essere nel posto giusto per cogliere un nuovo battito, farlo proprio e creare una nuova musica, assoluta, unica.
La sua prima meta è lo Slumberland, bar e locale ove si fa musica e DJ Darky si fa assumere come jukebox sommelier.

Inizia così la sua avventura di uomo americano e di colore tra locali, vie, musica, ma anche tanti momenti al limite tra il realistico e il surreale, come il ritrovamento di strane videocassette, le relazioni con le donne bianche, la scoperta di nuovi gusti musicali e non da ultima la caduta del muro.
Questo è un momento cruciale e viene vissuto nel libro come un irrevocabile passaggio storico, sociale, ma anche individuale, sempre legato alla musica, che man mano sta cambiando.

Eroi. Idoli. Non sono mai come pensi. Più bassi. Più brutti. Più puzzolenti. E quando finalmente li vedi di persona, c’è qualcosa in loro che ti fa venire voglia di strangolarli a morte.

Il romanzo mi è piaciuto molto, è pungente, intenso, appassionante, un po’ folle e lo stile altrettanto frizzante, a volte sembra essere esso stesso musica, risuonare del ritmo perfetto del protagonista.

La storia è tutta narrata dal punto di vista di Dj Darky che è un molteplice outsider: americano, nero, musicista.
Le sue osservazioni sono quelle di un esterno che cerca di inerirsi in una comunità diversa dalla propria, e Beatty rende benissimo questa ricerca e la utilizza anche per sottendere una fine satira sociale in alcune sue pagine.

Il nostro protagonista che vagola da una parte all’altra della città, incappando in personaggi improbabili, avendo relazioni inconcludenti con donne bianche, ha un qualcosa di eroico, è un personaggio istericamente divertente e profondamente commovente allo stesso tempo, alle prese con la sua quête di epica memoria.
Sowell, infatti, è un uomo nero scagliato in un universo di bianchezza, ma non è la diversità che in ultima analisi lo rende un personaggio di profonda tristezza, bensì il dolore della non appartenenza, l’invisibilità dalla quale è circondato, che in qualche modo non sono problematiche soltanto sociali, ma anche personali – egli è alla ricerca di una sua nuova dimensione, di una verità personale.

Il ritratto del mondo postmoderno in un delicato momento di transito è tratteggiato nelle sue contraddizioni, difficoltà ad accettare l’integrazione e a evolversi. Beatty riesce a narrarlo con sottigliezza e acume, mettendo al centro di tutto la musica, che diventa colonna sonora della vita, imprescindibile.

My rating 4+/5

Paul Beatty
Slumberalnd
Ed. Fazi

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