Delphine De Vigan, “Giorni senza fame”

9788804645955_0_0_1602_80È complesso parlare di un romanzo il cui argomento principale coinvolge da vicino, tocca personalmente.

Giorni senza fame è il primo romanzo di Delphine De Vigan, allora pubblicato sotto pseudonimo, ed è un racconto biografico della sua anoressia, in particolare dei tre mesi di ricovero ospedaliero a cui si affidò per cercare di iniziare a guarire.

Il libro è breve, essenziale.
Forse a molti può sembrare addirittura un po’ asciutto, banale (che vocaboli dolorosi, in questo contesto!): non vi sono massime assolute, indottrinamenti, né scene costruite per far ridondare emozioni artefatte.

C’è Laure e il suo corpo. Il suo corpo che diviene un nemico, da mettere a tacere, da sfinire fino allo stremo. Da ridurre al minimo, no, meno, da far scomparire. Così forse scomparirà anche lei e qualcuno noterà che non c’è più. Oppure non interesserà a nessuno che lei esista o meno.

Quando Laure arriva al punto di non ritorno, qualcosa scatta in lei. Un campanello d’allarme?
Chiamatela resilienza, biologico attaccamento alla vita, ma si rende conto che deve cambiare o rischia di morire davvero.

In quel momento non sa se valga la pena provare a tornare indietro, ricominciare o semplicemente lasciarsi morire di fame. Cosa la attende, oltre?

Non c’è bisogno di morire per rinascere.

Grazie a un dottore e al ricovero, Laure molto lentamente riprende peso. Soprattutto, fa i conti con se stessa, incontra altre persone in situazioni simili alla sua, è messa di fronte alle sue paure e in particolare alla più grande: quella di guardarsi allo specchio.

C’è chi sostiene che chi diventa anoressico sia per scimmiottare le modelle dei media.
C’è chi pensa che soffrire di disordini alimentari sia incapacità di controllarsi.
Può essere, ma è molto altro. Molto di più.

È la fame della vita che non viene mai saziata. Fame di sentimenti mentre attorno hai il vuoto. E questa voracità ti scava dentro, ti assilla ogni minuto, diventa un’ossessione che prende di bersaglio il corpo.

Non so cosa voglia dire privarsi del cibo per molto tempo.
Ma conosco bene cosa significhi cercare di ingozzarsi di qualunque cosa, senza mai sentirsi sazi. Provare sensi colpa. Passare le ore cercando di vomitare cosa si è trangugiato, lacerandosi la gola con le dita, o ustionandosela con acqua bollente e sale (no, non aiuta a rimettere, non provate).
So come ci si senta a trascorrere le ore in un angolo freddo del bagno a piangere pregando perché tutte le calorie ingerite non vadano ad aumentare ancora il grasso che deturpa il corpo, a salire cento volte al giorno sulla bilancia – quel corpo nemico, che vorresti scomparisse, ma lo fai ingrandire sempre più perché qualcuno noti la tua esistenza.
Ingoiare, ingoiare – cibo, mai amore. Mai approvazione. Mai sostegno. Mai felicità.
La vergogna a vestirsi, a camminare per strada, a essere dileggiati dagli altri, a mangiare in pubblico, a sentirsi sempre gli occhi di tutti addosso e il loro giudizio.

Sono ricordi passati, periodi superati, ormai. Alcuni lo sanno, altri non lo immaginerebbero mai (dato che i più mi vedono come un iceberg anormale senza emozioni). Per alcune persone è motivo di vergogna, per me no. È parte di me. Ognuno ha il proprio passato, cose belle e brutte, i propri fardelli.

Le ferite restano, però.
Restano i segni fisici, così come le cicatrici interiori. Soprattutto quelle che non si vedono. Non si torna indietro da esperienze simili, nel bene e nel male.

Quell’anno ha lasciato in lei un segno indelebile, una cicatrice indolore. Il prezzo che ha dovuto pagare.

Per questo ho trovato questo libro così intenso, struggente.
Lo stile sobrio è altrettanto incisivo, sa raccontare con realismo e semplicità una testimonianza che non vuol ornarsi di facili moralismi, ma presentare cosa significhi una realtà ancora scomoda.

La De Vigan ha cercato di guardare a quel suo passato da fuori, mettendo in luce il suo malessere, i legami affettivi creatisi in ospedale e rende omaggio al medico che che le ha salvato la vita.
Una storia dolorosa però piena di speranza, perché l’autrice, che ne è uscita, vuol testimoniare che l’anoressia può essere superata, ma la guarigione può avvenire solo attraverso la lotta, la lotta per la vita.
Non mancano i momenti di incertezza, scoramento, regressione – la strada della ripresa è difficile, è ripercorrere a ritroso la radice dei propri sentimenti, scandagliarli e guarirli.
L’autrice mostra anche altre persone nell’ospedale in cui è ricoverata Laure, alcune in cura, altre che escono, altre che non ce la fanno e ricadono nella loro patologia – perché il male è subdolo, in agguato, e tanta la forza necessaria per sconfiggerlo una volta e altrettanta da impiegare per tenerlo a bada tutta la vita.

Allora Laure stringe tra le braccia quel corpo che brilla di tutta la sua solitudine.

Credo la De Vigan abbia voluto condividere la sua vita privata anche per essere di aiuto alle persone in situazioni simili che pensano che nulla li possa salvare: ciò che più odiano, ovvero se stessi, è l’unica possibilità che si abbia di non annegare definitivamente. Perché noi stessi è l’unica cosa che starà sempre con noi, fino all’ultimo giorno – sta in buona parte a noi decidere come.

My rating: 4/5

Delphine De Vigan
Giorni senza fame
Ed. Mondadori
Trad. Elena Cappellini

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2 pensieri riguardo “Delphine De Vigan, “Giorni senza fame”

  1. però anche siamo molto altro, che una storia di privazione. io voglio leggere altro, personalmente sono un po’ stufa di questi libri. e stufa che le persone soffrano una roba atroce per poi risolversi in un libro. e che le persone ancora TROPPO dentro la malattia non abbiano occhi che per questi libri, se e quando leggono altro che siano numeri, allora leggono parole “queste”. io personalmente il mio percorso di guarigione l’ho incanalato quando mi sono liberata di questa mentalità di riconoscersi “solo” in questo “vuoto che riempie”. ma riempie di parole seducenti e malvagie. quando ho alzato gli occhi da libri così e da storie così e da ecc ecc così, allora ho visto davanti a me una piccola strada da camminare per la mia vita, e staccando gli occhi dal conto del riso sul piatto, ho visto paradossalmente un piatto “pieno”, una fame da saziare, con la vita che mi piace, tanta, così tanta di cui ho perso il conto. ❤ un saluto caro!

    1. Io ho letto questo libro della De Vigan perché sto leggendo tutti i suoi romanzi tradotti in italiano (che parlano di tutt’altro). Sul tema avrò letto in vita sì e no 4/5 libri.
      Io la mia esperienza l’ho fatta tanti anni fa, ormai è passata, nemmeno ci penso spesso, anzi.
      Ah, amo leggere di tutto (o quasi, mi annoiano l’erotico e il romance, actually, ad esempio), per genere o argomento. Una lettura non mi svia dalla mia strada, per fortuna. Anzi, i libri hanno aiutato a salvarmela spesso, illo tempore.
      Un saluto caro a te, buone letture e buona vita. 🙂

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