Michele Mari, “Leggenda privata”

9788806228958“Specchio, specchio delle mie brame, qual è il maggiore scrittore italiano vivente del reame?”
Michele Mari, senza dubbio (per me, almeno), e questo suo ultimo libro lo conferma.

Cos’è Leggenda Privata?
Detto con parole normali una sorta di autobiografia particolare.
Con parole mie: uno dei più strabilianti trip mentali − acidi e lucidi al contempo, dolorosi ma mai patetici − attraverso il proprio passato che un autore possa dare alla luce.

Mari si mette a nudo sul palcoscenico di un teatro dell’assurdo, dove gli spettatori sono i lettori, avidi, mentre sulla scena si rappresenta il suo processo: lui alla sbarra degli imputati, giudici e testimoni surreali creature, spesso contraddistinte da pennellate orrorifiche, o i ricordi delle persone della sua vita.
Non è il Dottor S. de La coscienza di Zeno a costringere l’autore a scrivere la propria storia, bensì un’enigmatica e inquietante Accademia dei Ciechi.

Mari sa già cosa ne verrà fuori e con una singolare captatio benevolentiae avvisa il lettore che il suo sarà un romanzo dell’orrore, “un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo”.

Se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.
(Friedrich Nietzsche)

Tutta la storia è una magistrale danza funambolica tra le profondità recondite dell’autore, dalle pagine in cui ricorda il passato, a quelle figure temibili, allucinogene e talora spettrali lo mettono davanti al suo compito, portare avanti la narrazione.

Questi strani spettri sono quanto più mi ha affascinato del libro, non solo per la abilità con la quale sono descritti, immaginati, ma per la loro carica simbolica.
È indubbio che ciascuna di queste forme fantastiche grottesche di costo abbia una valenza metaforica plurima, non sempre facilmente svelabile, anzi, talora rimane alquanto oscura.
Sono forme dell’inconscio che hanno nomi curiosi e un po’ minacciosi (Quello dalle Orbite Vuote o Quello che Gorgoglia o anche Quello che Biascica), sono i timori, le reticenze nascoste nei meandri della mente, che da un alto spingono a far suppurare ciò che fu, il dolore incistato sotto i ricordi, costringersi ad affrontarlo con tutti i sensi.

I primi ricordi vanno alle due figure chiave della trama: freudianamente, il padre e la madre e “l’amplesso abominevole” che diede origine al nostro autore.
Si prosegue poi rievocando le umili origini dei nonni paterni emigrati dalla Puglia verso il nord d’Italia, descrivendo l’eccezionalità (nel bene e nel male) del padre Enzo a divenire un meritevole e famoso designer.
La personalità paterna è dominante nell’ambito familiare e mari la mostra come opposta, stridente, usurpante il carattere della madre, che si abbandona alle proprie fragilità, lascia soverchiare dal marito fino a svuotarsi di se stessa.
Entrambi i genitori sono i perni della sua esistenza – che Mari ne sia volente o nolente, o che da adulto in parte se ne sia distaccato, sono le mani che ne hanno plasmato l’essenza.

Ci sono altre presenze e momenti fondamentali, tuttavia, che costellano la via di Mari e lo segnano per sempre.

Impera tra tutti, la giovane cameriera della Trattoria Bergonzi che rapì il suo cuore di adolescente, di cui non conosciamo se non le caratteristiche che rimangono nell’immaginario di Mari (i talloni, gli zoccoli, i tatti un po’ grezzi e campagnoli), nemmeno il nome se non quello che lui si immagina (“Donatella-Ivana-Loretta”).

Ma sono tanti i personaggi, reali o un po’ improbabili, che affollano le pagine della storia, tutti visti attraverso la lente speciale del ricordo, del ripercorrere con i sentimenti di adulto ma le trepidazioni di fanciullo.

Si alternano momenti che fanno sorridere, tanti altri che pungono il cuore, ma la sofferenza non è mai sdolcinata, lacrimevole, enfatizzata: fa parte della vita, ad essa innestata, attecchita, imprescindibile, ma come qualunque altro momento.
Accorate, commoventi e stupende le pagine che ritraggono la madre, contraddistinte da una vena di soggezione e ammirazione quelle del padre – tutte traboccanti di mirabile immaginazione e vita.

Non ultimo l’utilizzo della lingua è uno degli aspetti che mi fanno venerare Mari. Arguta, colta, frammischiata di alcuni termini dialettali, ricca, unica.
E l’utilizzo di una terminologia colta, ricercata, costellata di vocali desueti e raffinati, talora arcaizzanti è assolutamente adorabile – e snob, cosa che ancor più mi delizia, in quanto non immediatamente accessibile a chiunque (esistono sempre i dizionari, sia chiaro).

La conclusione è affatto inattesa, lascia sbalorditi ma è perfettamente degna e in linea con tutto il senso profondo della storia – una catarsi personale, che con coraggio e credo anche un tocco eccentrico esibizionismo, Michele Mari porge, sornione ma sincero, al lettore.

My rating: 5/5

Michele Mari
Leggenda Privata
Ed. Einaudi

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2 thoughts on “Michele Mari, “Leggenda privata”

  1. Affabulatore erudito e raffinato è il termine che più gli si addice 😉 Prima di buttarmi sulle ultime pubblicazioni, mi piacerebbe leggere “Tu, sanguinosa infanzia”. Li hai letti questi suoi racconti?

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