Celeste Ng, “Little Fires Everywhere”

34273236-_uy700_ss700_Shaker Heights, sobborgo di Cleveland, sembra l’immagine della perfetta periferia americana: tutto è minuziosamente progettato, ordinato, dal layout delle strade, ai colori delle case, alla vita soddisfacente che i suoi abitanti sembrano condurre. E nessuno incarna questo spirito più di Elena Richardson e la sua famiglia benestante.

In questa scena idilliaca (forse?) arriva Mia Warren, artista enigmatica, madre single dell’adolescente Pearl, che affitta una casa dei Richardson.
Presto Mia e Pearl diventano più che semplici inquiline, soprattutto perché tutti e quattro i figli dei Richardson iniziano a gravitare attorno alla coppia madre-figlia.
Mia, però, ha alle spalle un misterioso passato, che potrebbe essere un disappunto per le regole rigide e formali della comunità nella quale cerca di inserirsi.
Già il fatto che Mia e Pearl vivano in maniera non convenzionale, spostandosi spesso da città a città, vivendo uno stile di vita un po’ artistico un po’ bohemienne, aveva messo in allarme la signora Richardson, che tuttavia si fregia del titolo di benefattrice e affitta la casa a Mia a un prezzo di assoluto favore, sentendosi una sorta di nuova madre o madrina per la donna, in grado di riportare sulla retta le anime perdute e bisognose di assistenza.
Il rapporto che si instaura tra le due donne non sarà affatto così semplice e inoltre l’introduzione della figlia Pearl nella famiglia Richardson creerà non poco scompiglio.

Su questa trama principale, se ne instaura una secondaria, allorché alcuni amici dei Richardson tentano di adottare un bambino di origine cinese: ne nascerà una battaglia per la custodia, che dividerà drammaticamente non solo la comunità, ma metterà Mia e Elena su schieramenti opposti. L’atteggiamento di Mia, il suo non spiegare i motivi di tanta ostilità all’adozione, farà crescere i sospetti nella signora Richardson, che sarà sempre più determinata a scoprire i segreti del passato della donna – un’ossessione che avrà risvolti inattesi per tutti, ma soprattutto costi inaspettati e devastanti per tanto per la famiglia Richardson che per Mia.

Il romanzo si apre con una scena molto forte: la casa dei Richardson che brucia, sembra per un incendio doloso, in un turbine di concitazione, preoccupazioni e domande su chi sia il colpevole (alcuni danno per scontato sia stata Pearl, altri sospettano uno dei figli dei Richardson, benché sia difficile credere che qualcosa di simile possa succedere nella famiglia ideale).

Il lettore così è già sottilmente avvisato e si capisce che è in atto un dramma domestico complesso, che l’immagine esteriore perfetta di quella comunità e dei Richardson non significano quello che sembra. C’è sempre qualcosa che si nasconde sotto la superficie.

Cominciando dalla fine e poi ripercorrendo le vicende fino all’inizio, è difficile in un primo momento immaginare come Mia e Pearl possano influenzare i Richardson in modo tanto significativo. Le une sono usualmente riservate e schive, mentre i Richardson sono il tipo di famiglia ricca, tipicamente americana, che sembra immune da qualsiasi problema reale.

L’abilità dell’autrice sta nello scovare le debolezze di ciascun personaggio, quasi esse rappresentino un ingresso per il dubbio, per il cambiamento allo stesso tempo, quindi esporle e farle crescere man mano che il personaggio si muove nella trama, cresce, prende decisioni.
Questo crea uno stato di tensione crescente, che a momenti pare stia quasi per esplodere, mettendo in luce come la perfezione sia solo uno stato apparente e allo stesso tempo lavorando e scavando nel dramma domestico.

Mirabile, quindi, non solo la caratterizzazione dei personaggi, credibili e realistici, ma soprattutto il loro evolversi e il loro interagire.
Quest’ultimo aspetto è fondamentale nel libro e nello svolgersi della trama, perché l’autrice lo utilizza per mostrare come le relazioni si influenzino tra loro, come ogni decisione abbia un effetto farfalla ben oltre le previsioni, possa condizionare altre persone, cambiare il corso degli eventi.
Ne faranno le spese entrambe le famiglie coinvolte, soprattutto i Richardson, a dimostrazione che
Non sempre al rigorosa pianificazione e il rispetto delle regole possono evitare disastri o drammi.
Tanti romanzi su drammi familiari o famiglie disfuzionali, si concentrano sulla psicologia individuale, mentre Celeste Ng è abile a mostrare un quadro più ampio, a mostrare appunto un complesso relazionale, di influenze reciproche, di silenzi o segreti e quanto possano ferire – il suo primo romanzo, Quello che non ti ho mai detto, aveva già mostrato questa sua peculiarità.

Non manca anche una sotto-trama dedicata all’adozione transrazziale, che oltre ad essere un tema caro all’autrice, aggiunge complessità e tensione alla storia, oltre a venire toccati altri temi quali la maternità, la crudeltà talvolta apparentemente insensata della gente comune, l’ingannevolezza delle apparenze.

Lo stile dell’autrice è scorrevole, ben misurato e gradevole.

Una nota a mio avviso un po’ stonata è rappresentata dallo spendere talora troppe pagine per una singola argomentazione o evento, soprattutto se marginali. Ne è un esempio il lungo flashback dedicato all’infanzia di Mia, che si dilunga in dettagli che distolgono dagli eventi principali.
Allo stesso modo, in alcuni passaggi, l’autrice si protrae più del necessario nel raccontare piuttosto che mostrare o fa esporre in modo un po’ prolisso il punto di vista di un personaggio.

Rimane da attendere la prossima opera di Celeste.

My rating: 4/5

Celeste Ng
Little Fires Everywhere
Ed. Penguin Press

*Ringrazio l’editore e Netgalley per avermi dato una copia dell’opera necessaria alla stesura di questa recensione*

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