Clemens Meyer, “Eravamo dei grandissimi”

Me lo sogno ancora adesso l’Eastside, e tutto quel periodo. Mi sembra quasi che l’anno dell’Eastside, anche se non è durato nemmeno un anno e prima erano già successe un mucchio di cose e tante ancora ne sono successe dopo, ecco, mi sembra che sia stato il periodo più lungo di quando eravamo ragazzi… o eravamo ancora bambini? E quando sogno di quell’anno, o ci ripenso, capisco che noi, allora, eravamo dei grandissimi.

260-eravamo-fronte-h

Eravamo dei grandissimi (Als wir traumten in tedesco, Mentre stavamo sognando) è stato il romanzo d’esordio di Clemens Meyer ed è la prima sua opera ad essere finalmente tradotta in italiano.
All’uscita fu accolto come una rivelazione e non posso che concordare che si tratta di un libro unico, stupendo, ma anche un vero pugno nello stomaco.

Ti ricordi?
Questo il presupposto per dare il via a circa 600 pagine di storia.
E storia in ogni senso, quella di una città, Lipsia, poco prima della caduta del Muro, di com’era la vita ai tempi della DDR e immediatamente dopo, ma, soprattutto, è la storia Daniel, Walter, Mark, Paul, Pitbull e Rico. Sono amici, sono compagni, sono abitanti della zona più degradata della città (il quartiere di Lipsia dove si svolge l’azione è sozzo, trascurato, decadente, quasi una zona di guerra), sono adolescenti già perduti.

È compito di Daniel Lenz, voce narrante e protagonista, ripercorre in frammenti correlati, non disposti in ordine cronologico, gli episodi di vita, dalla fine dell’infanzia, a buona parte dell’adolescenza e qualche sporadica finestra sull’età adulta – la sua giovinezza, insomma, nella Germania dell’Est, negli anni in prossimità del “grande cambiamento“.

Il racconto procede come un vortice che risucchia in un crescendo di violenza, disillusione, ma anche smarrimento e amarezza.
Con un linguaggio diretto, duro come quello che sta accadendo, mimetico della voce dei giovani di allora, Meyer racconta la storia estremamente realistica di questi amici delle classi inferiori, della periferia, tagliati fuori dalla possibilità del lavoro, del denaro, dell’amore, in un momento di transizione personale (l’adolescenza) e socio-politica (la fine del Comunismo).

Il lettore è travolto dalla scrittura e si trova sulla stessa scena dei protagonisti a trascorrere noiose giornate a scuola, a sopportare le esercitazioni da pionieri, esultare di nascosto per il fazzoletto da pioniere bruciato, osservare la diligente Katja per la quale Daniel ha un debole.
Poi, le ristrettezze della vita quotidiana, i genitori presenti, violenti o andati chissà dove – in ogni caso incapaci di gestire i figli e la famiglia, persino se stessi.
Assaggiamo pizza surgelata rubata da un negozio e scaldata in quel nuovo apparecchio infernale che è il microonde, ci ubriachiamo sul tetto di ritrovi clandestini sotto le stelle con squallido alcol di pessima qualità.
E le auto rubate, gli incontri di boxe, le partite di calcio della Chemie, i furti seguiti da rocambolesche fughe, quella discoteca illegale, la prima della città che per un periodo divenne la più celebre della zona, i bordelli, i tatuaggi illegali, la dolce Estrellita, tanto idealizzata da Daniel quanto era una piccola sgualdrina, una sigaretta dietro l’altra che brucia come la passione e il male di vivere.
Gli anni passano, il miracolo promesso con l’unione all’Occidente non accade, la lotta per la sopravvivenza è sempre più ardua, quindi non resta che smemorarsi in un crescendo di violenza, nella lotta tra bande, la droga, la reclusione in prigione, in scontri sempre più efferati, problemi sempre più estremi, fino alla disgregazione della banda, i sogni perduti, la fine delle speranze, la morte.

Anche se negli anni d’oro della giovinezza Daniel ricorda la bellezza di quei momenti, le notti oniriche in cui quei ragazzini si sentivano padroni del mondo, riconosce che tutto quell’eccesso era un divertimento che celava qualcosa di più oscuro e profondo, un pianto inascoltato, un disorientamento esistenziale fortemente correlato a quella società e a quel momento storico, uno smarrimento che li spingeva verso quella volontà di perdersi, distruggersi, spingersi oltre il limite.

In quel che facevamo avevamo sempre dentro un senso di smarrimento che non riesco a spiegare.

L’autore descrive le esperienze dei suoi protagonisti senza moralismi (non si cercano mai colpe o spiegazioni pseudo pedagogiche), senza pietà, in modo quasi brutale in questo incalzante susseguirsi di capitoli in apparenza sconnessi tra loro.
Essendo la realtà di questi giovani inafferrabile, non può essere ristretta a una storia lineare, ma solo consegnata come impressioni, come una serie di accadimenti, spesso traumatizzanti, che hanno lasciato ferite di fondo insanabili.
Il fatto che gli episodi non siano in ordine cronologico, poi, aumenta il senso di ricordo frammentario, a volte veritiero, talora immaginato, ma senza creare disorientamento, anzi, ho trovato fosse ancora più coinvolgente − come stringersi in una notte fredda, con una birra in mano, ad ascoltare il rammentare di un Daniel adulto, che non versa lacrime perché la morte di ogni speranza le ha prosciugate tutte.

Si è sospinti a chiedersi perché questi ragazzi abbiamo continuato a correre verso l’abisso, se vi possa essere stato qualche spiraglio di salvezza.
Sì, forse in alcune pagine si intravede un piccolo margine che avrebbe potuto essere un punto di svolta: ma la vita è spietata, gli eventi precipitano ad affogare in una squallida quotidianità e nel dolore, così come i personaggi, così abituati alla violenza, al crimine, non conoscono ormai altra risposta a qualunque situazione. Come il lettore presto presagisce che non vi sarà lieto fine, anche i nostri ragazzi sembrano percepirlo nelle viscere e, benché non vogliano immediatamente ammetterlo, assumono questo atteggiamento di sfida e rabbia verso il mondo (tipico adolescenziale, ma portato all’estremo), fino all’auto-annientamento. Meglio soffrire e distruggersi per qualcosa di concreto, vile, che per strazianti illusioni, per sogni rubati, promesse inattese.

Ancor più rilievo prendono i momenti di dolcezza, umanità, rappresentati dalla strettissima amicizia che lega i protagonisti, la loro lealtà l’uno verso l’altro – non hanno altri che se stessi in un abisso di solitudine devastante e quegli amici compagni di un girone infernale senza scampo.
Così come strazianti sono i passaggi nei quali si mette a fuoco cosa questi sognatori falliti sono diventati sul finire dell’adolescenza, le cicatrici che si portano dentro ben più importanti e dolorose di quelle sul corpo. Sono attimi di riconoscimento, brevi ma estremamente intensi: quasi Daniel riuscisse a vedere lucidamente cosa sono diventati rispetto a quello che erano e che ormai potrebbe non esserci più luce alla fine, niente a cui aggrapparsi – se non voltare lo sguardo dall’altra parte e gettarsi in una nuova rissa più letale e pericolosa, bere fino allo stordimento o farsi di droga e non sentire più nulla.

Rientrò senza accorgersi di me. Il verde dell’accappatoio scomparve oltre una porta. Mi voltai e uscii senza salutare. Mi sedetti sul bordo del marciapiede e buttai la sigaretta. Chiusi il giubbotto. Era una notte fredda, si vedevamo tantissime stelle.
Il portone alle mie spalle si aprì. Rico venne a sedersi di fianco a me. Fissammo le case buie sull’altro lato della strada. Passò un taxi con l’insegna accesa. Rico balzò in piedi e lo chiamò.
“Andiamocene a casa, Dani”.
Salimmo, Rico gli diede i nostri indirizzi e l’auto partì.
Viaggiammo in silenzio.

Diversi capitoli ruotano attorno a vicende quasi irrilevanti, oppure alcuni avvenimenti carichi di tensione finiscono nel nulla, situazioni che possono lasciare il lettore frustrato perché vorrebbe saperne di più, capire la correlazione tra i vari capitoli e quei salti temporali, soprattutto conoscere cosa ne è stato “dopo” di questi ragazzi.
Ma invano.
Scopo di Meyer non è dar vita a uno studio sociale, ma far mostrare con spietata autenticità uno scorcio di vite, cosa che rende questo libro unico – e doloroso.

Una tale veridicità inevitabilmente fa chiedere se l’autore stesso abbia vissuto esperienze simili, dato che egli è proprio cresciuto a Lipsia.
Ogni suo personaggio è difatti incredibilmente profondo e accurato, anche se non se ne dà evidenza immediata, ma la personalità, l’interiorità ne esce e cresce durante la lettura, man mano che li conosciamo meglio in tutte le sfaccettature della storia. Ciascuno di loro è una figura autentica, ma carica anche di una valenza universale, senza scadere in stereotipi.

Meyer riprende lo scheletro del classico romanzo di formazione e lo frantuma per far aprire gli occhi al lettore, ignaro: non vi è una maturazione educativa o una prospettiva di cambiamento, bensì la folle corsa clandestina verso l’abisso di questi protagonisti ideali e mai idealizzati, la cui vera lotta è per sopravvivere, per essere diversi, per essere grandissimi e seguire i propri sogni. La realtà, però, un muro che non può essere abbattuto, e Daniel, Walter, Mark, Paul, Pitbull e Rico – antieroi perduti, commoventi e impareggiabili – rimangono vittime dell’ambiente in cui crescono, vivono, in un momento di sbando socio-politico in cui tutto sembrava possibile, invece la ricostruzione era ancora lontana.

Clemens Meyer
Eravamo dei grandissimi
Ed. Keller
Trad. R. Gado – R. Cravero

Annunci

2 pensieri riguardo “Clemens Meyer, “Eravamo dei grandissimi”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...