Toulouse-Lautrec: la Belle Époque (mostra presso l’AMO “Arena Museo Opera” – Palazzo Forti, Verona)

toulouse_lautrec_henri_8Il “resuscitato” Palazzo Forti, ops, ora dall’altisonante appellativo AMO, ospita una nuova mostra, tutta dedicata a Toulouse-Lautrec.
Dopo la precedente, monografica di Tamara de Lempicka (da allora hanno cambiato di nuovo ingresso al museo e la sottoscritta infatti stava scardinando la porta sbagliata…), pare che questo luogo abbia ritrovato un pochino la dignità di spazio espositivo, benché temo siano definitivamente tramontati gli anni delle illuminate e meravigliose esposizioni di arte contemporanea e delle avanguardie, anche dei nostri giorni, che hanno allietato i miei anni tra superiori e università (preistoria, ormai). Sigh.

Impressione generale: buona, non eccezionale.
Buon allestimento, curata bene, scelta di opere più che discreta (tutte provenienti dal medesimo museo, non quindi una vera e propria selezione mirata). Godibile, senza dubbio.

Le sale ripercorrono i temi salienti della vita e delle opere d’artista.
È stato interessante soprattutto approfondire alcuni aspetti della sua vita e produzione che finora conoscevo solo superficialmente.

Toulouse-Lautrec è stato il primo artista ad elevare la pubblicità allo status di arte. Sembra scontato, ma in realtà, all’epoca, si assisteva al fenomeno dell’artista che non aveva più mecenati e committenti stabili (erano radi discontinui il più delle volte, che fossero privati o governo), pertanto spesso viveva di poco, in povertà o grazie qualche lavoro diverso dalla produzione artistica.
Lautrec non aveva difficoltà economiche a vivere: grazie di sicuro al suo talento, ma anche all’abilità di instaurare rapporti d’affari, ha fatto diventare la tecnica dell’illustrazione, della litografia (soprattutto per locali notturni, giornali satirici, ecc.) qualcosa di unico, di valore, un’opera d’arte a sé – aprendo così le porte per grandi artisti commerciali da Alphonse Mucha a Andy Warhol.
La sua breve carriera – dovuta a una morte prematura – coincisero con l’affermarsi della stampa moderna ed egli ne fu indiscusso personaggio di spicco.

Lasciando da parte quanto si può leggere un po’ ovunque sulla vita e sulle opere dell’autore, devo dire che l’utilizzo del colore da parte di Lautrec è sempre di grande effetto, tanto più visto in riproduzioni di grandi dimensioni.
Non per nulla, fu proprio lui ad apportare significative innovazioni nella realizzazione di immagini pubblicitarie: Toulouse-Lautrec passò dall’uso classico dei tre colori fino a utilizzarne quattro, e in seguito persino sette o otto, con nuove tecniche che permettevano di accostare larghe campiture di colore, mai piatte, un uso del giallo, dell’ocra e dell’oro quasi abbacinante (come le luci dei locali che frequentava e ritraeva), rendere vive anche su poster riproducibili la sensazione di pennellate di colore sciolte e sfrontate.
L’abilità formidabile nel tracciare contorni veloci, decisi, per disegnare figure sempre con un tocco caricaturale, si nota soprattutto nei suoi schizzi e disegni, ove con pochi tratti riesce a dar vita a una scena, a un ritratto inconfondibile.
La combinazione di questi due componenti mostrano altresì l’influenza delle stampe nipponiche nella sua arte – le aree di colore piatto, i contorni decisi, le sagome fluide, le composizioni viste da angolazioni oblique.

Grazie a queste perizia, l’artista riesce a rendere in maniera stupefacente la vita urbana della Parigi di fine Ottocento, nei suoi aspetti più sfavillanti, nel suo tripudio di energia, ma anche nei momenti di stanchezza, nelle contraddizioni e chiaroscuri: ci ha reso una testimonianza storica della Parigi forse più verace, quella notturna, informale, ove brulicava la vita e mescolanza di ogni classe sociale.

Toulouse-Lautrec amava intensamente i cabaret, i teatri, i bordelli, ancor più chi vi lavorava, e i li frequentava assiduamente.
Additato fin da bambino come un freak a causa della sua disabilità, egli amava tutta quella compagine sociale ai margini, gli outsider – ballerini, acrobati, prostitute… Costoro erano la sua famiglia, le persone con le quali si sentiva se stesso, i suoi pari, coloro che più volentieri e con maggior partecipazione emotiva ritraeva – lui, piccolo e dalle game deformi, lontano dal centro della scena, vedendo gli altri senza essere visto.
In questo senso Toulouse-Lautrec fu perfettamente in linea col motto dell’epoca, del fare della propria vita un’opera d’arte, rendere la propria arte inseparabile da una vita leggendaria.

Ciò che traspare dalle sue sgargianti litografie non è sempre allegria: immortalati in un momento fugace, i lineamenti del volto, lo sguardo dei suoi personaggi restituiscono anche un velo di tristezza, di stanchezza sotto la maschera di luci e risate eccessive. È il piacere a tutti costi, servito e mercificato per il godimento altrui, che i media propagandano nella sua sfavillante frivolezza, nascondendo la verità che sta dietro le quinte.

aaeaaqaaaaaaaapvaaaajda1ndu2mta2ltg2otmtndkxzs04ogm5ltfhymu2ywezzmqyoqIn Lautrec è del tutto assente qualsivoglia forma di moralismo o romanticismo. Donne e uomini sono di carne e sangue, spesso, come accennato, caratterizzati da tratti più grotteschi o caricaturali che estetizzanti.
Non vi è nemmeno alcun intento di utilizzare l’arte per innalzare a virtù il vizio, bensì di osservare e testimoniare la realtà che vedeva, che viveva, attraverso un insolito grado di percezione.
Questo è evidente soprattutto nei ritratti che esulano la produzione ufficiale, ma raffigurano soprattutto donne in momenti privati e trasmettono una sensazione più intima, il saper osservare con oculata attenzione ai dettagli – la posizione di una mano, un luccichio negli occhi, la sinuosità dei contorni rendono in toto l’interiorità e l’intensità del soggetto ritratto.

Questo è quello che maggiormente mi ha trasmesso la mostra: Lautrec prende atto del nuovo contesto sociale che è andato formandosi, lo ritrae per quello che è, senza giudizi né pregiudizi. Soprattutto, l’espressione artistica rende pari dignità ai personaggi e luoghi ritratti: gli emarginati, i freak, scene di ballo o teatrali hanno lo stesso diritto, la stessa dignità di essere immortalati quanto qualunque altra classe o contesto sociale.

L’arte esce dai palazzi e dalle dimore sontuose, entra nei café chantant, nei teatri, nei bordelli, nei circhi, s’ubriaca di assenzio, canta a squarciagola, si inebria di profumi esotici, piange di malinconia sotto la maschera dorata del riso, ma finalmente pulsa di vita vera, anche se solo per qualche attimo di piacere in un’esistenza di tormenti.
Perché la Bellezza salverà il mondo – e non certo la bellezza classica, rigida e accademica, ma quella imperfetta, consapevole, intrisa dell’afrore di passione e di vita.

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