László Krasznahorkai, “Satantango”

9788845283291Satantango di László Krasznahorkai rientra nelle mie scoperte libresche fatte a caso – sia lodato Goodreads.
Innegabile che il titolo mi abbia attratto come una lamia che scorge un paffuto bambinello, se vi si aggiunge la quarta di copertina, ambientazione e trama… Mmm, curiosità catturata.

Di questo romanzo si potrebbe disquisirne per ore senza venire a capo del suo vero significato, del suo profondo intento.
Romanzo visionario di uno scrittore particolarissimo, Satantango si presenta fin da subito come un romanzo circolare, nel suo complesso, ma anche nel suo stesso interno – somiglia a una centrifuga e a una spirale, che ora sale, ora scende, trascinando con sé personaggi e lettore.

La trama in due parole è banalissima: nella campagna ungherese, in un’epoca un po’ senza tempo ma al tramonto del comunismo, una comunità di individui trascina un’esistenza senza speranza in quello che resta di una cooperativa agricola. Tutti vogliono andarsene e sperano in un futuro migliore grazie al denaro che riceveranno dalla chiusura della fattoria.
Ecco, però, che si diffonde la notizia che il carismatico Irimiás, sparito due anni prima e dato ormai da tutti per morto, stia per tornare: inizia così il periodo di attesa prima, e poi di presenza di quest’uomo, che avrà pesanti conseguenze per tutti.

Prima cosa che ho amato tantissimo è lo stile, soprattutto nelle descrizioni, che congiunto al fluire dei paragrafi come blocchi compatti per ciascun capitolo, fa immediatamente intendere l’originalità, la profondità del tutto peculiare (così tremendamente seria da sfociare nell’orrorifico e altrettanto mefistofelicamente sarcastica) di questo straordinario scrittore – leggerò di certo altro di lui.

Le descrizioni sono feroci, grette, realistiche. Mi ricordavano certi quadri seicenteschi dei bamboccianti, con quel gusto al limite del morboso nel ritrarre deformità, sporcizia, quasi a sottolineare un sudiciume, una trasandatezza interiore, non solo esterna.
E quel soffermarsi sugli oggetti, così minuziosamente: nessuno troppo banale per lo sguardo dello scrittore, perché anche le cose sono simbolo o correlativo oggettivo che rispecchia il vissuto e l’interiorità dei personaggi.
I particolari descrittivi sono scolpiti in modo tale da eccellere nella loro efferatezza, talora statuari, definitivi, eccellono nella grandezza dello squallore.
Soltanto lo stile e le descrizioni dimostrano come László Krasznahorkai utilizzi ogni arma narrativa a sua disposizione per seminare simboli, allegorie, plasmare un’alienazione del ventesimo secolo espressa in forme quasi medievali.

“Volevo accendere la luce, la lampadina era scoppiata ed era morta.”

Allo stesso modo troviamo i personaggi, meschini, ignoranti, chiusi nel loro piccolo mondo (antico, aggiungerei, perché ormai al declino), nel proprio egoistico io materialista.

Dopo la lunga attesa che senza dubbio richiama il Godot di Beckett, tra loro torna Irimiás – come un risorto, un profeta perduto, colui che libererà quella gente da povertà e dalla loro stessa condizione.
Ma chi è davvero costui? Un novello Mosè, il Diavolo sotto mentite spoglie, un Redentore… Tutto e nulla, rimane volutamente ambigua la figura di quest’uomo – che forse altro non è che la speranza umana, o l’illusione, che smuove l’animo per far sognare qualcosa di diverso, ma lo mantiene nell’inerzia perché la realizzazione di qualcosa potrebbe significare delusione, nuove prigionie – non per nulla la situazione in cui sono impaludati i personaggi viene definita letteralmente “rete ipnotica disegnata da loro stessi”.

Irimiás è un personaggio che non lascia indifferenti, ci sarebbe da dilettarsi ore su cosa rappresenti in tutte le sue sfumature e accezioni. Nel mio personale trip mentale, molto mi sono soffermata sulla sua valenza “religiosa”: è indubbio che lo scrittore abbia attinto alla tradizione per dipingere Irimiás, ma in ultima analisi egli è il Satana blanditore o il Cristo salvatore? Come non mai le due figure, sovrapposte a quella del personaggio, mi sono sembrate affini, una sorta di Giano bifronte della religione: la loro dialettica arguta, promesse non mantenute hic et nunc ma in vista di un domani fumoso che deve venire… Una delizia sarebbe approfondire vie teologiche alternative – intanto rimbomba un tuono e mi arriva la scomunica, finalmente!

E non pochi sono i richiami, a mio avviso, anche al Vangelo: le pecore (le persone), nonché la figura di Estike, la bambina (in cui crudeltà e innocenza convivono in un realismo e lirismo destabilizzante – quelle a lei dedicate sono state pagine per me inaudite, mi hanno fatto malissimo) la cui ventura sembra dover essere sacrificio per l’inizio del risveglio della gente, ma, si badi, è l’immolazione di una creatura niente affatto innocente, anzi.
Allo stesso modo, sottolineo, tutti gli abitanti del luogo non sono affatto innocenti, grufolano in quel clima di cospirazione allucinatoria, di malvagità insita e soppressa in loro stessi, ove il peccato e il vizio che li corrode è pronto a sfogarsi appena se ne abbia l’occasione. Sono anime recluse imbruttite dalla fatica, anime intrappolate non solo in quel villaggio, ma nel tempo stesso.

Ecco che torna un altro dei temi del romanzo, il tempo, che lo scrittore prende a braccetto per irridere e riflettere, richiamandone la struttura circolare, come dicevo all’inizio, e non per nulla l’ultimo capitolo dei 12 si intitola “il cerchio si chiude”.

“Gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell’eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l’assurdo per necessità.”

Ma se questo è un libro sulla Rivelazione, la rivelazione finale non c’è. O, forse, è tra le righe, per il lettore da scovare o solamente supporre, grattando la superficie di qualche immagine, attendendola… Probabilmente invano, perché è tutta un’illusione, una beffa, e si ricomincia da capo il ballo (termine che non cito a caso).

László Krasznahorkai gioca con l’apocalisse, ci ride sopra, schernisce i suoi stessi personaggi che come topi da laboratorio cercano un’uscita dalla loro miserrima esistenza, ma allo stesso tempo piange con loro, ne documenta e urla la cecità, le ristrettezze, ne vuole il risveglio, una condizione più degna.

Irretisce e affonda la lama, spiazzando:

“Dio è stato un errore. Perché ho capito che tra me e un insetto, tra un insetto e un fiume, tra un fiume e un urlo che lo scavalca, non c’è alcuna differenza. Tutto è vuoto, senza senso, funziona solo a causa della pressione di una fluttuazione caotica, senza tempo, ed è la nostra immaginazione, e non il perpetuo fallimento dei nostri sensi, a portarci verso la continua tentazione della fede, nella speranza che prima o poi riusciremo a evadere dai nostri miseri rifugi. Non c’è scampo.”

Un libro che credo si possa amare oppure odiare senza molte mezze misure, che necessita e merita riflessione; non è un “lettura e basta”, meno di altre, almeno.

E sarebbe bello vedere l’omonimo film da esso tratto del regista Bela Tarr… ma dura qualcosa come sette ore, perciò direi che è un po’ impegnativo.

My rating: 4.5-5/5

László Krasznahorkai
Satantango
Ed. Bompiani
Trad. Dóra Várnai

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2 pensieri riguardo “László Krasznahorkai, “Satantango”

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