Elizabeth Jane Howard, “Il lungo sguardo”

lungo-sguardo-lightElizabeth Jane Howard, scrittrice pressoché sconosciuta in Italia (benché qualcosa stia cambiando grazie alla traduzione in corso di una delle sue maggiori opere, The Cazalet Chronicles), è una raffinata narratrice, che sa scrutare con discrezione ma accuratezza l’animo umano e le dinamiche interpersonali.

Quello che forse è considerato il suo capolavoro è Il lungo sguardo.
La storia si apre su una Londra del 1950, a casa del signor e della signora Fleming, Conrad e Antonia, sposati da 23 anni. Hanno due figli: Julian e Deidre, dai caratteri opposti, uno controllato ai limiti dell’impassabile, con le sue rigide idee dello status quo sociale dell’uomo e della donna, l’altra vulcanica, volubile e passionale. Julian sta per sposarsi, mentre Deidre passa da un invaghimento all’altro.
Le scene iniziali sono incentrate nel salotto di casa Fleming, la sera della cena in cui verrà ufficializzato proprio il fidanzamento del figlio Julian.
Queste prime pagine lasciano un po’ attoniti, a tratti quasi infastiditi per la messa in scena di un momento familiare tanto (o, meglio, troppo) ordinario da rendere il momento quasi straniante, che persino la stessa autrice sottende sia un evento formale, di mera apparenza, tedioso, prevedibile fin nei minimi dettagli – personalmente mi sono venute in mente alcune scene del dramma Casa di bambola di Ibsen.
L’elemento di rottura con questa patinata compiutezza borghese è l’attesa del capo famiglia, il signor Conrad Fleming, in quanto la stessa Antonia non sa se si presentarsi alla cena che egli stesso ha richiesto e organizzato.
L’attesa di Conrad iniziano a lasciar intuire che dietro la forma la famiglia Fleming è scossa da emozioni e dinamiche complesse, di vecchia data.

Quando il signor Fleming si presenta e si svolge la cena, non senza momenti difficili, il focus su Conrad, che viene man mano rivelato per un uomo dalla difficile personalità, elaborata e irriverente, si iniziano a vedere i personaggi, in particolare Antonia, sotto una luce diversa, dietro la maschera di convenzioni sociali che ormai faticosamente indossa.
E se proprio Antonia inizialmente risulta quasi irritante, man mano appare una verità più complessa, quella di una donna non senza colpe e difetti, ma ormai inaridita dopo 23 anni di matrimonio, esaurita dal comportamento del marito, che vive la sua vita con la sua amante senza quasi preoccuparsi più di nulla e nessuno.

Antonia cerca di tener saldi gli ultimi frammenti di una futile apparenza con la sua triste accettazione, puntando tutto quella cena, quell’ultima cena (alcuni momenti ricordano fortemente degli atteggiamenti de La Signora Dalloway di Virginia Woolf), in cui forse la famiglia poteva tornare ad essere unita e felice, almeno per poco, mentre l’occasione serve solo per rivelare un matrimonio patologico, svuotato di tutto, quasi pure della superficie, che fa salire in gola ad Antonia l’amara consapevolezza che dopo i primi tre anni, i restanti venti sono serviti solo a battagliare la noia e che tutti quelli a venire potrebbero essere anche peggio.

Mirabilmente l’autrice rivela tutto questo non tanto con le parole, ma con i gesti dei protagonisti. In particolari, indimenticabili le movenze della signora Fleming mentre con una voluta e strenua rigidità dispone le stoviglie, sistema casa, prende in mano oggetti comuni in uno stato che pare di stordimento, frastornamento.

Da questo momento le parti successive del romanzo scorrono a ritroso nel tempo, mostrando come si è costruita – e corrosa – tale relazione: nel 1942 durante il tempo di guerra quando i Fleming sono sposati, nel 1937 durante una vacanza in Francia, allorché emerge come Conrad fosse incapace di sostenere l’intimità familiare e lui affronta una crisi delle prime nel suo matrimonio. Poi si va al 1927, quando si sono sposati i Fleming e la loro luna di miele a Parigi. Infine, si è nel 1926, ove conosciamo una timida diciannovenne Antonia, oppressa dalla madre e dalle sue costanti critiche.

È proprio quest’ultima parte a farci capire molto degli schemi psicologici della protagonista, come l’illusione di una libertà, di un sentimento, l’abbiano fatta precipitare in un matrimonio ove non è stata altro, per un breve tempo oltretutto, che una bella bambola, un orpello per un uomo che voleva costruire soltanto una facciata sociale di adeguato livello.

Il romanzo, pertanto, non è solo un lungo sguardo su cosa possa essere la vita matrimoniale, ma un’acuta analisi su come l’educazione, le illusorie velleità, i modelli mentali acquisiti, il retaggio familiare portino da una gabbia all’altra, da un’insoddisfazione alla successiva, allo svilimento di sé e, soprattutto, a una profonda solitudine – anche in una famiglia.

Il personaggio di Antonia, così bella e altrettanto perduta, suscita al contempo rabbia e strazio, la si vorrebbe svegliare da quel torpore passivo che la costringe all’infelicità – un’infelicità voluta, alla fine, perché la donna non riesce a prendere in mano la propria vita davvero, ad affrancarsi da quanto la opprime interiormente, dalle sue paure e dal suo passato, nonostante il suo animo sarebbe passionale e combattivo.

Un romanzo che dice sottilmente molto di più di quanto non appaia superficialmente, come la cena con la quale si apre: un allestimento perfetto di un salone e di una tavolata attorno alla quale siedono degli involucri sviliti da se stessi.

My rating: 4.5-5/5

Elizabeth Jane Howard
Il lungo sguardo
Ed. Fazi
Trad. Manuela Francescon

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