Delphine De Vigan, “Le ore sotterranee”

9788804608592_0_0_311_80A sera inoltrata, ascoltando le eteree e mistiche musiche di Eivør, cerco le parole per descrivere il mio primo romanzo di Delphine De Vigan, Le ore sotterranee.
Scoperto per caso, ovviamente il titolo è stato una calamita, la quarta di copertina ancor di più.

E sì, saper scolpire il senso di solitudine e la disperazione con classe e incisività è un dono di tanti scrittori francesi, tra i quali anche appunto la De Vigan.

Il romanzo si svolge nel corso di un solo giorno (come in un’opera teatrale classicamente aristotelica), il 20 maggio, giorno che una sensitiva ha predetto a Mathilde, madre, vedova e lavoratrice, sarebbe stato di svolta e durante il quale avrebbe incontrato un uomo speciale.
Mathilde si accinge ad affrontare almeno quella giornata con rinnovata curiosità, sperando in un cambiamento durante un periodo difficilissimo, in particolare sul posto di lavoro, ove da mesi sta subendo un atroce mobbing da parte del suo superiore, Jacques, che la esautora, mette in disparte, umilia pubblicamente.
Prima di uscire di casa, il ricordo di quando sapeva ancora sorridere con la famiglia – scena atroce, momento struggente che fa collidere memoria del passato, l’aspettativa di una speranza forse assurda e il susseguirsi di giornate presenti che cadono via a via a pezzi.
Nel frattempo, altrove a Parigi, Thibault, medico d’urgenza, gira la città da un capo all’altro per visitare pazienti malati, spesso sconosciuti, mantenendo un distacco che va oltre la professionalità, ma si fa ricerca (inconsapevole?) di arroccarsi ancor più nella propria solitudine. Lui inizia quel 20 maggio rompendo la relazione con la sua amante, senza sapere perché – forse solo per non affezionarsi troppo e un giorno perderla, convinto com’è che lei non lo ami abbastanza. Quindi si mette a fare il suo lavoro, a rispondere alle chiamate di servizio in uno stato d’animo che oscilla tra collera e sconforto.
Torniamo a Mathilde, al suo nervosismo, che attende trepidante la metro, vaga con lo sguardo attorno, attendendosi il miracolo promesso. All’improvviso, nella ressa delle ore di punta, una donna cade e lei, d’istinto, la aiuta. Per timore che sia qualcosa di grave, viene chiamato anche Thibault in qualità di medico, che arriva il prima possibile, un istante dopo che Mathilde se n’è andata.
In ritardo al lavoro, Mathilde scopre l’ultima tirannia di Jacques, che l’ha spostata fuori dal suo ufficio, in un posto avvilente nei pressi del bagno degli uomini, senza accesso al computer e privata di tutte le sue responsabilità.
Così la storia prosegue: Mathilde alla ricerca di una via di fuga dalle angherie di Jacques attraverso l’intrico kafkiano aziendale, Thibault tra le strade della città travolto da un carico di lavoro estenuante di pazienti la cui vita è avvizzita nella malattia e nella disperazione.
Entrambi corrono nel proprio piccolo mondo quotidiano, ratti in gabbia, sentendo man mano scivolar via la prospettiva di un qualsiasi dopo, ma ancora con il bisogno di aggrapparsi a qualcosa. Turbinano su se stessi, attraverso il labirinto dei cunicoli della metropolitana, tanto abbacinati da luci al neon quanto sfregiati da angoli pecei – puri sbalzi di chiaroscuro barocco – incrociandosi per un fuggevole istante [spoiler] ma senza incontrarsi mai [/spoiler].

Più che la storia in sé, sono le emozioni, le atmosfere che la scrittrice incide nell’animo del lettore che rimangono indimenticabili.

La De Vigan ha un talento incredibile per la parola, la narrazione. Sa tessere scene apparentemente ordinarie nelle quali scolpisce un dettaglio appariscente o l’emergere di un’impressione che lascia senza fiato. La sua trama tiene il lettore costantemente all’erta, e grazie a un linguaggio calibratissimo gli fa capire che ogni pagina richiede attenzione, ma soprattutto anche la più banale, quotidiana immagine è un invito all’introspezione.

Questo libro non esula da tutto ciò, ma sa essere inoltre davvero disturbante in tante scene (nella metro, nell’ufficio di Mathilde, nelle stanze visitate da Thibault), che trasmettono un senso di asfissiante claustrofobia, un’assoluta mancanza di via d’uscita – e di speranza, di conseguenza –, quasi un orrorifico grido di rabbia e desolazione contro la propria vita che vacilla, crolla, soffoca da dentro.
E ogni ingresso, o calata che dir si voglia, in cotali meandri oscuri non può che richiamare la più classica delle discese all’inferno – del proprio io, dell’esistenza stessa –, solo che la redenzione sembra impossibile, e le stelle assurdamente irraggiungibili.

Un ultimo pensiero che sottilmente assilla il lettore fino all’ultima pagina: [spoiler] perché Mathilde e Thibault non si incontrano?
Le soluzioni potrebbero essere diverse, banalmente la beffarda crudeltà del destino che potrebbe avvicinare queste due anime, invece le mantiene distanti.
Tuttavia, mi sono chiesta: se anche si fossero incontrati, così sprofondati ognuno nel proprio abisso, si sarebbero riconosciuti, addirittura amati? Ancor più tragicamente, forse no. [/spoiler]

Romanzo straordinario, ritratto perfetto dell’angoscia e del tormento dell’anima umana, della (vana?) speranza nel buio senza fondo.

My rating: 4.5-5/5

Delphine De Vigan
Le ore sotterranee
Ed. Mondadori
Trad. Marco Bellini

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2 pensieri riguardo “Delphine De Vigan, “Le ore sotterranee”

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