Chimamanda Ngozi Adichie, “Americanah”

978880620101graIniziando Americanah, credevo di avere tra le mani un semplice romanzo, per quanto ben fatto, scritto dalla celebrata autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, invece mi sono trovata davanti a qualcosa di molto più profondo e complesso.

Fin da subito, ci tengo a sottolineare che questo libro travalica il diversity per diventare un vero e proprio romanzo di letteratura quasi più che di narrativa, perché l’essenza di quello che trasmette, affronta e comunica, trascende una determinata cultura (quella nigeriana, nello specifico) per diventare anche universale, comune a tutti gli uomini.

Con Americanah l’autrice attraversa generi differenti (contemporary, romanticismo, commedia di costume, romanzo di idee), tre nazioni (Nigeria, Gran Bretagna, Stati Uniti), e, all’interno di ciascuna, un ampio e variegato spettro sociale. Si tratta di un libro sull’identità, la nazionalità, l’etnia, la differenza, la solitudine, l’aspirazione e l’amore, ma non quali entità distinte, bensì nelle complesse relazioni combinatorie che si intrecciano nella vita reale.

Dopo qualche scena concitata in apertura, la storia si focalizza subito su Ifemelu, in viaggio verso Trenton (USA) per farsi fare le treccine da “africana”, ma di un tipo specifico, che richiede parecchio tempo.
Questo spunto, apparentemente banale, nasconde già non pochi spunti per differenziare le voci narranti e il loro sostrato socio-culturale, ma è anche l’avvio della narrazione che occupa buona parte del romanzo, colma di ricordi, flashback, riflessioni a posteriori sulla vita finora trascorsa di Ifemelu, ovviamente concentrandosi su alcuni aspetti in particolare.

La storia inizia quasi venti anni prima, in Nigeria, quando l’adolescente Ifemelu e un ragazzo di nome Obinze si innamorano. Sono sprazzi di vita gioiosi, luminosi, traboccanti di colori, profumi, speranze ed emozioni, come le sensazioni dei due giovani, del tutto opposte a quello che allora era lo stato nigeriano, governato da corruzione e inefficienza, cose che fanno sì che tanti giovani lascino il Paese.
Così cerca di fare Obinze, ma la sua domanda viene respinta dopo un suo disperato soggiorno in Inghilterra, quindi non gli resta che rientrare in Nigeria, dove si dedica a attività che un tempo non avrebbe mai immaginato, si arricchisce, ha una casa da sogno, una moglie e la figlia – ma anche una vita che sente aliena dal se stesso che era un tempo, che ancora alberga in qualche parte in lui.
Ifemelu, invece, riesce ad andare negli Stati Uniti, benché all’inizio la sua vita non sia affatto facile. Dopo lavori precari e insoddisfacenti, dopo aver incontrato e conosciuto le più svariate persone, lancia un blog sulle persone di colore residenti in America, per parlare (con tagliente sarcasmo, spesso cinismo) delle differenze tra le due culture. In breve guadagna tantissimi lettori, riesce persino ad avere ottimi ricavi, tanto che riprende a studiare, si iscrive a Princeton e inizia a uscire con un bello e coscienzioso professore di Yale.
Eppure, nel momento in cui la incontriamo in quel salone alquanto fatiscente, Ifemelu ha deciso di mollare tutto, lasciare il fidanzato, scambiare tutto quello che ha guadagnato e raggiunto per un biglietto di sola andata verso la Nigeria.

Da questo punto in poi la storia si concentra sul ritorno in patria e sulla questione se Ifemelu e Obinze si riuniranno, e a quali condizioni.
Sarà davvero un ritorno a “casa”, per ritrovare la vera se stessa?
Ricercare Obinze è soltanto un capriccio oppure un mezzo per risentirsi come da giovane, ritrovarsi, ricercare quelle speranze giovanili e tensione verso il futuro che ormai sembrano dissolte?

Sono passati solamente degli anni, entrambi sono cambiati, passati attraverso esperienze, vittorie e sconfitte, cambiamenti inattesi e adattamenti ancor più inimmaginabili. Ifemulu è ormai un “americanah”, l’impatto con la sua terra è di stupore e adattamento come a qualcosa di completamente nuovo.
La Nigeria stessa è cambiata. Le sue radici sono sempre le stesse, ma tante cose sono diverse, si sono occidentalizzate, anzi, “americanizzate” – una sorta di beffa per Ifemelu che se n’è andata da un luogo per ritrovarlo scimmiottato a “casa”.

Il primo e più evidente aspetto che l’autrice affronta è quello dell’etnia, delle differenze culturali.
Ifemelu, come Adichie, rifiuta ritratti buonisti, lo sguardo idilliaco oppure infuriato, ma vuole accorgersi di tutto, mettere sul piatto le cose come sono.
L’analisi sociale che ne scaturisce è ironica, appassionata, scaltra, ma anche pungente.

Quello che maggiormente ho apprezzato è che questo esame socio-culturale e razziale si incarna nella protagonista e diventa una questione di identità individuale.
Ifemelu è nigeriana, ma spinta verso altro. Raggiunti gli Stati Uniti, deve adattarsi a un nuovo mondo, in cui, tra l’altro c’è tutto un microcosmo di relazioni tra bianchi/neri e neri/neri di diversa provenienze ed estrazione.
Quando ormai si è integrata, decide di tornare in Nigeria, non per una disfatta personale, non a causa di una crisi, ma semplicemente perché lo vuole. Ma il suo Paese non è più quella di una volta, né può essere la “casa” dei suoi ricordi.

Ciò che alla fine contraddistingue Ifemelu non è la sua origine, né il colore della pelle, bensì le sue scelte, quello che è, vuole e decide di essere.
L’individuo, la persona, nel suo complesso, con le sue peculiarità e differenze, è ciò che conta, ciò che permette l’interazione – secondo me, l’autrice sottende anche è ciò che può far davvero la differenza e superare le barriere culturali.
È un concetto che sposo in pieno, poiché dà vero valore all’io. Non significa negare le proprie origini, anzi, essere consapevoli di ciò che si è ed inevitabilmente non si può non essere, e questo non solo a livello personale, ma anche come retroterra socio-culturale e familiare. Questo tuttavia è una delle sfaccettature dell’individuo, non l’unica, non una barriera o un marchio che lo definisce.

L’altra faccia della medaglia dell’individuo in sé per sé è l’insoddisfazione, la solitudine, la ricerca continua, il non “appartenere” a nessun luogo fino in fondo, poiché l’io è fluido e in mutamento, così come lo svolgersi delle cose, delle relazioni, e le vere radici sono quelle dentro se stessi, il rispetto verso ciò che si è.

In questo senso Americanah non è un romanzo africano, né americano, ma un romanzo globale, estremamente moderno.
Perché tutti coloro che sono “alla ricerca” sono un po’ Ifemelu, diversi e uguali agli altri per mille motivi, soli ma alla ricerca di accettazione e comunione (attraverso ideali, sogni, amore).
E pur essendo una storia poliedrica e più complessa di quello che sembra, sa essere anche estremamente godibile, scorrevole e coinvolgente.

Davvero un eccellente libro.

My rating: 4.5/5

Chimamanda Ngozi Adichie
Americanah
Ed. Einaudi
Trad. A. Sirotti

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3 pensieri riguardo “Chimamanda Ngozi Adichie, “Americanah”

  1. Ne hai fatto una recensione veramente bella e interessante di questo libro: ti ho letta con grande piacere 🙂 Le tematiche trattate nel romanzo, di cui avevo già letto qualcosa in giro, appaiono di estrema importanza, quindi credo proprio che lo leggerò…

    1. Lo consiglio, anche perché non è affatto il solito romanzo che insiste o si lamenta del razzismo ecc. Pur senza sottovalutare il tema, lo mette in una luce diversa, più complessa, e soprattutto mostra come alla fine tutti siamo “diversi” dagli altri e possiamo appartenere davvero solo a noi stessi.
      E grazie, come sempre! 🙂

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