Il Delfino: mitologia e simbolismo

Il pesce, soprattutto per le popolazioni mediterranee che da sempre hanno vissuto a stretto contatto con il mare, è una presenza costante nel simbolismo religioso, mitologico e non solo.

Ad esempio, nella mitologia babilonese il Dio della sapienza indossava vesti da pescatore, mentre il Dio degli abissi è effigiato come pesce-ariete e i suoi sacerdoti portavano un copricapo a forma di pesce, da cui successivamente derivò la mitra dei vescovi cristiani.
Oltre all’area mesopotamica, le raffigurazioni di pesci sui monumenti funebri egizi, micenei ed etruschi, rimarcano il legame simbolico tra il pesce e la resurrezione, il rinnovamento e la salvaguardia della vita.
Presso i Greci numerose divinità assumono sembianze pisciformi oppure sono raffigurate nell’atto di cavalcare delfini e ippocampi; il pesce è sacro, inoltre, ad Afrodite quale simbolo di fecondità e nel mito di Poseidone rappresenta la forza delle acque (il medesimo significato assume presso i romani rispetto a Venere e a Nettuno).
Per gli Israeliti il pesce è la vivanda della cena sacra del Sabbath, e l’antica Pasqua ebraica cadeva proprio nel mese del Pesce.
Per i Cristiani il pescatore è colui che raccoglie (pesca) le anime e il pesce rappresenta il Cristo stesso, tanto che nella parola greca ICHTHUS (pesce) si sono riconosciute le iniziali delle parole Iesùs CHristòs THeù Uiòs Sotér, cioè Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore.

Tra tutti i pesci e gli abitanti del mare, il delfino è quello che maggiormente ha affascinato l’immaginario ed è sempre stato tenuto in grande considerazione. La provenienza della venerazione di tale mammifero pare di confermata origine iperborea, mentre la sua massima diffusione è stata sulle rive del bacino nord-orientale del Mediterraneo e su quelle del Mar Nero, in Grecia e in Italia. I naviganti di questi paesi lo stimarono da sempre di buon auspicio, un compagno di rotta amabile, dotato di accentuata intelligenza. Nei tempi antichi veniva anche cacciato per ricavarne carne; il suo fegato era utilizzato per curare malattie.
Le prime storie che riguardano i delfini sono relative a metamorfosi divine o umane, nonché a prodigiosi salvataggi. Quale re delle acque, era reputato salvatore e psicopompo: salvava i naufraghi, ma anche guidava le anime nell’oltretomba.

Dalla cultura minoica e in seguito da quella greca arcaica pervengono le prime e più belle iconografie del delfino, caratterizzato dalla silhouette piegata ad arco, i colori cerulei, le pinne taglienti e il muso piegato in una sorta di sorriso.

I Cretesi, che adoravano i delfini come divinità, immaginavano che le anime dei morti si ritrovassero ai confini del mondo, nelle isole dei Beati, e che i delfini li trasportassero sul proprio dorso nell’oltretomba.

Nel culto egiziano ritorna questo collegamento con l’aldilà: esso è infatti un attributo di Iside, la protettrice dei defunti e fonte magica della fecondità e della trasformazione.
Presso i Sumeri, i delfini sono stati collegati a Ea-Oannes, il dio del mare.

Presso i Greci, il delfino rivestì un ruolo di primaria importanza.
Per via dell’assonanza tra “delphi” (delfino) e “delphy” (grembo), esso era simbolo del principio femminile e del grembo da cui si genera la vita.
Inoltre, esso era sacro ad Apollo. Nell’inno omerico dedicato a tale dio, si narra che Apollo un giorno si incarnò in un delfino e balzò su una nave di mercanti cretesi diretti a Pilo, dirottandola verso Crisa, il porto ove poi sarebbe sorto il santuario di Delfi e dove egli aveva già ucciso il mostro Pitone. Delfòi stessa (Delfi) si chiamò così appunto da delfìs, delfino. La narrazione prosegue affermando che quei marinai cretesi furono preposti dal dio quali primi custodi e sacerdoti del santuario.
Un altro racconto riporta che Dioniso ebbe occasione di chiedere ad alcuni pirati di trasportarlo da Argo a Nasso, ma scoprì un complotto ordito da costoro per venderlo come schiavo. Dopo essere stato legato all’albero maestro della nave, il dio scatenò la sua ira, trasformando i remi in serpenti, aggrovigliando il vascello nell’edera e paralizzandola con tralci di vite, finché i pirati non si gettarono in mare impauriti, trasformati in delfini. Da allora essi sono amici degli uomini e si adoperano per salvarli dai flutti, come espiazione e pentimento dell’antico misfatto.
Ai delfini è legato anche il noto mito di Arione, la cui versione più antica è narrata da Erodoto. Arione era un musico di Lesbo al quale era stato concesso dal suo padrone – il tiranno di Corinto – il permesso di viaggiare per la Magna Grecia e la Sicilia, per arricchirsi grazie al suo canto. Allorché volle tornare in patria, i marinai della nave su cui era imbarcato congiurarono per ucciderlo e derubarlo; tuttavia gli apparve in sogno Apollo che lo avvertì del pericolo e gli promise il suo aiuto. Quando i marinai lo aggredirono, Arione ottenne di poter cantare un’ultima volta: al suono della sua voce, un branco di delfini accorse verso la nave e Arione, fidando nell’aiuto promesso, si tuffò in acqua ove venne raccolto da un delfino, che lo condusse illeso a riva. Una volta salvo e al sicuro, Arione dedicò un ex-voto ad Apollo e tornò alla nativa Corinto.
In ricordo di quell’evento, Apollo trasformò la lira di Arione e il delfino che lo aveva soccorso nella costellazione della Lira.

Gli antichi greci consideravano un crimine contro le leggi dell’amicizia trattenere nelle reti i delfini che vi capitavano, ancor peggio era ucciderli. Questo rispetto e affetto dell’uomo verso il delfino spiega le molteplici rappresentazioni riportate su monumenti ed oggetti d’arte; numerose furono le città sulle cui monete era incisa la figura del delfino: Argo, Sagunto, Messina, Catania, Taranto.

Proprio la fondazione della città di Taranto (sulle cui monete è raffigurato Taras sul dorso di un delfino) è legata a tale mammifero.
La leggenda racconta della nascita della città risalendo a circa duemila anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone, che sarebbe giunto a questo sito con una flotta approdando presso un corso d’acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome, il fiume Tara. Qui, dopo che gli apparve la figura di un delfino, considerato di ottimo auspicio, Taras avrebbe edificato una città che egli dedicò a sua madre Satyria (o a sua moglie Satureia) e che chiamò quindi Saturo.
Secondo la tradizione, nell’VIII secolo a.C. in quello stesso luogo approdarono i coloni greci provenienti da Sparta e guidati da Falanto, i quali, sottratto il territorio agli Iapigi, fondarono più tardi la città di Taranto, che ebbe difatti un grande culto per il dio Poseidone.

In area romana, a parte i parallelismi già ricordati con i culti greci, troviamo ampia dissertazione sui delfini in Plinio il Vecchio, il quale, in particolare, pone il problema della loro natura di mammiferi e del loro modo di respirare, nonché rileva la loro caratteristica di emettere suoni simili alla voce umana e il fatto che essi amano essere chiamati simon (nome con il quale greci e latini li appellavano per il loro profilo camuso; simòs in greco e simus in latino significa difatti “camuso”). Egli scrisse: «Il delfino è il più veloce di tutti gli animali, non solo di quelli marini; egli supera in velocità l’uccello e la saetta. I delfini, contro la natura degli altri animali d’acqua, hanno lingua mobile, corta e larga, poco differente da quella del maiale. Invece della voce producono un gemito simile a quello dell’uomo, hanno la schiena arcuata, il muso schiacciato, che in latino si dice simo e perciò tutti meravigliosamente li conoscono questo nome, Simone, ed hanno caro d’essere così chiamati. Sono i delfini non solo amici dell’uomo, ma anche della musica e soprattutto si dilettano del suono degli organi».
Plinio narra di un delfino che, ai tempi di Augusto, visse nel lago Lucrino e divenne amico di un fanciullo, che andava a scuola da Baia a Pozzuoli: ogni giorno il ragazzino montava sul delfino che lo portava a scuola e poi a casa. Poco dopo la morte precoce del bambino, anche il delfino morì di dolore per l’amico perduto.
Plinio prosegue con altri fatti, come quello, ad esempio, di delfini che, nel territorio di Nimes in Provenza, accorrono alla voce di pescatori di muggini perché li aiutino nella pesca.

Il culto del delfino, come già detto, non era confinato alle sole aree elleniche.
Ve n’è traccia anche in area fenicio-punica, mentre il dio-pesce Dagon, celebre divinità filistea, aveva forse qualche connessione con il culto del delfino.
Nel Mitraismo esso viene associato a Mitra stesso in quanto luce.
Gli antichi Celti attribuirono al delfino le virtù terapeutiche delle acque e l’immagine di persone a cavallo di delfini si trova su alcuni reperti.
Delfini compaiono in varie culture, anche in quella indo-vedica, per quanto in essa, anche per questioni lessicali, vi sia una costante confusione tra il delfino e il riccio marino.

Una popolazione di aborigeni australiani, che si definisce “popolo dei delfini“, ha un complesso mito delle origini, in cui i progenitori semidivini dell’umanità si sarebbero trasformati, attraverso varie vicissitudini, in delfini, tornando poi sulla terra, per insegnare agli uomini il linguaggio. Altre tribù aborigene australiane affermano di essere discendenti diretti di delfini, considerati come spiriti protettori.

I popoli nativi Inuit dell’Artico hanno ascritto a balene e delfini la creazione divina. Le loro leggende raccontano di una giovane ragazza di nome Sedna, che rifiutava di sposarsi e respingeva ogni pretendente. Alla fine si innamorò di un cane e lo sposò. Infuriati, tutti gli uomini respinti da lei, la misero a bordo di una barca e la spinsero in mare. Poiché Sedna aveva afferrato il bordo della barca nel tentativo di trattenersi dal cadere in acqua, gli uomini le tagliarono le dita, cosicché la fanciulla cadde in mare. Dalla sua morte ebbe origine il mondo marino delle balene, delfini, foche e trichechi e Sedna divenne la dea del mare.

Nelle foreste pluviali del bacino amazzonico, gli indiani nativi possiedono migliaia di leggende sul misterioso delfino rosa del Rio delle Amazzoni, chiamato anche Boto, oltre alle storie di delfini di fiume che prendono forma umana e corteggiano le ragazze, che ignare sono attirate nel mondo sottomarino senza possibilità di ritorno.

Il delfino è comunemente associato al simbolo dell’ancora, in quanto entrambi sono segni di salvezza per l’uomo. Il delfino è anche un importante simbolo in araldica, oltre a rappresentare la diligenza, la salvezza, la carità e amore.
Due delfini volti nella medesima direzione simboleggiano l’equilibrio di due forze uguali; due delfini in posizioni opposte l’una all’altra simboleggiano le due forze cosmiche contrarie.

Anche nelle leggende agiografiche questo cetaceo fa la sua comparsa: due delfini recano a riva san Callistrato, che Diocleziano aveva fatto buttare in mare; il corpo di Luciano d’Antiochia è portato da un altro delfino; san Martiniano fugge a dorso di un delfino le istigazioni della lussuria. Personaggi a cavallo di un delfino si trovano, ad esempio, nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto. La loro fedeltà all’amicizia e l’episodio di san Martiniano spiegano come il delfino sia preso anche a simbolo della fedeltà, soprattutto quella coniugale.
Alberto Magno, basando su Aristotele la sua catalogazione gerarchica degli animali, stimava tra gli animali marini perfetti le balene e i delfini, in quanto “parentia e spirantia“, cioè mammiferi e provvisti di polmoni.
Questa superiorità è confermata da varie fonti medievali (quanto al delfino, la “Navigatio sancti Brendani” asserisce che il Signore lo avrebbe creato prima di qualunque altro pesce).
Alessandro Neckam e Tommaso di Cantimpré, rimarcando la natura violenta e vorace di tutte le creature marine, distinguono che il delfino è l’unico ad amare l’uomo, tanto da riconoscerne la voce e ad aiutarlo se in pericolo, eccetto il caso in cui la persona abbia mangiato carne di delfino, cosa che l’animale intuirebbe istantaneamente.
Per i Padri della Chiesa il delfino prontamente nel simbolismo cristiano: i mistici cristiani lo legarono all’immagine del soccorritore dei naufraghi perduti nell’ombra della notte; fu l’immagine stessa del Salvatore che soccorre le anime, soprattutto nell’ora della morte, ovvero del trionfo di Cristo su Satana. Una testimonianza della lotta fra Cristo e Satana è stata raffigurata su un anello pastorale del vescovo Ademaro d’Angouleme: su tale anello, forse del III secolo d.C., è incisa l’immagine del delfino attorcigliato al tridente che tra i denti tritura la testa della piovra i cui tentacoli battono l’acqua, allegoria della vittoria di Cristo sul male. Vicino al delfino, inoltre, nuota un piccolo pesce che ricorda un passo di Tertulliano, che chiama i fedeli “piccoli pesci rispetto al grande Pesce“, ossia il Cristo.

Nel XII secolo, il Bestiario di Cambridge sintetizzava così le conoscenze acquisite dagli autori dell’antichità classica: «Delfini sono chiamati quei pesci che hanno l’abitudine di seguire la voce umana, o anche la musica, raccolti in gruppi. Niente vi è in mare più veloce dei delfini. Oltrepassano le navi con grandi salti, ed è tradizione comune ritenere nunzi di tempesta i delfini che giocano fra i flutti e si oppongono alla potenza delle onde con grandi balzi. Sono anche chiamati symones».

Abbastanza misteriose restano le origini del titolo di “delfino“, attribuito a partire dai primi del XII secolo ai conti di Albon, nel territorio di Vienne, e quindi ai principi ereditari del regno di Francia in quanto appunto signori di quella contea, che era, ormai, il “delfinato“. Alla fine del XII secolo o ai primi del XIII si affermò anche l’arme araldica corrispondente. Oltre al delfino di Vienne, si ebbe anche un delfino d’Alvernia. Il delfino araldico deve poco all’osservazione della realtà, e relativamente poco anche alla pratica iconica consueta: si tratta, difatti, di un pesce raffigurato spesso con bargigli e con grande, fantasiosa pinna dorsale. Il titolo di “delfino” sembra esser presumibilmente derivato da un nome proprio.

Fonti: link, link, link, link, link

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