Georges Simenon, “Il piccolo libraio di Archangelsk”

Questo breve romanzo di George Simenon è stata per me una lettura intensa, toccante e memorabile.
Sì, è uno di quei libri che, pur svanendo negli anni i particolari della trama, quello che mi ha trasmesso mi rimarrà per sempre.

Ciò no significa che sia un romanzo perfetto oppure “oggettivamente” indimenticabile, capisco che a alcune persone possano rimanere infastidite da alcuni aspetti, insoddisfatte dal finale o dall’andamento della trama, che, a ben vedere, poteva essere giocata meglio con qualche accortezza o approfondimento.

Eppure per me è stata una lettura unica.

In poche pagine e con rapidi tocchi, Simenon è riuscito a ritrarre l’essenza del reietto e del genere umano – quello quotidiano, borghese, vero in tutta la sua spegevolezza (o, meglio, piccolezza), non quello buonista o romanzato.

Il “reietto” in questo caso è il protagonista e utilizzo questo termine nel senso di reietto esistenziale, ovvero una persona che non per etnia, idee, apparenza o altro è emarginata, ma colui (o colei) che solo per il fatto di esistere, forse non essere nel profondo abietta e dozzinale come la maggior parte delle persone tra le quali vive, è in qualche modo non del tutto integrata – finché tutto è tranquillo sembra quasi superficialmente persino come gli altri, ma basta la minima quisquilia, che sia una vera sciocchezza o una cosa di ben più grave peso, che diventa l’emarginato, il colpevole, il dimenticato.
Che sia per soggezione, incomprensione, invidia, questi reietti sono di fondo sempre visti con circospezione, avvicinati a passi felpati e prudenti, ma di fondo percepiti, più o meno inconsciamente, come qualcosa di “negativo”. Oppure, del tutto ignorati, o, meglio, dimenticati, quasi nemmeno esistessero.

Sono davvero l’epitome del male costoro?
No. Hanno un marchio invisibile dalla nascita e non potranno mai essere diversi da stessi né in vera armonia con gli altri. A meno che, forse, trovando altri rari soggetti simili o realmente differenti nello spirito e nella mente.

Ecco che qui si innesta il dipinto sociale di Simenon, terrificante per quanto veritiero: la piccolezza della maggior parte degli uomini e la loro meschina cattiveria − cattiveria non epica o statuaria, ma viscidamente velenosa e ipocrita che mette in luce ancor più quanto siano spregevoli, vili e chiusi di mente costoro.
Nella stasi vige il pettegolezzo giusto per infrangere la noia, ma quando capita qualcosa, gli abitanti della place du Vieux-Marché non esistano a coalizzarsi tra loro.
Anche coloro prima che erano ritenuti non proprio accettabili vengono ascoltati e silenziosamente appoggiati e la stessa Gina, ragazza nota per i facili costumi e considerata riprovevole apertamente, poi viene stimata inequivocabilmente quale una vittima, a prescindere dalla verità – d’altronde le zoccole (di vario genere) sono benefattrici e missionarie sociali, lo dimostrano i fatti.
Questi vermi ipocriti fanno plotone acre, testardo e cattivo contro il reietto, a prescindere. D’altra pare, il dubbio sano, la verità, la compassione e la comprensione non fa parte del loro essere – forse soltanto a parole quando enunciano grandi principi, soprattutto se in nome di qualche credo, ma nei fatti sono gli aguzzini più spietati. Inoltre, essendo marci dentro, o nel migliore dei casi ipocriti, superficiali, devono scovare il male in chiunque, la pecca, e metterla alla berlina anche quando è solo una diceria o congettura.

Romanzo a dir poco straordinario e brutale.

My rating: 4.5-5/5

Georges Simenon
Il piccolo libraio di Archangelsk
Ed. Adelphi
Trad. Massimo Romano

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