La decifratura della lingua ittita e la scoperta della sua antica civiltà

L’Impero Ittita dominò una larga fascia del Vicino Oriente, dal loro insediarsi in Anatolia attorno al 1800-1700 a.C. fino all’ultimo periodo di decadenza attorno al 1100-700 a.C. Fu una civiltà all’avanguardia, organizzata, dotata di avanzati metodi bellici e capace di produrre interessanti opere architettoniche ed artistiche. Come tuttavia accadde a molti imperi simili, anche quello ittita crollò rapidamente e la sua intera storia e cultura rimasero nell’oblio a lungo, finché non iniziarono a venire alla luce ritrovamenti archeologici ascrivibili a questa popolazione e soprattutto non si riuscì a decifrare il loro linguaggio.
Allora si ebbe, in un certo senso, la rinascita dell’impero ittita, di cui ancor oggi rimane parecchio da scoprire e da studiare relativamente ai suoi costumi, leggi, guerre, ma anche agli affascinanti personaggi (sovrani, guerrieri, sacerdoti) che spiccano dalle testimonianze storiche.
L’inizio di riscoperta di questa civiltà avvenne soltanto nel XIX secolo.
Johann Ludwig Burchhardt, studioso e viaggiatore, ad inizio ‘800 rinvenne nella città siriana di Hama un petroglifo i cui caratteri non potevano essere ricondotti al geroglifico. Nel 1887 ad Amarna in Egitto, vennero alla luce varie lettere che dimostrano la corrispondenza tra i faraoni egiziani e il re degli Ittiti e che includono documenti in una scrittura cuneiforme. Ad essa fu dato il nome Arzawa, come la città nel sud-ovest dell’Anatolia.
Il linguista gallese Archibald Henry Sayce riconobbe trai primi che l’arte e la scrittura sui petroglifi trovati in vari siti in Anatolia e nel resto del Medio Oriente era prova dell’esistenza di un’antica civiltà imperiale.
L’archeologo tedesco Hugo Winkler condusse degli scavi a Bogazkoy tra il 1906 e il 1908 e comprovò la teoria di Sayce che si trattasse del sito della capitale ittita, Hattusa, ove furono rinvenuti archivi contenenti circa venticinque mila documenti in scrittura cuneiforme ittita, appunto l’allora cosiddetto Arzawa.
Per la posizione geografica di tale impero, si ritenne allora che tale lingua fosse di ceppo semitico, teoria in seguito smentita.

Vero padre e decifratore dell’ittologia fu Bedřich Hrozný, un orientalista ceco.
Hrozný era uno studente eccezionale, assai dotto nelle lingue semitiche ed europee. Egli guidò estenuanti e fruttuose spedizioni archeologiche in Turchia e in Palestina, ma il suo più grande successo fu la decifrazione della lingua ittita nel 1915, studi ai quali si dedicò dopo il recupero presso gli scavi della capitale di questo antico popolo dell’Asia Minore dell’enorme tesoro di tavolette scritte in lingua ittita. Dal momento, infatti, che il sistema di scrittura adottato era quello cuneiforme dell’antica Mesopotamia, egli fu in grado di leggere le lettere – o l’equivalente delle lettere – che corrispondevano per lo più a sillabe, e alcuni dei segni che interpretò significare “re” o “terra”, benché tuttavia il linguaggio fosse sostanzialmente nuovo e incomprensibile.
Hrozný, recatosi a Istanbul per esaminare le copie delle tavolette degli Ittiti, venne arruolato nell’esercito austriaco durante la guerra, ma il suo posto di impiegato gli concesse il tempo necessario per i suoi studi.
Pur avendo a che fare con testi provenienti da una regione semitica, Hrozný inizialmente trovò la lingua indecifrabile, almeno fino a quando cominciò a concentrarsi su un particolare insieme di linee in rima, che conoscendo il valore fonetico dei simboli cuneiformi così ha reso in alfabeto latino:
ninda nu en e-iz-za-te-ni
wa-a-tar-ma e-ku-ut-te-ni
A questo punto lo studioso ebbe un’intuizione fondamentale. Riconoscendo il segno babilonese per il pane, “ninda”, valutò la probabilità che l’intera frase avesse a che fare con il cibo o qualcosa di molto simile. Interpretò allora la parola successiva, “ezza”, in “mangiare”, sottolineando le potenziali affinità col greco “edein”, il latino “edere” e il tedesco “essen”. Basandosi su tale possibile somiglianza, tradusse “nu” con ora (greco “nu/nun”, latino “nunc”, sanscrito “nu”), “watar” con acqua (inglese “water”, tedesco “wasser”). La frase sarebbe stata quindi “ora si mangia pane e beve acqua”.
Era dunque dimostrato che le parole erano espressioni di senso compiuto, non meri o generici segni fonetici. La scoperta sensazionale, però, era che l’ittita si potesse ascrivere alla famiglia delle lingue indoeuropee (o, meglio, proto-indoeuropee), date le evidenti radici in comune.
Dopo le ricerche fondamentali di Hrozný, quando nel 1951 una grammatica completa venne pubblicata (“Grammatica comparata della lingua ittita” di Edgar H. Sturtevant), la scoperta di questa antica civiltà compì un nuovo passo basilare. Da allora non solo si poté approfondire lo studio dell’idioma ittita e dello stesso indoeuropeo, ma soprattutto comprendere meglio quell’antica civiltà.
Gli Ittiti furono, pertanto, una delle tante nazioni appartenenti al ramo anatolico della famiglia linguistica indoeuropea. La lingua ittita era collegata a quella luvia e palaica e a linguaggi più tardi, come quello lidio, licio e cario. A differenza del luvio, che aveva un sistema di scrittura indigena, l’ittita aveva adottato il cuneiforme accadico per scrivere (circa 375 segni cuneiformi sono stati presi dall’accadico cuneiforme).
Tuttavia, è ormai opinione diffusa che l’ittita non sia una sorella di una primigenia lingua comune da cui gli altri dialetti si svilupparono, ma piuttosto essa fu sviluppata in precedenza e quindi mantenne alcune caratteristiche che sono state perse in altri dialetti successivi.
Come in accadico, inoltre, i segni possono essere approssimativamente suddivisi in fonogrammi, logogrammi, e determinativi. Molti fonogrammi servono anche come logogrammi, che a loro volta hanno molteplici significati, fenomeno noto come polivalenza. Poiché il sistema adottato proviene dall’accadico, che a sua volta è stata usato dai Sumeri, due tipi di logogrammi esistono in ittita, i sumerogrammi (segni derivanti dal sumero, appunto) e gli accadogrammi (segni che originariamente erano parole scritte foneticamente in accadico, ma adottate nell’ittita e trattate come logogrammi; ovvero, anche se i segni possono essere “letti” in un modo foneticamente accadico, essi rappresentano una parola ittita originale). Molto spesso i logogrammi sono accompagnati da complementi fonetici, fonogrammi che servono per evitare ambiguità di lettura.
Nel proprio sistema morfologico l’ittita presenta solo due classi di genere dei sostantivi, comune e neutro. Il verbo è molto più semplice di quella del sanscrito o del greco, e vi sono solo due tempi, presente e passato remoto, e due coniugazioni, indicativo e imperativo.
La scrittura cuneiforme ittita morì insieme con l’impero ittita stesso. Tuttavia, la sua lingua non scomparve completamente, bensì potrebbe essersi evoluta o almeno aver contribuito a linguaggi più tardivi, come ad esempio quello licio.
Grazie alla sua grande antichità, l’ittita e la sua stretta parentela con il luvio hanno fornito un aiuto inestimabile per lo studio della linguistica indoeuropea. In particolare, esse erano le uniche lingue con prove a sostegno della teoria laringea, che ha profondamente cambiato la comprensione del proto-indoeuropeo, la lingua madre presunta di tutte le lingue indoeuropee.
Una prima deduzione è di carattere storico–geografico.
Vi è una decisa evidenza che per più di un secolo che la patria dell’indoeuropeo nei millenni tra il quarto e il terzo sarebbe stata l’attuale Russia meridionale e Ucraina. Se è vero, però, che gli Ittiti entrarono in Anatolia poco prima del 2000 a.C., uno o più gruppi di tale nucleo linguistico (ittiti e un altro membro della famiglia “anatolica”), scesero poi dal nord, forse lungo il Mar Caspio o più probabilmente attraverso i Balcani, fino a controllare l’Anatolia centrale, con il nome di Hatti (da cui la parola “ittita” è stata successivamente derivata).
La dominazione ittita è divisa in tre periodi: l’Antico Impero tra il 1650 e il 1500 a.C., un regno intermedio su cui vi sono relativamente poche informazioni, e infine un Nuovo Impero tra il 1450 e il 1200 a.C., prima degli ultimi decenni di decadenza.
In questo stesso lasso di tempo, ittita, luvio e palaico rappresentavano le “tre grandi” lingue anatoliche, tutte registrate in iscrizioni cuneiformi.
Decifrare l’ittita, ha permesso di scoprire anche le caratteristiche della loro civiltà.
Tra i numerosi documenti ritrovati, quelli di argomento religioso costituiscono una percentuale maggiore di quelli relativi alla politica.
Per inciso, si ricorda la singolarità del politeismo ittita, secondo il quale gli dei non erano forme di realtà universali, ma di unità territoriali: il dio nazionale dell’impero era un dio sovrano con caratteri del “dio della tempesta” siriano (il suo massimo sacerdote e incarnato era il sovrano stesso); il suo nome era indicato prima con l’ideogramma IM, poi U, nome comune a vari dèi di località diverse (in una lista troviamo ben 21 U; evidentemente ogni U si distingueva dall’altro non per una diversa natura, ma per una diversa sede di culto, e quindi serviva parallelamente ad identificare un territorio). Lo stesso accade con la divinità indicata con l’ideogramma mesopotamico UTU (sole): risultano esserci più di un UTU, e UTU era anche la dea-sole della città di Arinna, la quale, nella teologia ittita, è sovrana e sposa del dio della tempesta, e ai piedi della quale venivano deposti, in segno di offerta, gli atti che registravano le imprese del re.
Della ricca mitologia ittita se ne ricordano i due più estesi: quello del dio Telepinus, che sparisce provocando la sterilità della terra, ma poi è costretto a tornare e a ristabilire l’ordine; e quello della lotta vittoriosa del dio dell’ordine (il “dio della tempesta”) contro il serpente Illuyankas, personificante le forze del caos. Un altro mito, quello dell’evirazione del dio-cielo è interessante poiché trova riscontro nel mito greco della evirazione di Urano da parte di Crono, sottolineando che gli ittiti furono influenzati non solo dalla cultura mesopotamica, ma spesso se ne distanziarono (ciò si riscontra anche, ad esempio, nelle teorie sull’aldilà, nei rituali, negli scongiuri, nelle formule magiche, nella pratica funeraria dell’incinerazione).
Tra le preghiere, il tipo più frequente era la “arkuwar”: al fedele, pur accusato di un crimine, è concesso di rendere la confessione, ammettendo la sua colpa, e attendere il giudizio del dio. Nel “mugawar”, invece, il sottoscrittore chiede semplicemente la misericordia del dio ad abbandonare la sua ostilità.
Altri testi fondamentali sono quelli relativi ai riti, alle feste di interesse per l’intera comunità (per il successo in agricoltura, per la semina in primavera tra la metà di marzo e la metà di giugno, per la mietitura in autunno, tra settembre e novembre). Associati ad essi, abbiamo liturgie, l’elenco delle voci da utilizzare nelle cerimonie, il cibo e bevande per il dio e i suoi sacerdoti e adoratori, canti, danze, sport, nonché processioni ai luoghi santi.
Altra tipologia di documenti ritrovati, sono trattati si strategia bellica e addirittura un manuale sull’allevamento dei cavalli (fondamentale per gli ittiti, soprattutto per la loro tattica militare).
Molto interessante è il codice ittita di leggi, pubblicato nel 1922 da Hrozný stesso, apparato che ha rivelato un dettame legislativo incredibilmente dettagliato di reati e pene, un codice che regolamenta ogni aspetto della vita, dal sacro al quotidiano. Dal momento che, inoltre ogni lista di tale codice prescrive minuziosamente ciò il popolo non deve fare, si ha di conseguenza e per deduzione una visione vivida della condotta della gente e della vita di una società di cui non si è saputo pressoché nulla per tre millenni.
Il reato per eccellenza era proprio la trasgressione alle norme o agli ordini divini. La ricerca dei colpevoli e l’espiazione di eventuali violazioni erano di fondamentale importanza, benché in alcuni casi venisse data al colpevole la possibilità di alleviare la pena inflitta e redimersi, motivo per cui acquistò particolare rilievo l’istituto della confessione (si pensi, infatti, alla preghiera “arkuwar”). L’idea stessa della disubbidienza civile e religiosa fu personificata in un dio, Wastulassis, che assieme ad altre divinità affini, quali Hantassas (equità) e Istamanassas (esaudimento), a differenza degli altri dei che ordinavano il territorio, regolavano i rapporti tra uomini e dèi, e quindi il comportamento umano.
Tutti questi principi d’ordine civile e religioso configurano l’impero ittita come una confederazione di comunità templari aventi per unico capo quello della comunità templare di Hattu. Detentore supremo della legge sulla terra era il re, che per gli ittiti era anche il massimo sacerdote. Egli era l’unico che poteva sacrificare direttamente; la fonte del suo potere era il servizio che prestava a tutti gli dei che avevano sede in Anatolia, tanto che il suo titolo era quello di “servo degli dei” per antonomasia.
In aggiunta al codice inestimabile di leggi, le migliaia di tavolette in lingua ittita offrono un cospicuo novero di lettere personali e ufficiali, le istruzioni dettagliate i contratti commerciali, ma anche tra nazioni (alcuni sono i primi trattati internazionali della storia). Una tavoletta del 1283 a.C., con specificati i termini della pace tra gli ittiti e gli egiziani di Ramses II, è in mostra presso le Nazioni Unite a New York come esempio di uno dei primi accordi di pace internazionale.
La scoperta degli ittiti e in particolare del loro linguaggio ha svelato sia una mirabile civiltà obliata tra le sabbie dell’Anatolia, ma anche la più antica lingua attestata del ceppo indoeuropeo, testimonianza che ha fornito un’altra voce estremamente importante e precoce di ciò che la lingua madre della famiglia delle glosse indoeuropee poteva essere, aiutando l’approfondimento degli studi tanto che l’intero campo della linguistica indoeuropea non è mai stato più lo stesso dopo la scoperta e la decifrazione dell’ittita.
Fonti: link, link, link, link, link.
Annunci

3 pensieri riguardo “La decifratura della lingua ittita e la scoperta della sua antica civiltà

  1. La storia degli Ittiti mi era piaciuta, almeno da quanto ricordo dalle elementari.
    Molto interessante la parte della lingua. Quindi possiamo accomunare anche l’inglese “now” e il norvegese “nå” fra il gruppo nu/nunc?

    Sarebbe bello trovare qualche romanzo storico su questa civiltà. Le antiche civiltà vengono usate poco nella narrativa, c’è sempre un abuso del Medioevo.

    1. E’ vero, i romanzi storici purtroppo snobbano alcune civiltà o ère.

      Sul “now” sì, deriva dal latino nunc, che a sua volta si presume abbia origine dal proto-indoeuropeo *nu (forse di significato più vicino all’inglese “new”).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...