Emily St. John Mandel, “Station Eleven”

Emily St. John Mandel nel suo ultimo romanzo, Station Eleven, adotta uno scenario in stile post-apocalittico tra i più noti: un nuovo ceppo virulento di influenza spazza via il 99% dell’umanità, personaggi asserragliati nei grattacieli mentre intorno il mondo crolla, anni durante i quali i sopravvissuti percorrono le strade alla ricerca di vestigia della civiltà che fu, sedicenti profeti, nuovi miti, violenza e barbarie.

Mentre, tuttavia, la maggior parte dei romanzi post-apocalittici dedicano ampio spazio a narrare orrore e distopia, Station Eleven è giocato tra momenti del mondo presente (anni dopo il collasso globale, allorché il peggio è passato e sopravvissuti si sono uniti in insediamenti isolati) e flashback del passato, stringendo connessioni tra i personaggi e tra situazioni peculiari del prima e del dopo.

In particolare tra il prima e il dopo, torna un fumetto disegnato a mano da Miranda e chiamato Station Eleven, che sopravvive miracolosamente, diventando sia un totem del vecchio mondo e uno specchio distorto del nuovo, nonché un uomo, Arthur Leander, famoso attore che muore sul palco poco prima della letale influenza.
Assolutamente originale e interessante è l’aver raggruppato buona parte dei protagonisti in una compagnia errante, chiamata Symphony, che si ferma presso vari insediamenti per mettere in scena alcune opere teatrali, in particolare Shakespeare.

L’importanza data all’espressione artistica è rilevante, poiché significa che se la mera sopravvivenza può essere insufficiente, se la barbarie e la miseria dell’umanità prendono il sopravvento, l’arte offre conforto e speranza a chi crede, o vuole credere, che anche al giorno del giudizio si può sopravvivere, che vi è la possibilità di costruire un nuovo mondo e fidarsi delle persone che sono di buon cuore.

Station Eleven non è tanto un romanzo sull’apocalisse, ma sulla memoria e sulla perdita, la nostalgia e il desiderio, nonché sulla possibilità che ci dà l’arte per approfondire il rapporto e la visione del mondo.
In questo senso, spesso anche lo stile dell’autrice ha una patina nostalgica molto bella.

Complessivamente, e pur riconoscendo il valore del libro, non mi è piaciuto moltissimo.
Le idee sull’arte, sulla compagnia errante e altre, sono eccezionali, ma com’è svolta la storia non mi ha convinto del tutto.

Il worldbuilding è pressoché inesistente. Senza necessità di indugiare nel macabro o nel disastroso, alcune caratterizzazioni in più, di paesaggio e atmosfera, ma anche dettagli quotidiani, sulla vita “dopo”, sarebbero stati preferibili.

I personaggi, inoltre, non sembrano veramente toccati dal collasso della civiltà, troppo presi da se stessi, dalle proprie storie, dal proprio piccolo vissuto. I sopravvissuti non pensano, agiscono e parlano come persone colpite da un simile cataclisma, come chi ha subito un terribile shock. Per la maggior parte, essi non si comportano in modo molto diverso da persone che vivono in ordinari tempi civili.

La fame, la sete e la stanchezza sono accennati, non c’è il senso della lotta quotidiana per la sopravvivenza. Per questo, anche, tutto il senso dell’importanza dell’arte assume un significato morale ma generico, non viene davvero fatto sbalzare e contrastare con un mondo in declino e brutale.

My rating: 3.5/5

Emily St. John Mandel
Station Eleven
Ed. Knopf Publishing Group

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