La poesia goliardica dei “Carmina Burana”

A seguito degli editti napoleonici, nel 1803 in Baviera l’intero patrimonio librario ed archivistico dell’abbazia benedettina di St. Benediktbeuern venne trasferito a Monaco, alla Staatsbibliotek, dove con la sigla d’inventario C.l.m. 4660 (C.l.m. stava per Codex Latinus Monacensis) fu classificato un codice membranaceo, risalente al XIII secolo, contenente testi poetici.
Riemerso dall’oblio dei secoli, il codice suscitò subito l’interesse degli studiosi, soprattutto di Johannes Andreas Schmeller, che nel 1847 ne curò la prima edizione, strutturando i canti per argomenti e coniando quel titolo, “Carmina Burana”, con il quale lo conosciamo oggi, in ricordo della provenienza dall’abbazia di St. Benediktbeuern, l’antica Bura Sancti Benedicti del Medioevo.La poesia dei Carmina Burana è legata alla tipica produzione goliardica medievale.

Quando sorsero le prime Universitates come luogo di studio alternativo alle scuole ecclesiastiche, giovani di varia estrazione sociale girovagavano da un’università all’altra in cerca di prestigiosi insegnanti. Tra codesti clerici sive scolare o clerici vagantes, spiccò un gruppo in particolare, quello dei cosiddetti vagantes oppure “goliardi”, una fazione anticonvenzionale, vistosa e ribelle, in aperta polemica contro la Curia romana, accusata di corruzione, e contro il soffocante integralismo monastico, nemico della nuova cultura.
Dalla penna di questi personaggi del tutto anonimi, che vagavano e si guadagnavano da vivere proprio grazie al canto di simili testi, scaturì la poesia dei Carmina Burana, commistione di cultura classica e di spunti di tradizione popolaresca, tramandata in un primo momento naturalmente sotto forma orale.
In ambito ecclesiastico essi vennero qualificati con l’epiteto fortemente diffamatorio di goliart o guliart (capaci di gola, voraci). In linea con lo spirito che li contraddistingueva, questi stessi poeti fecero proprio il nome di Golia quale loro patrono, riallacciandosi alla definizione di “nuovo Golia” (ovvero “nemico di Dio” alla maniera di S. Agostino) che Bernardo da Chiaravalle aveva usato nell’invettiva contro Abelardo, e si dichiarano apertamente “pueri et discipuli Goliae” (divenendo così Golia l’episcopus, il pontifex della loro numerosa, variopinta e sradicata familia).
Con l’avvento del XIII secolo, questo mondo volse inesorabilmente al tramonto. Col riconoscimento giuridico di alcune grandi università (come quella di Parigi), sotto la tutela sia dell’impero che della Chiesa, nonché la nascita degli ordini predicatori francescani e domenicani e l’ascesa dei frati alle cattedre di teologia, la Chiesa s’impose nuovamente. La conseguente serie di interdizioni e di divieti, emessi dall’apparato ecclesiastico, decretarono la fine definitiva della Goliardia.

Tuttavia, prima che tutto andasse perduto e mentre le condanne conciliari iniziavano a colpire i goliardi, un vescovo, un canonico o un abate della Baviera commissionò a degli amanuensi la raccolta dei frutti sparsi della poesia dei vagantes, dando vita appunto al Codex Latinus Monacensis. Il Codice Burano, come già accennato, deve il suo appellativo all’abbazia benedettina di Benediktbeuern, l’antica Bura Sancti Benedicti (fondata tra il 730 e il 740 da San Bonifacio sulle Alpi Bavaresi).
Esso attualmente è composto dal C.l.m. n. 4660 e dal C.l.m. n. 4660a (Fragmenta Burana), quest’ultimo composto di 7 fogli, individuati soltanto nel 1901. Nel complesso si hanno 315 testi poetici (tutti in latino eccetto 47 scritti in alto tedesco), in 112 fogli di pergamena, decorati con 8 miniature: una delle più vaste ed importanti collezioni di liriche medievali.

Il codice è articolato in diverse sezioni, alle quali corrispondono le sequenze dei testi e delle miniature:

  • Carmina moralia (nn. 1-55): di argomento satirico e morale;
  • Carmina veris et amoris (nn. 56-186): due gruppi di liriche amorose, uno in latino e l’altro in tedesco, separati da altri testi eterogenei;
  • Carmina lusorum et potatorum (nn. 187-228): sono i cosiddetti “carmina potatoria”, cioè canti di bevuta e canzoni conviviali, preceduti da alcuni canti satirici e conclusi da due drammi religiosi;
  • Carmina divina (nn. canti 229 – 305): predominano i testi dal contenuto moralistico sacrale, la cui redazione è opera di una trentina di mani diverse e più tarde rispetto alle altre composizioni ovvero risale circa alla seconda metà del XIII secolo e l’inizio del XIV.

Le otto miniature rappresentano:

1. la Ruota della Fortuna alla quale sono appesi due sovrani (Federico II ed Enrico VII);
2. un paesaggio surreale;
3. una coppia di amanti;
4. due strisce con la storia di Didone ed Enea;
5. una scena di bevuta;
6. una partita a dadi;
7. una partita a scacchi;
8. una partita a trick – track.

Secondo gli studiosi, il Codice Burano fu redatto in momenti differenti, in una corte periferica collocata sul confine Austria-Italia (Tirolo e Carinzia) o nella corte di un Vescovo di Seckan, in Stiria (Vescovo Karl o Vescovo Heinrich). Il nucleo originario (del 1230 circa), opera di tre amanuensi, comprende i carmi 1 – 228, ai quali scribi posteriori hanno aggiunto altre 26 poesie latine e molte di quelle in tedesco. Già in epoca medievale, comunque, al momento della prima rilegatura, l’inizio della raccolta (verosimilmente poesie di argomento religioso) era andato smarrito.
Tutte le liriche erano, ovviamente, destinate ad essere cantate. Purtroppo, però, gli amanuensi hanno tramandato la notazione musicale soltanto di una trentina di canti (con notazioni in forma “adiastematica”, cioè senza rigo musicale, cosa che rende le melodie non interpretabili), in parte riportata dallo stesso scriba del testo, in parte aggiunta da mani diverse. Tuttavia, il confronto di questi canti con gli stessi riportati su codici coevi che presentano una notazione di tipo “diastematico” (con rigo musicale), ha consentito il recupero di questa porzione del Corpus Buranus e di altri carmi, tanto che oggi possiamo ricostruire l’andamento melodico di 47 di essi.

La fama di questo manoscritto va in gran parte attribuita alla rivisitazione che operò, nel 1937, il compositore Carl Orff, che ne musicò 26 canti, realizzando la celebre opera omonima, rappresentata la prima volta l’8 giugno 1937 a Francoforte sul Meno.

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Un pensiero riguardo “La poesia goliardica dei “Carmina Burana”

  1. Beh, questo è un bel pezzo di storia e letteratura 🙂

    Mi ero sempre chiesto da dove venisse la parola goliardia, ma sono stato pigro a non informarmi. Poi arriva per fortuna una certa Milady a colmare le mie lacune.

    Ora devo rimediare questo testo, possibilmente con il latino a fronte. Non può mancare nella libreria di uno che ha fatto della goliardia la sua filosofia di vira principale 😀

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