Ann Leckie, “Ancillary Justice”

Ancillary Justice è il romanzo d’esordio di Ann Leckie, che ha raccolto molti consensi, premi ed è candidato sia al Premio Nebula che al Premio Hugo.
Ci tengo a premettere che il plauso altrui non è per me garanzia né di qualità né che il libro mi piaccia per forza. In secondo luogo, quello che segue è il mio semplice pare sul romanzo, a prescindere dalle lodi del fandom – precisazione necessaria dato che ormai circola la voce che a chi piace l’opera in questione è solo per allinearsi alla maggioranza.

Ancillary Justice è un buon romanzo di fantascienza, anche se non perfetto, e l’ho apprezzato soprattutto perché riesce a muoversi sul terreno della sf classica, ma con temi più attuali, nonché è percorso da tematiche importanti, così da dar vita a un qualcosa di nuovo.

Voce narrante e protagonista è un’Intelligenza Artificiale, che un tempo era la nave spaziale chiamata Justice of Toren, a servizio militare dell’impero (o, meglio, cultura) del Radch. I Radchaai sono una superpotenza aggressiva ed espansiva che gestiscono uno stato gerarchico quasi distopico basato sulla totale obbedienza e sorveglianza della popolazione. Tutto quanto è al di fuori del proprio dominio è considerato “inciviltà” e questo è uno dei fini che portano il Radh a conquistare porre sotto il proprio controllo altre culture e pianeti.

La storia inizialmente alterna due momenti temporali.
Uno di questi è ambientato nel passato ed inizia nel bel mezzo dell’annessione da parte del Radch del pianeta Shis’urna. La nave spaziale, Justice of Toren, è appunto un’intelligenza artificiale che controlla non solo i sistemi e computer della nave, ma anche altre navicelle e milizie “umane”. In realtà questa sorta di soldati sono soltanto corpi – ovvero ai detenuti catturati durante le varie annessioni viene eliminata la mente, i ricordi e ogni parte senziente, e viene innestato un collegamento neurale in modo tale da essere completamente controllati dalla propria AI/nave spaziale di riferimento.

L’altro filo temporale è ambientato una ventina di anni più tardi, allorché Justice of Toren è stato ridotto a un singolo accessorio, separato dal resto di se stessa e da tutti gli umani che controllava. Breq, così ora si fa chiamare, incappa accidentalmente sul corpo in fin di vita appena di un tenente umano col quale aveva lavorato e che è scomparso circa mille anni prima a seguito di un’azione militare sfortunata.

Tra ricordi del passato e azioni presenti, si viene a conoscere non solo la storia del Radch, ma soprattutto i suoi intrighi politici, le sue problematiche e qual è lo scopo che Breq vuole raggiungere.

Il romanzo non è semplice, né scorrevole.
È difficile ambientarsi in un mondo nuovo e del tutto differente e l’autrice non si sofferma, in particolare all’inizio, su descrizioni o spiegazioni, pertanto bisogna pian piano mettere insieme le informazioni che si riescono a carpire per avere un quadro generale.
Inoltre, il fatto che non esiste nella cultura dei Radchaai una precisa distinzione tra i sessi, fa sì che i pronomi (him/her) siano del tutto interscambiabili e anche questo è un fattore all’inizio un po’ disorientante.

Originale e affascinante il fatto che tutta la storia sia narrata e quindi percepita da un punto di vista assolutamente inedito, quello di una AI davvero particolare, con il suo mutare nel corso della sua esperienza e prendere consapevolezza, benché a proprio modo, ovviamente, non come una coscienza umana, degli aspetti che la circondano.
Una AI particolare, dicevo, perché fin dall’inizio queste navi-AI sono progettate per avere “sentimenti”, che alla fine influenzano azioni e motivazioni.

Come Justice of Toren, la nostra Ai protagonista aveva un potere abilità pressoché illimitati, e, grazie ai suoi innumerevoli corpi, poteva fare numerose cose contemporaneamente, essendo attiva e presente in ciascuna di esse.
Come corpo unico, invece, Breq è fatica a pensare a se stessa come persona umana, anche quando i limiti del suo essere sono più che evidenti. Inoltre, non riesca a sentirsi come parte dei Radchaai, perché essere Radch è equivale ad essere umani e conformarsi completamente ad un certo modo di pensiero, che Breq rifiuta, almeno in parte.

Anche la personalità e il comportamento degli altri personaggi, essendo visto dagli occhi di Breq, a volte non risulta immediato al lettore (umano), non è immediata né semplice l’identificazione con una AI per protagonista, e forse questa è una spinta in più per far pensare chi approccia il libro, più che immedesimarsi passivamente nelle domande suggerite.

Come accennato, i temi fondanti del romanzo sono diversi, ad esempio il significato di personalità in un mondo che comprende intelligenze artificiali e quello dell’identità individuale in un società che mira al controllo e alla massificazione.
Una coscienza multipla, inoltre, forse una volta umana e classificabile ancora come tale, come può porsi e valutare una mente che umana non è mai stata?
Siamo di fronte, inoltre, alla cultura Radchaai, ai limiti del distopico, che commette tremende atrocità verso gli altri pianeti, ma parte dall’assunto di portare civiltà, cultura e benessere. Se di impatto tale politica fa inorridire, quanto siamo sicuri di avere la medesima reazione di fronte a fatti storici o attuali alquanto simili?

L’autrice non dà nulla per scontato né pone di fronte a risposte semplici, anzi, è il lettore che confrontandosi con questo universo così distante dal nostro deve cercare la propria risposta.

Un romanzo non facile, di grande complessità concettuale e che nemmeno aiuta il lettore a districarsi tra mille spunti, e questo, forse, rischia di essere un po’ un difetto, perché non assicura né semplice empatia né immediatezza, a volte dando l’impressione di distacco e freddezza.
Tuttavia, non è questo, a mio avviso, l’intento dell’autrice, che, anzi, vuole che il lettore si senta a “disagio”, si sforzi a guardare con i propri occhi una realtà altra e consideri fino a che punto alcuni suggerimenti possano servire ad osservare anche il mondo in cui viviamo.

My rating: 4+/5

Ann Leckie
Ancillary Justice
Ed. Orbit

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3 pensieri riguardo “Ann Leckie, “Ancillary Justice”

  1. Sei una fonte inesauribile di consigli per mio marito, che adora la fantascienza (sia libri che film). Peccato che non gli piaccia scrivere, perché ne avrebbe da dire 😉
    Volevo farti una domanda, visto che sei esperta sull’argomento: se il romanzo distopico (o antiutopico) è solitamente caratterizzato da una società che è la peggiore possibile, futura o presente che sia, possono rientrare in tale classificazione anche libri come Cecità di Saramago, La strada di Cormac McCarthy, Nel paese delle ultime cose di Paul Auster… ? Ossia, si può definire distopica una società post-catastrofe completamente alla deriva, allo sbando totale, travolta dal caos e dall’anarchia più totale, anche se non c’è qualcuno che ha preso il potere e che controlla dall’alto le masse tirando le redini…?

  2. Grazie, Alessandra, e peccato tuo marito non scriva le sue opinioni, davvero – è sempre interessante confrontarsi. 🙂

    La distopia, in generale, dipinge un mondo indesiderabile (essendo etimologicamente l’opposto dell’utopia, ovvero il “buon luogo” – o “il nessun luogo”, come letture più sottili hanno suggerito), e può prevedere la decadenza sociale, il postapocalittico (genere col quale spesso va a braccetto) oppure una sorta di nuovi totalitarismi e dittature. Quest’ultimo elemento non è indispensabile o sempre presente, anche se spesso lo si trova in diverse forme.
    Come sempre le definizioni dicono tutto e niente – le storie si diramano invece con mille sfumature diverse. 😉
    I romanzi che citi (uno più bello dell’altro!) a mio parere si possono definire anche delle distopie, certamente. 🙂

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